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 2026  marzo 05 Giovedì calendario

Intervista a Liza Minnelli

Cosa può nascondersi dietro un successo strepitoso? Ha conosciuto altezze vertiginose e abissi spaventosi. Con l’autobiografia Io, Liza (in uscita il 10 per Rizzoli, due giorni dopo compie 80 anni) entriamo nel cabaret dell’esistenza di Liza Minnelli, una grande artista, figlia di leggende di Hollywood come Vincente Minnelli e Judy Garland, di cui dice: «La vita, per mamma, non è sempre stata uno spasso». Nemmeno per lei: l’encefalite, la droga, l’alcol, «che non tocco da undici anni». Il libro è un viaggio sfrenato. Lei, in lotta con i suoi démoni, è di una sincerità spietata con se stessa.
Come ricorda l’infanzia?
«Ho vissuto in diverse case di Hollywood, i miei compagni di gioco erano figli di star, Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Lana Turner, Fred Astaire. I miei al mattino andavano a lavorare alla MGM. Ricordo i pomeriggi al parco, quando giocavo a travestirmi con le mie amiche Mia Farrow e Candice Bergen. La nostra comunità ha avuto la sua dose di morti tragiche, tradimenti, matrimoni in frantumi, suicidi. Ma alcuni miei ricordi sembrano magnifici sogni in Technicolor. In casa si ascoltava musica tutto il tempo».
I suoi genitori.
«Papà nei miei primi passi mi dava consigli sulla recitazione, mamma capiva i miei punti deboli. Ero una bambina, avevo cinque anni, e lei per quanto possa sembrare assurdo mi confidava le sue paure e la sua rabbia, si sfogava, mi trattava come una psicoanalista. Ma amava ridere. La vita con lei era un teatro dell’assurdo. Sperava in un rilancio con È nata una stella, ma il film al botteghino fu un disastro. E non si riprese più. Eravamo al verde, ai suoi concerti sgattaiolavamo via dall’hotel per non pagare il conto, mamma diceva al diavolo, tanto dovevo rinnovare il guardaroba. Avrei voluto salvarla dall’abuso di farmaci e alcol. Se ne andò a 47 anni, troppo giovane per morire».
Il caschetto nero, le ciglia finte, le labbra rosse, gli occhi grandi: Sally Bowles.
«Il successo di Cabaret che nel 1973 mi diede l’Oscar mi travolse. Bob Fosse usò ogni centimetro della mia pelle per raccontare quella cantante di uno squallido nightclub di Berlino, in un’atmosfera ipnotica e fumosa, durante l’ascesa di Hitler. Ho una gamba più lunga dell’altra, sono nata così. Bob lo trasformò in un elemento da sfruttare».
Dopo «Cabaret»…
«Il mio incubo cominciò a ridosso dell’uscita. Droga, pillole e alcol stavano distruggendomi, nella vita reale mi stavo trasformando in Sally Bowles, decadente e oltraggiosa, offrendo una replica di mia madre. Dopo quel film avevo più potere contrattuale, ma solo per parlare con le persone e proporre qualche idea, nient’altro. Cercavo ruoli forti, espliciti o vulnerabili in modo insopportabile. Aspettai e aspettai qualche copione. Il telefono non squillava».
E cosa accadde?
«Accettai una sceneggiatura pessima, In tre sul Lucky Lady, con Burt Reynolds e Gene Hackman. Un fiasco. Non potevo non notare le analogie con i miei genitori, masticati e sputati da Hollywood. La gente sborsava grosse cifre per venire ai miei spettacoli, rimasi tre settimane, record, alla Carnegie Hall, ma questa era solo una parte della storia. Aznavour mi diceva che ero un’attrice che cantava, ma potevo recitare bene una canzone. Il ciclo di alti e bassi mi ha tormentato per tutta la vita. Nelle mie fasi sì ogni sabato davo una cena a Los Angeles, venivano Madonna, Tarantino, Shirley MacLaine, cantavano tutti, la tavola era piena del Kentucky Fried Chicken, la mia debolezza segreta».
Vivere una dipendenza?
«Sei sempre in via di guarigione, o in punto di morte. Puoi liberarti dall’abitudine, ma non la sconfiggi mai per sempre. Sono una sopravvissuta, ho vissuto ritorni in ogni fase della mia carriera».
Lei è una donna vulnerabile, generosa, coraggiosa.
«Ciò che feci a me stessa nel 2003 fu davvero brutale. Presi una sbronza in un bar di New York. Uscii barcollando. Crollai sul marciapiede. Ero svenuta. La gente passava frettolosa, mi evitava o mi scavalcava. Pensarono che fossi l’ennesima senzatetto, o guardando meglio mi riconobbero. Non lo saprò mai. Il mio staff mi ritrovò e mi portò a casa. Mai mi ero vergognata così tanto di me stessa».
Cantò a Roma.
«E ottenni un’udienza da Giovanni Paolo II. Ero elettrizzata, sostenni un breve colloquio inquisitorio con i suoi assistenti: è vero che lei ha due divorzi alle spalle? Temevo che annullassero l’incontro. Si tratta solo di un controllo, dissero. Al Papa confidai che avrei tanto desiderato cantare per lui, mi rivolse un’occhiata enigmatica, come a dire, perché mai dovrei desiderare una cosa del genere?».
Agli Oscar del 2022 passò una brutta serata.
«L’Academy decise un tributo ai 50 anni di Cabaret. C’era la solita baraonda. Mi ordinarono, inspiegabilmente, di usare la sedia a rotelle. O quella o niente. Per via dell’età, dissero. Lady Gaga, la copresentatrice, disse: se non obbedisci non salgo sul palco con te. Dovetti accettare. Ma prima mi chiese il nome del film festeggiato, come a voler verificare la mia memoria. Come se fossi un’idiota. Fui trattata malissimo in una delle serate più importanti della mia vita. Posso perdonarlo ma non lo dimenticherò. Così pensai, devo raccontare la mia verità, la mia storia».
I suoi quattro mariti?
«Uno (l’ho scoperto dopo) era gay, ma siamo rimasti amici, l’ultimo era un truffatore. Poi annunciai che mi sarei sposata con Peter Sellers. Mi faceva ridere, scolavamo champagne e ripeteva scene dei suoi film. Passavo a fare burle con gli amici, pensavo che Peter avrebbe riso quando gli sfilai il parrucchino e invece…la sua abilità nell’interpretare tanti personaggi immaginari divenne il problema che ci separò, mi bullizzava parlando come loro, perdeva il controllo, dava di matto urlando con voci diverse. Era affetto da schizofrenia».

In che fase della vita è?
«Il libro serve come ispirazione per i progetti come produttrice. Vorrei essere utile a chi ha dipendenze: fatevi aiutare. Vi lascio dicendo che mi sento sempre la solita Liza».