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 2026  marzo 05 Giovedì calendario

La guerra dei curdi

Un nuovo capitolo del Vecchio Grande Gioco si apre con la «chiamata» ai curdi. Donald Trump ha avuto contatti con i leader dei curdi iraniani mentre la Cia sta armando le milizie attive lungo il confine tra Iran e Iraq, per fomentare l’insurrezione e avere uomini sul terreno contro il regime. Arrivano anche notizie dell’inizio di un’offensiva di terra. Iniziative che hanno portato a un’immediata ritorsione degli ayatollah, con una serie di raid nel Kurdistan, la regione a nord dell’Iran.
La coalizione
I curdi, circa l’8-10 per cento della popolazione, vantano una tradizione di combattenti e sanno sfruttare la conformazione montuosa del territorio, spalleggiati da una retrovia cruciale: il Kurdistan iracheno, controllato da altre entità. Il 25 febbraio è stata annunciata la nascita di una coalizione di cinque partiti, tra cui il Pak, il Pdki e il Pjak: i primi due godono di rilevanza politica e storica, il terzo è più militante ed è un’emanazione dei curdi di Turchia, il Pkk di Ocalan. Ieri si è unito anche il partito Komala, il cui leader Abdullah Mohatadi ha commentato: «Questa è un’ottima notizia per il popolo curdo, e per la grande causa dell’unità politica e della ricerca della democrazia in Iran».
Si tratta di uno schieramento con alcune migliaia di miliziani, protagonisti di attacchi e agguati contro i governativi. Antichi sono i legami con i servizi occidentali e probabile il coinvolgimento di alcuni elementi nella guerra sotterranea condotta dal Mossad. Inoltre, questi partigiani sfruttano le filiere del contrabbando attraverso montagne aspre, sentieri usati per trasportare di tutto, ideali per sostenere missioni clandestine.
La creazione dell’alleanza segna un passo significativo per una realtà indebolita da contrasti, gelosie e profonde divergenze – sia interne che con il resto dell’opposizione ai mullah. In generale i curdi invocano il federalismo e non la secessione, ma il timore di spinte irredentiste induce molti alla diffidenza. «Non siamo separatisti, come ci ha etichettati Reza Pahlavi per screditarci. Vogliamo un Iran democratico, quello per cui i giovani iraniani combattono», ci scrive Joana Taimasi, di Komala. Nella partita sono entrati anche gli insorti baluchi (a sud-est) e i membri della minoranza araba nella regione petrolifera, entrambi protagonisti della lotta armata. «In Iran, non esiste nessun’altra organizzazione in grado di combattere contro i Guardiani della Rivoluzione: appena le condizioni sul terreno saranno giuste lasceremo l’Iraq e attraverseremo il confine. Ci coordineremo sul campo, ognuno guidato dal proprio leader», ci scrive un ragazzo della resistenza. Raccontano di non essere mai stati così uniti e «arriveremo al cuore dell’Iran come una squadra, composta dalle forze Peshmerga».
I timori
I curdi colgono nella crisi un’opportunità: è possibile sfruttare la fase difficile di Teheran. E c’è un presidente – volubile – che ha compiuto una prima mossa. Al tempo stesso, la storia di questo popolo e dei suoi fratelli oltre confine impone cautela: possono essere usati e poi scaricati, ed è purtroppo la «norma», come accadde con il Kurdistan iracheno, esposto alle feroci rappresaglie di Saddam Hussein, ai curdi di Siria ridimensionati da Damasco. Il regime non ha mai concesso tregua. Già nelle settimane successive alla nascita della Repubblica islamica, i mullah hanno usato ogni mezzo per soffocare la rivolta. il fondatore Khomeini – che gli aveva promesso autonomia e pace – dichiarò loro guerra. E disse: «Uccidere un curdo non è peccaminoso». Poi, negli anni li hanno uccisi davvero nella loro terra ma anche all’estero. Come nel 1989 a Vienna e nel 1992 a Berlino, dove sono stati assassinati i leader del Pdki, delitti quasi impuniti per il comportamento pavido degli europei. In epoche più vicine – 2018 e 2022 – i pasdaran hanno colpito i vertici curdi ricorrendo a missili terra-terra e droni, come in queste ore.
Il quadro regionale
L’eventuale ruolo della guerriglia potrebbe generare ripercussioni regionali. La Turchia, pur concorrente dell’Iran, si oppone a qualsiasi iniziativa che possa galvanizzare il sogno curdo, ovunque, temendo ricadute nelle sue zone sud-occidentali. Tanto più se coinvolge il Pjiak, bollato come organizzazione terroristica per i legami con il Pkk – classificazione condivisa dagli Stati Uniti. Anche il Kurdistan iracheno fa parte del quadro: ospita molte basi, condivide l’appartenenza etnica ma deve fare i conti con i propri interessi. E ha infatti firmato accordi con Teheran per impedire che il suo territorio sia usato come base per incursioni dei rivoluzionari curdi. Ma siamo in Medio Oriente, dove le regole, spesso, vengono superate dai fatti.