repubblica.it, 5 marzo 2026
Solo nove incontri intimi in tre mesi, in carcere la stanza dell’amore resta vuota
Doveva essere la rivoluzione gentile dietro le sbarre, la conquista dei sentimenti in un luogo dove di solito ogni respiro sembra sorvegliato. E invece, a tre mesi dall’inaugurazione del 7 dicembre, la “stanza dell’amore” del carcere di Torino è rimasta quasi immacolata: bianca, ordinata, sanificata e vuota. Dovevano esserci tre turni al giorno da un’ora, diciannove coppie a settimana, un via vai discreto nel padiglione “Arcobaleno” del Lorusso e Cutugno. Ma secondo quanto filtra da fonti carcerarie ci sono stati solo nove incontri in totale. Sei detenuti coinvolti (tre, parrebbe, hanno fatto il bis). A marzo, per ora, zero assoluto. Più che un calendario fitto, un’agendina tascabile. Overbooking? Nemmeno a parlarne.
Sulla carta era già un caso nazionale: in altri penitenziari sono attive delle sperimentazioni ma questa è la prima grande casa circondariale a strutturare colloqui intimi regolati, con tanto di calendario, commissione di valutazione e cronometro. E dire che l’organizzazione non scherza. Le regole sono ferree: prenotazione con modulo e prova del rapporto stabile: stessa residenza da almeno sei mesi, matrimonio o unione civile. Ancora: particolare attenzione al consenso esplicito della persona esterna, valutazione di una commissione che passa al setaccio reato e profilo di rischio. Niente 41-bis, niente alta sicurezza. Si entra, si lascia il cellulare, si viene perquisiti, si portano due federe e un coprimaterasso da casa. Sessanta minuti cronometrati, al cinquantesimo bussano: «Rivestitevi, lavatevi e uscite». Non esattamente il climax da film romantico, ma d’altronde siamo in carcere.
Dentro, quindici metri quadri. Letto in ferro battuto, bagno con doccia, una tenda rossa a coprire le grate, tre quadri disegnati dai detenuti: un elefante indiano, una tigre, una panchina. Più che una suite romantica, una pensione anni Ottanta con vocazione istituzionale. Atmosfera raccolta, certo. Ma forse non abbastanza da far scattare la corsa alla prenotazione.
I primi due incontri, a dicembre, hanno visto protagonisti un 41enne e un 46enne, reclusi per spaccio e rapina. Poi qualche presenza a gennaio e febbraio. Tre detenuti sono tornati una seconda volta: clienti fidelizzati, si direbbe con linguaggio da marketing penitenziario. Ma il grande afflusso annunciato – richieste perfino da altri istituti del distretto – non si è materializzato. La stanza è a disposizione di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. Però resta, per ora, un affare quasi esclusivamente torinese.
Le consigliere regionali di Avs Alice Ravinale e Valentina Cera l’avevano definita una «conquista di civiltà», un passo avanti nei diritti e nella rieducazione. E in effetti l’idea, sulla carta, ha un suo peso simbolico: riconoscere l’affettività anche dietro le sbarre. Dall’altra parte, il sindacato Osapp, con il segretario Leo Beneduci, aveva storto il naso: «poco personale, molte emergenze, dubbia finalità rieducativa», oltre a sottolineare la gravissima carenza di organico di agenti di polizia penitenziaria. E così, tra entusiasmo istituzionale e realismo operativo, la rivoluzione dietro le sbarre procede a passo felpato. I requisiti stringenti raffreddano gli entusiasmi, l’ora cronometrata con bussata incorporata non scalda i cuori, probabilmente pesano anche la burocrazia e la paura di esporsi.
La stanza è pronta, le lenzuola arrivano da casa. Manca giusto il traffico. Così, nel carcere che voleva inaugurare l’ora più calda del sistema penitenziario italiano, l’unica cosa davvero rovente resta il dibattito. Per il resto, tutto tranquillo: silenzio, ordine e un letto che, più che scrivere una nuova pagina di diritti, continua a prendere polvere.