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 2026  gennaio 13 Martedì calendario

Biografia di Dorothy Faye Dunaway

Dorothy Faye Dunaway, nata a Bascom, in Florida, il 14 gennaio 1941 (85 anni). Attrice statunitense. Premio Oscar per Quinto potere (1977), tre Golden Globe per Quinto potere (1977), Ellis Island (1984) e Gia (1998), un Bafta per Bonnie & Clyde (1968) e un Emmy per la sua apparizione in una puntata della serie tv Colombo. Ha vinto anche due Razzie Award come peggiore attrice uno nel 1981 per la sua interpretazione di Joan Crawford in Mammina cara, l’altro nel 1993 per Maledetta ambizione.
Titoli di testa «Una carriera è una tela. Ci sono cose meravigliose. Poi ci sono cose meno meravigliose».
Vita Figlia di Grace April Smith e di John MacDowell Dunaway Jr., un militare dell’esercito degli Stati Uniti, nasce nel 1941, in una fattoria: «Papà era un alcolista e mamma, stufa di vederlo buttarsi via, lo fece arruolare» • «Dorothy Faye era una bambina del Sud che giocava a campana con le amiche nelle strade sterrate di Bascom» [Faye, documentario di Laurent Bouzereau] • Da piccola Faye passa l’infanzia con le valige in mano per seguire il padre nelle sue varie assegnazioni. Per qualche anno vive anche in Germania • Quando è adolescente i suoi divorziano e lei torna in Florida • Studia recitazione all’Università di Boston poi, a New York, è allieva di Elia Kazan: «A lui devo tutto quello che so nel mio lavoro» • Il suo esordio a Broadway è del 1961 in A Man for All Seasons di Robert Bolt. Pochi giorni prima si era laureata. Il suo debutto cinematografico del 1966, in Cominciò per gioco di Elliot Silverstein dove attira le attenzioni della critica il modo lezioso con cui poggiava la guancia sulla mano • Il successo arriva l’anno dopo con un’iconica performance, che le vale la prima candidatura agli Oscar, in Gangster story: «Bonnie Parker era una ragazza del Sud, provinciale come me, non ho avuto problemi ad interpretarla, la conoscevo bene. In questo film, c’è molto dell’essere umano Dorothy Faye Dunaway, prima ancora dell’attrice. C’è molto del mio passato» • Nello stesso anno gira E venne la notte. Sul set litiga con il regista Otto Preminger che le dà della rompiscatole e le straccia il contratto – avrebbero dovuto fare altri sei film insieme. Lei gli fa causa e vince ma «mi è costato un sacco di soldi» • «Il lavoro è il modo in cui ti connetti con chi sei, non importa quanto possa essere doloroso» • Libera da ogni contratto Faye Dunaway, bellissima e intoccabile, gira Il caso Thomas Crown «in una gara con l’amico e partner Steve McQueen a chi ispirerà più stilisti nei cinquant’anni successivi» [Matteo Persivale, Cds] • Dopo Thomas Crown, vola in Italia sul set di Amanti film diretto da Vittorio De Sica con Marcello Mastroianni: «La Dunaway mi impressionò per l’eleganza e la bravura» [il sarto Federico Forquet a Eleonora Attolico, Sta] • È magrissima. Mangia pochissimo e ha sempre una bilancina elettronica in borsa per contare peso e calorie di ogni portata che mangia • Tornata a Hollywood recita per il suo maestro Elia Kazan in Il compromesso con Kirk Douglas, partecipa al capolavoro di Penn Il piccolo grande uomo (1970) con Dustin Hoffman • La seconda nomination all’Oscar arriva nel 1974 con Chinatown di Roman Polański. Anche lui, come Preminger, non sopporta la sua pignoleria, le sue eccentricità e i suoi capricci. In poche parole, per lui, Faye Dunaway è «a gigantic pain in the ass» • «Sembra che sul set del film di Polański, Dunaway avesse l’abitudine di urinare nei cestini della spazzatura e una volta addirittura gettò dell’urina in faccia al regista. Episodio che la stessa attrice si trovò sdegnosamente a smentire, anni dopo» [Marie Claire] • «Durante una scena a Faye si rizza un capello. Polański ferma tutto e chiama la parrucchiera. Niente da fare dopo cinque minuti il capello ribelle torna su: «Ho i capelli naturalmente ricci, quindi i miei capelli non vogliono fare quello che un’altra persona dice loro di fare». La parrucchiera interviene di nuovo. Invano. Allora Polański si mette dietro a Faye afferra il capello e glielo stacca. Furibonda lei si alza e se ne va. Il giorno dopo, di nuovo sul set, la costumista le mette un cappello in testa». Da allora Jack Nicholson la chiama Dread, terrore: «E ame piace un sacco» • «Il regista, il cast, la storia: possono essere perfetti ma c’è sempre un elemento di incertezza, di azzardo. Di fortuna, anche, perché no? Sono stata fortunata: ho lavorato con persone fantastiche, a tutti i livelli. E per quel che riguarda la mia immagine di allora, ho avuto al mio fianco costumisti e stilisti assolutamente meravigliosi» • «Per tutta la vita, sono stato il tipo di persona che potrebbe frantumarsi facilmente» • «Faye Dunaway remota e vulnerata in Chinatown, con quel finale che 44 anni dopo continua a gelare il sangue degli spettatori, e a colpirli al cuore» [Persivale, cit.] • Con Paul Newman, Steve McQueen, William Holden, Fred Astaire, Jennifer Jones e Robert Wagner recita in L’inferno di cristallo di John Guillermin e ne I tre giorni del Condor di Sydney Pollack: «Sentivo in quella spy-story un legame fortissimo con la nostra società, anche se impensabile allora. Purtroppo avevamo ragione» • Da quando ha scoperto il Blistex, un balsamo per le labbra, lo mette ogni cinque minuti. E lo fa ancora oggi • Nella notte degli Oscar del 1977, Quinto potere di Sydney Lumet la consacra miglior attrice protagonista • Il mattino seguente, Terry O’Neill le scatta quella che lui stesso ha definito «la foto più bella mai scattata agli Oscar». Spiega il fotografo, all’epoca anche suo fidanzato: «Sapevo che le foto alle cerimonie degli Oscar sono tutte uguali. Cercavo dunque qualcosa di speciale, che desse il senso di cosa significa ritrovarsi il premio più ambito fra le mani. E il mattino dopo, in albergo, mentre Faye faceva colazione leggendo il resoconto della serata sulla stampa, lo trovai. Era il momento in cui si rendeva conto che nulla sarebbe più stato come prima, che era diventata una star e una milionaria. Ma nel suo volto si legge anche un’ombra di malinconia, per tutta la fatica precedente, gli sforzi non riconosciuti, l’insensatezza di sapere di essere la stessa persona di prima eppure di valere di colpo molto di più. Come si coglie l’attimo fuggente? Ci vuole occhio e un po’ di fortuna, come per esempio svegliarsi al fianco dell’attrice che devi fotografare» [a Enrico Franceschini, Rep]. La foto in questione si intitola The morning after, e ritrae Faye Dunaway sul bordo della piscina di un hotel di Hollywood, con la statuetta di miglior attrice vinta la sera prima e i giornali sparpagliati sul tavolino e in terra • Nel 1981 un’altra interpretazione memorabile. Gira infatti Mammina cara nel ruolo della collega Joan Crawford, tratto dal romanzo-denuncia scritto dalla figliastra della Crawford, Cristina. Interpreta «un ubriacona bukowskiana che non riesce a celare il suo carisma assoluto neanche sotto ettolitri di whisky in Barfly, né sotto i capelli sporchi e il vestitino di rayon bisunto» [Persivale, cit.]. «Paradossalmente, quel film le farà perdere un po’ di popolarità perché il grande pubblico non riesce ad accettare la demolizione dell’immagine di un mostro sacro come la Crawford, scomparsa solo tre anni prima. Eppure l’interpretazione di personaggi realmente esistiti è uno dei cavalli di battaglia della poliedrica attrice. Oltre alla gangster Bonnie e a Joan Crawford, ha interpretato infatti Wallis Simpson in The Woman In Love» [Marie Claire] • «Quel che ho messo di mio – si tratta sempre di una collaborazione, nel rapporto tra attrice e costumista, tra modella e stilista, tra modella e fotografo – è stata l’attenzione nella ricerca: mi sono sempre documentata in prima persona, ogni dettaglio, il guardaroba, il design, se si trattava di storia ambientate nel passato o nel presente non importa, ci vuole la stessa dedizione, la stessa concentrazione» • «Ma c’è un però, un però importantissimo. Il però è questo: però, appena quel lavoro attentissimo su ogni dettaglio è finito, lo dimentico, e vado avanti. Avanti. Sempre avanti. Sempre in movimento» • Negli anni Ottanta si dà alla televisione, appare in alcuni episodi de Il tenente Colombo, si cala nei panni della regina Isabella di Castiglia nello sceneggiato Cristoforo Colombo diretto da Alberto Lattuada e gira La partita di Carlo Vanzina e In una notte di chiaro di luna di Lina Wertmüller • «Sapere chi siamo e dimostrarlo agli altri è una forma importante di seduzione» • «Sembra che dopo i 50 anni puoi esercitare qualunque mestiere fuorché l’attrice»; «Poiché non sono uscita di scena prima dei 40 anni, come Jean Harlow e Marilyn Monroe, le rughe saranno la mia morte artistica e finirò a recitare in privato» • Per Emir Kusturica recita con Jerry Lewis e Johnny Depp in Il valzer del pesce freccia e ancora con Marlon Brando in Don Juan DeMarco. Maestro d’amore: «Era il 1995. Brando era una presenza possente, ogni giorno suggeriva idee originali, la sua forza era emozionante. Ricordo che arrivava sul set scendendo della limousine in accappatoio e lo applaudivano ridendo»Nel 1997 a teatro la Dunaway diventa Maria Callas in Master Class di Terrence McNally, un ruolo che non la spaventa anzi, l’appassiona: «Ho vissuto sempre in maniera intensa so cosa vuol dire essere al centro della bufera. E la pressione della fama è l’emozionante territorio nel quale ho sempre vissuto». Da allora il sogno di portare Master Class sul grande schermo: «Maria ha cambiato il modo di cantare e di porsi nella lirica, come Fellini ha rivoluzionato il cinema. Ho pagato i diritti con i miei soldi, voglio fare il film in assoluta libertà, come regista e come protagonista. Sono determinata a completarlo al più presto». Finiti fondi dovette abbandonare il progetto: «Ero a pezzi. E lo sono stata per un bel po’. Non uscivo dalla mia stanza. Sono guarita con la terapia»Clamorosa la gaffe alla cerimonia degli Oscar 2017 quando, per via di una busta sbagliata, lei e Warren Beatty annunciano La La Land miglior film invece di Moonlight: «Quando Warren mi ha mostrato la busta in silenzio non ho capito che stava condividendo con me la sua perplessità, credevo stesse giocando per creare suspense. Lui è uno che fa spesso di questi scherzi» • «Abbiamo una onorevole carriera d’attori alle spalle, ma è davvero ameno e malignamente emblematico che le ultime generazioni ci conoscano e parlino di noi per il pasticcio, definiamolo così, della busta sbagliata della scorsa edizione degli Oscar» • «Ci sono due modi di essere Faye Dunaway nel 2018: il primo è quello di comportarsi da curatrice del suo infinito patrimonio cinematografico e teatrale, da vedova della Faye di tanti anni fa, ricordando e raccontando le storie dei tanti amici e colleghi e partner e registi, molti dei quali – da De Sica a McQueen a Mastroianni – non ci sono più» [Persivale, cit.] • Nel 2018, a 77 anni e mezzo ha fatto la modella per Gucci: «È successo all’improvviso: da Londra mi chiama il mio agente e mi dice che il direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, che adoro, vorrebbe collaborare con me per una campagna di una nuova borsa. Mi faccio raccontare la storia di questa campagna, io che vengo ritratta insieme con Soko, che è una cantante e attrice bravissima, che mi piace molto, che interpreta il ruolo di mia figlia. Io sono una cliente di Gucci. I suoi abiti mi fanno sentire bene: non succede sempre, ci sono abiti molto belli nei quali non ti senti te stessa, ti senti in costume» • «Ispira continuamente la moda, garantisce che “la cosa interessante è che non si sa mai, ma proprio mai, come un film verrà accolto dal pubblico”» [ibid.] • Nel luglio del 2019 è stata licenziata dalla pièce teatrale Tea at Five di cui interpretava Katharine Hepburn a Broadway a causa del suo comportamento. Pare fosse solita lanciare oggetti addosso ai collaboratori, schiaffeggiare i parrucchieri, presentarsi in ritardo, dimenticare le sue battute, lamentarsi delle luci: «Pretendeva che nessuno vestisse di bianco durante le prove perché sosteneva che le facesse perdere la concentrazione. Durante una performance a Boston addirittura, aveva cambiato le sue battute, attribuendo poi la colpa al cappello indossato da una spettatrice presente nel pubblico». Qualche mese dopo è stata querelata da Michael Rocha uno dei suoi assistenti. Pare che l’attrice l’abbia maltrattato chiamandolo «piccolo ragazzino omosessuale» • «Lentamente, man mano che gli spettacoli andavano avanti, ha iniziato a perdere la pazienza, ha iniziato a comportarsi male. I suoi demoni si sono impossessati di lei, è stata licenziata e hanno cancellato lo show. E questo è tutto». In realta, racconta Faye: «Non mi sentivo adatta a questo ruolo perché Katharine Hepburn è del New England e io sono del Sud. C’è una sensibilità così diversa che ero preoccupata di non riuscire a interpretarlo davvero. E questa cosa mi irritava ogni giorno di più» • «La gente non la cambi, non ne modifichi il cuore e la testa. La natura umana non puoi renderla diversa, ma forse per rendere migliore, almeno un po’, il nostro pianeta sarebbe sufficiente qualcosa di molto semplice: essere più gentili l’uno con l’altro» • «Sono 110 le sue interpretazioni, tra film e film tv e, tuttavia, la metà e le più celebri si consumano fra l’esordio nel ’67 e la fine degli Anni ’70. Dopo, Faye si sente sempre in bilico sul crinale che porta al viale del tramonto» [Morvillo, IoDonna] • «Nel momento in cui inizi a credere al tuo stesso successo, sei sulla strada della rovina» • Nel 2024 gira Faye, un documentario diretto da Laurent Bouzereau, un amico di suo figlio Liam. Per la prima volta ammette di essere bipolare e di prendere farmaci: «Ora sono più tranquilla. Ma nel corso della mia carriera ci sono stati momenti difficili. Non voglio giustificarmi. Sono ancora responsabile delle mie azioni. Ma ora ho capito qual è il motivo» • Il disturbo bipolare «provoca uno stato di forte eccitazione, cui segue la tristezza. Sono in tanti a soffrirne. Il mio comportamento, spesso reputato “difficile”, è stato aiutato dalle cure. Ho imparato a controllare certi impulsi e a comportarmi come facevano le persone intorno a me. È stata una parte importante della mia evoluzione». Ma ammette anche che, in un certo senso, i suoi sentimenti estremi l’hanno aiutata nel lavoro dove «gli alti e i bassi servono, con tutto quello che c’è nel mezzo e che nella vita non vorresti» • Il documentario affronta molto apertamente il problema dell’alcolismo di Dunaway. Aveva una passione per i gin martini, che gradualmente sfociò in un alcolismo conclamato. Ora è sobria da 15 anni e frequenta ancora gli Alcolisti anonimi • Ora vive di nuovo a New York. «Ha iniziato come una persona normale che cercava di diventare famosa e sta finendo come una persona famosa che cerca di essere normale».
Amori Si è sposata due volte: Nel 1974 con il rocker Peter Wolf: «Si erano conosciuti nel 1972 a San Francisco grazie a una giornalista amica di entrambi prima di un concerto della J. Geils Band. Si sposano due anni anni, quando lei è all’apice del successo. I fotografi li prendono d’assalto, lei non soccombe, anzi, le piace apparire, lui invece una volta sceso dal palco diventa timido e riservato. Pare che si siano separati anche a causa del disagio che lui provava nello stare perennemente sotto i flash (“Pur essendo ancora innamorati l’uno dell’altra”, come scrisse nel 1998 Dunaway nella sua autobiografia Looking for Gatsby: My life). Nel 1983 convola a nozze con il fotografo con Terry O’Neill. Tre anni prima i due avevano adottato Liam (1980) • «Siamo rimasti amici, abbiamo un figlio insieme ma sposarla fu un errore. Non amo le luci della ribalta, mentre come marito di una stella del cinema finii anch’io sotto i riflettori [Terry O’Neill a Enrico Franceschini, cit.]. Ha avuto relazioni anche con il comico Lenny Bruce e il regista Jerry Schatzberg e con Marcello Mastroianni conosciuto sul set di Amanti. Con lui resterà tre anni: «È stato l’unico uomo da cui ho desiderato essere chiesta in moglie. Ma lui non voleva lasciare la sua» • Un anno, durante la relazione con Faye Dunaway, l’attrice decise di fargli all’ultimo istante una bella sorpresa. Preannunciò il suo arrivo a Fiumicino la sera del 23 dicembre e la notizia gettò Mastroianni nello sconforto. Non era contento di incontrarla? «Era disperato, la visita gli creava gravissimi problemi. Lui doveva stare con la famiglia e così iniziò a inventare scuse improbabili e sempre più affannate, mentre noi, in una casa affittata per la circostanza, avevamo sistemato la Dunaway per una grottesca e solitaria vigilia di Natale. Marcello con lei esagerò. Alle contraddizioni da sbrogliare, preferiva fughe e clandestinità. Una volta la fece arrivare da Los Angeles, le mise una parrucca scura e puntò verso la casa nella campagna lucchese» [Giovanna Cau a Malcom Pagani e Fabrizio Corallo, Fatto] • «Una volta ero ad Almeria (Spagna) per girare un film francese, insieme a Faye Dunaway, donna stupenda: lei si lamentava per le continue telefonate di Marcello, era ossessionata, ma lo esibiva a volte come un trofeo» [Venantino Venantini ad Alessandro Ferrucci, Fatto] • «Una volta stavamo insieme a New York, passeggiavamo, ma lui [Mastroianni, ndc] era inquieto, nervoso. Ad un certo punto si è fermato di colpo davanti a un grattacielo. “Guarda lassù, la vedi quella finestra in alto, rettangolare? L’ho fatta modificare io perché ci fosse una vista migliore. Ho arredato tutto l’appartamento e quanto le ho detto, cara è pronto, mi ha lasciato. Non ci è venuta”. Era quell’americana, come si chiamava, oddio, confondo i nomi, ecco, sì, Faye Dunaway. “Marcello, ma tu non guardi negli occhi? Da lì si dovrebbe capire quello che pensano, se ti amano”; “ma quali occhi, mi rispose sconsolato, quali occhi... È che non ci riesco mai, mi faccio sempre fregare”» [Alberto Sordi a proposito di Marcello Mastroianni] • «Tra lei e Marcello la cosa era piuttosto seria, sebbene lui continuasse ad abitare in casa. Quando la storia finì, mi telefonò da Madrid: “Faye mi ha lasciato”. Aveva bisogno di me e io tornai» (Flora Carabella, moglie di Mastroianni) • È vero che suo padre le chiese di chiamarla per convincerla a tornare con lui? «E lei si arrabbiò parecchio. Non se la prese con me, ma col diretto interessato. Se mi metto nei suoi panni, a posteriori, me la sarei presa anch’io: sentirsi chiamare da un’adolescente, be’, non si fa. Ma poverino, le aveva provate proprio tutte. Sperava che sentendo una ragazza giovane che le diceva che papà stava giù, che era dispiaciuto, si convincesse a “dargli udienza”. Allora non me ne resi conto, ma fece una figura orrenda» (Barbara Mastroianni) • Faye voltò pagina con l’attore Harris Yulin, mentre Mastroianni, pentito e con il cuore spezzato, fece di tutto per riconquistarla, senza riuscirci • Faye Dunaway? «Lasci stare, non importa, è passato tanto tempo. Ma poi mi sono detto: meno male che è andata così» [Mastroianni a Eugenio Scalfari, Rep] • «Vorrei che gli uomini apprezzassero la mia vulnerabilità» • Faye Dunaway ora dichiara di essere una donna che ama la solitudine: «Non sono mai stata in grado di sopportare un dolore emotivo quindi piuttosto che essere ferita ho preferito chiudere la relazione, anche nell’amicizia. Mi chiudo in me stessa e lascio gli altri fuori».
Titoli di coda «Ho avuto il meglio dalla grande Hollywood».