Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 05 Giovedì calendario

Intervista a Urs Althaus

Lo chiamavano, e ancora lo chiamano, Aristoteles per fare il verso a Socrates il fuoriclasse brasiliano della Fiorentina, ma lui all’anagrafe è Urs, «Orso» in tedesco, e di cognome Althaus che più tedesco non si può. Nel film cult «L’allenatore nel pallone» lo spacciavano per brasiliano ma Urs Althaus, l’Aristoteles della Longobarda è svizzero di Herrliberg, Canton Zurigo, anche se casa sua è affacciata sul Lago di Lucerna. I suoi 70 anni li ha vissuti tra cinema, calcio e passerelle ma anche tra drammi e tragedie. Senza perdere mai il sorriso.
Urs, a 70 anni cosa le ha insegnato la vita?
«Mi ha insegnato ad accettarmi come sono, a cercare ogni giorno di dare il meglio di me e ad affrontare con coraggio le sfide che la vita ti mette di fronte».
Che bambino era il piccolo Urs?
«Un bambino cresciuto senza un papà, mezzo nero e illegittimo ma felice perché vivevo ad Altdorf, il paese di Guglielmo Tell, uno dei posti più belli del mondo, con una famiglia stupenda e amici meravigliosi. Del razzismo erano vittime gli italiani non io: in alcuni locali dovevano sedersi separati dagli altri».
Ma si sarà accorto di essere un po’ diverso...
«Si, passeggiando con il nonno, avevo più o meno cinque anni mi accorsi che tutti mi guardavano in modo strano. Lo dissi a mamma. E lei: ti guardano perché sei nero, bambino mio… Ma in quel momento mi sono sentito orgoglioso di me stesso».
Suo padre l’ha conosciuto?
«Mai, anche se l’ho cercato ovunque. Si chiamava Emanuel Igwe, veniva dalla Nigeria. Non mi ha lasciato niente nemmeno una foto: non mi è mai mancato».
Mamma Irma invece...
«Era una donna splendida, forte, che per me ha lavorato duramente, cambiato mestiere, rinunciato all’amore senza mai farmelo capire e pesare. Ero tutto per lei».

Come si sono incontrati mamma e papà?
«Mamma lavorava a Glasgow come governante, papà era uno studente di medicina bello ed educato. Parlavano entrambi inglese e si piacquero subito. Ma solo quando mamma tornò in Svizzera scoprì di essere incinta. Comunque non si sposò mai».

Ma Urs da ragazzino sognava di diventare Aristoteles?
«Da bambino sognavo di diventare il Pelè della Svizzera. A 17 anni giocavo nelle giovanili del Basilea, l’anno dopo nel Zurigo, nella massima serie. Ma mi lussai una spalla, mi operai invano tre volte e il mio sogno di diventare calciatore finì lì».
Il momento più esaltante della sua carriera di calciatore?
«Sempre nelle giovanili del Basilea, andai a vedere una partita della prima squadra e appena entrato allo stadio si alzarono tutti in piedi per applaudirmi. Ma solo perché pensavano fossi Teofilo Cubillas, il Pelè del Perù, appena ingaggiato dal Basilea».
Il vero Pelè lo ha conosciuto?
«Avevo 12 anni, lo Zurigo giocò in amichevole contro il Santos e gli uomini della sicurezza mi fecero entrare nello spogliatoio perché pensavano fossi un bambino brasiliano. Pelè mi regalò una carezza e un autografo. Anni dopo lo ritrovai sull’ascensore dell’hotel di New York dove alloggiavamo e gli ricordai quella carezza. Aveva un fascino unico».
Dal calcio alla moda. E lì succede qualcosa di incredibile.
«Lavoro per Elite, l’agenzia che ha creato Naomi Campbell e Giselle Bundchen, e nel 1977 divento il primo modello nero a posare sulla copertina di GQ, la Bibbia della moda. Avevo 21 anni, ero giovane, attraente e ambizioso. Harry Coulianos, il direttore artistico della rivista, mi dice: Urs, con questa copertina stiamo scrivendo la storia della moda».
Che anni furono per lei?
«Anni pazzeschi vissuti tra passerelle e locali notturni. Eravamo una grande famiglia, modelli, stilisti, fotografi, designer. Si firmavano i primi contratti in esclusiva, i compensi crescevano di giorno in giorno, la moda era fantastica».
Lavora con dei giganti della moda: Ives Saint Laurent.
«Arrivai alla sua Maison di Parigi, dalle scale scese un gruppo di persone, una di loro mi prese la mano e disse: bonjour. E io: scusi, ma le chi è? Sorrise: sono Yves Saint Laurent. Spero che domani tu voglia sfilare per me».
Giorgio Armani.
«Uno dei suoi assistenti mi dice: mi spiace ma non ci serve un tipo di modello come il tuo. Mentre sto andando via sento una voce alle mie spalle. Vai già via? Non mi vuoi vedere? Era Armani. Provai la collezione, mi trovò perfetto. Mi disse: adesso chiamami pure Giorgio e dammi del tu».
Valentino.
«Un genio. Mi invitava spesso a casa sua in un palazzo sulla via Appia Antica. Discutevamo di moda ma anche di molto altro. In nessun posto al mondo si mangiava bene come a casa sua».
In quel mondo scintillante c’è anche la droga. Scoperta una sera a casa di Andy Warhol.
«Un capitolo oscuro della mia vita. Sono diventato prigioniero della cocaina e poi del crack, alla fine per cinque mesi sono stato un’anima persa allo sbando per le strade di New York. Un giorno a Central Park pensai a mamma e cominciai a piangere. Pregai Dio e chiesi aiuto alla Narcotici Anonimi: volevo tornare da mia madre e guardarla negli occhi, volevo tornare a vivere. Grazie a Dio sono fuggito da quell’inferno».
E vero che chiese a Pavarotti di smettere di cantare?
«Eravamo vicini di casa a New York ma spesso tornavo all’alba stanco morto dallo Studio 54. Lui solfeggiava do, re, fa mi e il mio cane abbaiava. Non riuscivo mai a dormire. Un giorno lui bussa alla mia porta: non riesco a dormire per colpa del suo cane, mi dice. E io non riesco a dormire per colpa del suo canto. Si mette a ridere e mi dice: strano, pensi che la gente mi paga tantissimo per cantare. Piacere, sono Luciano Pavarotti».
Dopo la moda arriva il cinema.
«A portarmi in Italia è stata Lina Wertmuller, in un suo film dove dovevo interpretare la parte dell’amante di Sophia Loren. Il progetto andò a monte per colpa del fallimento del Banco Ambrosiano. I fondi dovevano arrivare da lì».
Invece della Loren arriva Lino Banfi.
«Mi dice il mio agente: cercano un attore che sappia giocare a calcio. Ma Sergio Martino, il regista, non si fida di me: mi porta nel suo ufficio, prende un pallone e mi dice: fammi vedere se sei capace. Palleggio davanti a lui e alla fine dice: abbiamo trovato il nostro Aristoteles».
L’allenatore nel pallone è un successo ancora oggi.
«Questo film per me è stato un regalo di Dio. Sono diventato il calciatore famoso che volevo essere grazie a un film. Ancora oggi mi fermano per strada per un autografo e mi gridano Ari, Ari, Ari...».
E Lino Banfi?
«Ho visto Lino di recente. Non è solo un grande attore ma un uomo meraviglioso che oggi posso chiamare amico».
Segue il campionato di calcio svizzero o quello italiano?
«Tutti e due. Ma tifo solo per la Longobarda».
Nel curriculum c’è anche il nome della Rosa.
«Un giorno il mio agente mi dice: il regista Jean-Jacques Arnoud è a New York. Ti vuole affidare la parte di Venanzio nel Nome della rosa. Conosci il libro? No, risposi, e non ho tempo di leggerlo. Arnoud aveva disegnato il personaggio per come lo voleva. Me lo mostrò e disse: lo vedi? Sei tu».
E così si ritrova a recitare due star.
«Vedere recitare dal vivo Sean Connery e Murray Abraham era da pelle d’oca. Due attori dal carisma incredibile».
Oggi, a 70 anni, qual è il suo sogno di vita?
«Da cinque anni sto giocando una partita difficile contro un male infido che vive dentro di me. Con l’aiuto di Dio stare bene è il regalo più bello che posso ricevere dalla vita».