Corriere della Sera, 5 marzo 2026
Siamo tutti figli di Fonzie
Già dal titolo, «Happy Days» ti dice cosa vuole: la tua nostalgia, il divertimento venato di rimpianto davanti a un Eden in jeans e giubbotto, in cui padri e figli vanno perfettamente d’accordo e ogni problema si può risolvere con un milkshake. Che sia successo o meno non ha importanza, avere nostalgia di Happy Days vuol dire avere nostalgia della nostalgia e, forse, anche di quel momento storico in cui il televisore dominava il salotto in maniera ancora bonaria, un attimo prima che gli schermi iniziassero a inghiottire le persone.
La serie, nata nel 1974 del Watergate e del Vietnam dalla mente geniale di Gary Marshall, lo stesso di Pretty Woman, è ambientata tra anni Cinquanta e anni Sessanta, e lo sfasamento temporale ha permesso di mantenere intatta la magia in tutte e undici le stagioni anche quando il mondo, e soprattutto le famiglie, si andavano facendo sempre più complessi.
Il sogno americano parte dalla villetta dei Cunningham a Milwaukee, dalle gonne a ruota della signora Marion, dall’affabilità del capofamiglia, che ha un negozio di ferramenta e un piglio da colletto bianco, e dall’hula hoop della figlia Joanie, adolescente lentigginosa e graziosamente irriverente. Il protagonista, Ricky, insieme ai suoi amici Potsie e Ralph Malph, è alle prese con i normali problemi della sua età – le ragazze, le ragazze e le ragazze – ma può contare sull’irresistibile saggezza di Arthur Fonzarelli, detto Fonzie, un meccanico con il giubbotto di pelle, più brillantina del ragionevole e più di un’eco di James Dean nel piglio. Solo che lui i motori li ripara invece di andarsi a schiantare e porta verso il futuro il personaggio del bullo simpatico, una maschera che verrà ripresa da lì a poco da John Travolta in Grease.
Fonzie è l’araldo di una nuova America non più solo wasp, il ragazzo con la saggezza da strada e il tocco irresistibile, quello che aiuta a gestire la vita quando la vita si fa dura, come un fratello maggiore che la sa lunga. E pazienza che quelli erano gli anni del maccartismo e che Joseph McCarthy era il senatore del Wisconsin, stato di Milwaukee, Happy Days fa quello che fa il ricordo: seleziona. Essendo già di suo pieno di memorabilia, non sorprende che tutti gli oggetti legati alla serie siano oggetto di culto, memorabilia al cubo.
A Mercanteifiera Primavera, in programma a Parma dal 7 al 15 marzo, la mostra «Dentro Happy Days» di Giuseppe Ganelli ed Emilio Targia, autori di un fortunato libro sull’argomento pubblicato da Minerva e al centro di un evento in fiera, ricrea in modo filologico il set della serie grazie alla più grande collezione del mondo di oggetti legati all’universo di Ricky Cunningham e dei suoi amici.
La sigla è una formula magica che riporta a un momento di sole, con più amici intorno e relazioni più facili, un richiamo a ripensare il passato con un filtro dai colori sciroppati e distanti. Una retro-utopia, si diceva, innocua a meno di non guardarla troppo da vicino: tutti carini ma non bellissimi, zigomi alti e aria sana, gli italo-americani sono l’unica minoranza rappresentata o quasi, Mrs Cunningham dice sempre quello che pensa, ma il suo potere non va oltre la cucina e il tinello e anche se Joanie è simpatica e ribelle, le due non riescono del tutto a far dimenticare le orde di biondine con la coda di cavallo e il vitino di vespa, prede bionde e zuccherose dei simpatici ragazzi di casa. Happy Days è la matrice di tutto, la forma più pura dell’invasione culturale americana, l’arcadia che Donald Trump rievoca quando dice «Make America Great Again», ma è anche la matrice da cui è partito tutto, da Beverly Hills 90216 a Stranger Things.
Quest’ultimo, come Happy Days, sposta l’azione in una stagione rimpianta per il motivo opposto: è quando i mostri entrano in salotto e arrivano eroi umanissimi e imperfetti, spettinati, disarcionati eppure vincenti in un loro modo fragile.
Come se Ricky e Potsie si fossero messi una camicia a scacchi, si fossero lasciati crescere i capelli e avessero messo il loro ingegno al servizio di Joanie. Ma lì è già l’immaginazione che prende il volo, mentre in Happy Days tutto ha i contorni saturi e rassicuranti del sogno diurno.
Quello in cui finalmente torniamo a casa, una casa senza mostri.