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 2026  marzo 05 Giovedì calendario

Rivolta per la droga nel carcere di Prato: sessanta detenuti contro undici agenti

È l’ora d’aria, il momento in cui la tensione quotidiana dovrebbe allentarsi. I detenuti si sfidano in una partita di calcio sul campo polveroso del carcere pratese della Dogaia. All’improvviso dall’esterno del muro di cinta partono tre lanci rapidi, precisi. Sono involucri che superano il cemento e ricadono nello spazio aperto della sesta sezione. Gli agenti della polizia penitenziaria se ne accorgono e scattano.
Ma prima che possano raggiungerli, davanti a loro si compatta un muro umano. Circa sessanta detenuti si stringono, gridano, si muovono all’unisono. Qualcuno fa da scudo, altri coprono la visuale, altri ancora spingono. Gli undici agenti accorsi, sono in netta inferiorità numerica, vengono accerchiati. «Lasciateci passare», dice chiaramente uno dei detenuti. 
La scena dura pochi minuti, ma basta a trasformare il campo sportivo in un teatro di rivolta. Sembra un fotogramma delle carceri ribollenti degli anni Settanta. È invece quanto accaduto solo pochi giorni fa, il 28 febbraio, alle 13.15, alla Dogaia di Prato.
All’esterno erano stati ripresi da un uomo con il telefonino due giovani, che verranno fermati poco dopo. Sono i lanciatori: un ventenne tunisino e un diciannovenne italiano. Stavano ovviamente tentando di rifornire di droga i detenuti, lanciando i pacchetti verso il campo.
Per gli inquirenti non si tratta di un episodio isolato, ma della spia di un meccanismo radicato: un sistema di approvvigionamento che attraversa le mura del carcere e che si regge su complicità esterne e su una capacità organizzativa interna capace di condizionare la vita quotidiana dell’istituto.
Il tutto in un contesto segnato da una cronica carenza di organico tra gli agenti, spesso costretti a presidiare reparti complessi con numeri insufficienti.
E non è tutto. Per capire quanto è grave la situazione in quella terra di nessuno – una mega-struttura gialla che confonde i colori delle mura con i campi sterrati attorno ai capannoni che da Prato conducono a Montemurlo – è necessario sapere cosa accade poco dopo: i rivoltosi riescono a passare in sezione come se nulla fosse, sfruttando anche il malfunzionamento dei cancelli e dei tornelli che dall’esterno introducono alle celle.
Nell’istituto, secondo i rapporti di Antigone, si sommano sovraffollamento, carenza di personale e strutture degradate. Senza un direttore stabile e con agenti sotto organico, il carcere vive tensioni continue, traffici illeciti, autolesionismo e suicidi in misura crescente. Celle malsane, servizi carenti e scarsa assistenza sanitaria completano un quadro definito al limite da istituzioni e associazioni.
La rivolta sul campo è dunque solo l’ultimo capitolo di una sequenza che va avanti da anni, nonostante gli appelli settimanali del procuratore Luca Tescaroli e i due mega blitz – con centinaia di agenti e militari – che a giugno e novembre scorsi hanno segnato il carcere con la scoperta di telefoni cellulari, droga, compiacenze e conseguente allontanamento di quelli che parevano essere i «boss» della struttura. Ma la Dogaia sembra restare completamente permeabile, continuativamente.
Il 13 febbraio scorso, per esempio, era stato intercettato un pacco postale diretto a un detenuto: tra le fette di salumi erano nascosti 10 grammi di cocaina e 206 di hashish. Un metodo studiato per eludere i controlli e alimentare lo spaccio interno. Il 20 febbraio, appena 8 giorni prima della rivolta, altri tre pacchetti erano stati trovati all’esterno del muro di cinta: 240 grammi di hashish, 24 di cocaina, un telefono cellulare e una chiavetta modem pronta a collegarsi alla rete.
Strumenti che, una volta entrati in cella, avrebbero garantito comunicazioni con l’esterno e gestione dei traffici. Nonostante i ripetuti interventi repressivi messi in campo, la Dogaia continua a essere attraversata da un flusso costante di droga e cellulari. E quell’immagine del campo da calcio trasformato in trincea racconta meglio di ogni relazione ufficiale la fragilità degli equilibri dentro il carcere pratese. La Procura ora procede per il reato di rivolta: gli indagati in questo caso sono per lo più albanesi, quasi tutti in carcere per pene definitive da scontare per rapine o traffico di droga.