Corriere della Sera, 5 marzo 2026
Iran, equivoci e silenzi
Ruhollah Khomeini ebbe di certo un’illuminazione ascendendo al potere: usare i mostazafin, i «senza scarpe» della terra, a maggior gloria di Allah e della sua rivoluzione. «È nostro dovere salvare gli affamati e i bisognosi», dichiarò a un mondo smarrito nel quale il comunismo, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, già mostrava la corda.
F arian Sabahi spiega, nella sua bella Storia dell’Iran, che l’ayatollah trasformò così lo sciismo, da corrente quietista dell’Islam, «in ideologia politica e teoria terzomondista che sfidava l’imperialismo», ovvero le potenze straniere e l’alta borghesia iraniana protetta dallo Shah. Un’ibridazione che oggi diremmo «populista», dal potente impatto scenico, versare un po’ di Marx nel Corano. Il grande esule che tornava da Parigi sembrò insomma parlare alle coscienze di tanti in nome d’un popolo senza frontiere: i diseredati.
Ce n’è abbastanza per spiegare molto del passato e del presente della questione iraniana in una società come la nostra, sempre malata di sensi di colpa e tendente all’autodafé. Molto, per capire la formidabile cotta che parte del gauchismo occidentale, da un irregolare come Foucault a scendere, prese per quel prete islamico nemico giurato della nostra modernità e delle nostre libertà «americane». Molto, per decifrare in questi giorni i silenzi, i distinguo e le resistenze, spesso ammantate di pacifismo o di richiami a un diritto internazionale da lungo tempo periclitante, di fronte alla fine di un tiranno come Ali Khamenei, erede di Khomeini nel ruolo di Guida Suprema della nazione, regista del terrorismo internazionale, mandante del pogrom del 7 ottobre e massacratore della propria gente. Siamo sempre lì, agli odiati Stati Uniti: il nemico del mio nemico è mio amico, anche se tortura, mutila, massacra.
Si sa, col suo tasso di improvvisazione e di impulsività, non più frenato dai consiglieri professionali che lo accompagnarono nel primo mandato, Donald Trump è una valanga in uno stagno. Ma, ammettiamolo, lo stagno delle opinioni pubbliche occidentali sull’Iran è stato così grande da sembrare una palude. Leila Farahbakhsh, un’attivista esule a Firenze, s’è guadagnata la notorietà social irrompendo in un corteo che, promosso da varie sigle tra cui Arci e Anpi, protestava contro i bombardamenti sull’Iran. «Dove eravate?», ha chiesto: «Come avete potuto restare in silenzio quando il regime iraniano in due giorni ha chiuso Internet e ucciso 40 mila persone? Eravate in piazza quando organizzavamo noi le manifestazioni? Non le avete mai organizzate voi, e ora siete qua per dire cosa? L’America ha aiutato il popolo iraniano!».
A fronte delle mobilitazioni per la causa palestinese, è difficile non vedere nei decenni un doppiopesismo colmo di ritrosia nel condannare l’Iran per ciò che è: il Paese più brutale del mondo contro le donne, gli omosessuali, i dissidenti e contro qualsiasi forma di individualità che sfugga al ferreo allineamento con la sha ria. È vero che «Donna, vita, libertà» ha conquistato anche le nostre piazze nel nome di Mahsa Amini. Ma è stata una vampata breve dentro quasi mezzo secolo di acquiescenza. Le opinioni pubbliche occidentali, per dire, a stento si accorsero del Movimento verde che nel 2009 invocava democrazia contro la rielezione truccata del falco Ahmadinejad (secondo molte fonti anche lui caduto, ora, sotto i raid). E, da ultimo, la generosa rivolta nata lo scorso gennaio dai bazar è stata accompagnata da una pesante cappa di indifferenza, rotta solo da qualche iniziativa presa più per dovere che per passione e finita quasi nel nulla. Negli slogan di queste ore contro «l’aggressione imperialista all’Iran» si coglie invece ben chiara l’eco di quell’antico innamoramento per il tribuno dei mostazafin, per il «santo» castigatore dell’imperialismo a stelle e strisce.
Nel 2025 il tasso di esecuzioni capitali in Iran ha registrato un’impennata con circa duemila giustiziati. A fronte di simili record, le Nazioni Unite hanno dedicato al regime degli ayatollah poche decine di risoluzioni negli anni, giungendo addirittura a tributargli la guida di un Forum sui diritti umani. Per avere un metro di paragone, sono state molte centinaia le risoluzioni proposte o adottate contro Israele.
Intendiamoci. L’operazione «Furia Epica» di Trump (sotto la pressione del premier israeliano Netanyahu) si presta a infinite critiche. Tralasciando questioni di legalità internazionale così «elastiche» da essere invocate perfino da… Putin, mancano tanto il supporto del Congresso quanto una strategia per il dopo. Si coglie a pretesto il programma atomico di Teheran dopo avere sostenuto di averlo «totalmente obliterato» con gli attacchi di giugno 2025. Si fa appello a una «resistenza» dispersa e in precedenza abbandonata con il taglio dei fondi Usaid ai gruppi di monitoraggio per i diritti umani e ai progetti mediatici indipendenti. È inoltre molto verosimile che questioni interne, come lo scandalo Epstein, abbiano indotto la Casa Bianca all’ultima accelerazione.
Trump in patria è sotto un tiro bipartisan. La senatrice democratica Elizabeth Warren sostiene che stia trascinando un’altra generazione in una nuova guerra infinita; l’ex pasionaria Maga Marjorie Taylor Greene lo accusa di avere rovesciato «America first» in «America last». Tuttavia, come annota il neoconservatore (antitrumpiano) Bret Stephens sul New York Times, il presidente americano e il premier israeliano «hanno fatto un grosso favore al mondo» e si sono assunti «grandi rischi politici e militari» eliminando un feroce dittatore e una schiera di suoi vice. Forse per una curiosa curva della storia, l’uomo che per noi europei si sta rivelando un capriccioso e inaffidabile ex alleato ha aperto in Iran uno spiraglio, come nessuno dei suoi predecessori aveva osato fare. Cosa vi entrerà, se caos o libertà, è la vera sfida: questa, sì, epica.