21 gennaio 2026
Tags : Jim Jarmusch
Biografia di Jim Jarmusch
Jim Jarmusch, nato a Cuyahoga Falls (Ohio, Stati Uniti) il 22 gennaio 1953 (73 anni). Regista. Sceneggiatore. Musicista. Tra i principali riconoscimenti ricevuti, la Caméra d’or (1984, per Stranger Than Paradise – Più strano del Paradiso) e un Gran premio speciale della giuria (2005, per Broken Flowers) al Festival di Cannes e un Leone d’oro (2025, per Father Mother Sister Brother) alla Mostra internazionale del cinema di Venezia. «Jim Jarmush […] è un’idea di cinema, l’altra America, quella a est di Hollywood, quella di John Cassavetes, Amos Poe, Hal Hartley. L’American Dream al rovescio» (Mario Serenellini). «La vita non ha una trama. Perché dovrebbe averla un film?» • Secondo dei tre figli di un imprenditore di ascendenze ceche e tedesche e di una giornalista teatrale e cinematografica di ascendenze tedesche e irlandesi. «Abitavamo ad Akron, cittadina industriale dell’Ohio. Mia mamma era un’invasata di cinema, una che scriveva cine-cronache per il giornale locale (aveva anche intervistato Humphrey Bogart, un volta che era passato da lì), e mi depositava ogni weekend in una sala del centro, lo State Theatre: doppia programmazione, cinema di genere, serie B. È stato il mio latte d’infanzia: titoli, oggi di culto, come L’assalto dei granchi giganti di Roger Corman o Il pianeta proibito di Fred M. Wilcox, senza contare le orde di vampiri della Hammer con Christopher Lee e Peter Cushing». «Ricordi il primo film che ti ha fatto pensare “Ecco, voglio fare questo nella vita”? “Non proprio, ma da bambino vidi quasi per caso Thunder Road (Il contrabbandiere) con Robert Mitchum. Automobili veloci, criminali, violenza: wow! Prima avevo visto solo Bambi, capisci? Fu uno shock”» (Benedetta Bragadini). Da adolescente, però, «Jim si è appassionato alla controcultura americana, a cominciare da William Burroughs, Jack Kerouac e gruppi alternativi come The Mothers of Invention. […] All’epoca non pensava di dedicarsi al cinema, ritenendo invece di potersi esprimere al suo meglio come musicista o poeta» (Antonio Monda). «Era l’inizio degli anni Settanta, lui era arrivato a New York dall’Ohio via Chicago per studiare alla Columbia e diventare un poeta. Siccome “tutti facevano parte di una band all’epoca e non era importante avere tecnica”, si era messo a suonare le tastiere in un gruppo new wave chiamato Del-Byzanteens» (Alba Solaro). «Nel ’73 venni nove mesi a Parigi per una ricerca su Breton e i surrealisti. Fu allora, credo, che scoccò la scintilla. Frequentando assiduamente la Cinémathèque, ho davvero scoperto il cinema: è qui che ho visto per la prima volta un film di Samuel Fuller e ho conosciuto i nostri autori attraverso gli scritti teorici della Nouvelle Vague, Rivette, Truffaut…». «Passavo le giornate alla Cinémathèque: film indiani, giapponesi, italiani, Hollywood classica. Mi si è aperto un mondo. Da allora non ho più smesso. Ancora oggi guardo un film al giorno». «Tornato in America, mi laureo in Letteratura alla Columbia University, e poi mi iscrivo alla Graduate Film School della NY University, da cui esco senza diploma ma con il mio primo film, girato nel ’79 con i soldi della borsa di studio, su un viveur della Big Apple che fugge a Parigi in cerca di felicità». Nel frattempo, Jarmusch era riuscito a diventare l’assistente di Nicholas Ray. «Il regista lo vuole accanto a sé durante la lavorazione di Lampi sull’acqua, il film documentario che Wim Wenders stava girando sui suoi ultimi giorni di vita. È stata un’esperienza fondamentale, riguardo alla quale racconta un aneddoto significativo: “Portai a Nick una sceneggiatura e lui mi disse che non funzionava perché c’era poca azione. Mi misi a riscriverla e venne fuori una stesura con ancora meno azione: temevo che Nick si indispettisse, invece mi elogiò, riconoscendo che seguivo quello che sentivo di esprimere”. Dopo il debutto con Permanent Vacation, diventa un regista di culto con Stranger Than Paradise, che viene girato con 150.000 dollari e vince la Caméra d’or a Cannes» (Monda). La pellicola, del 1984, «racconta con umorismo e senso dell’assurdo il viaggio di tre ragazzi da New York alla Florida. Ancora un viaggio in Daunbailò (1986), storia di tre evasi interpretata anche da R. Benigni, mentre Mystery Train – Martedì notte a Memphis (1989) si compone di tre episodi ambientati nella città. Più diseguale il risultato di Night on Earth (1991), che annuncia un leggero logorio del suo stile, comunque concentrato su una narrazione minimale che si intreccia al gusto per la sottigliezza ironica. Con lo splendido, ideale dittico composto da Dead Man (1995) e Ghost Dog – Il codice del samurai (1999) J. porta il suo cinema ai confini della perfezione narrativa, formale e teorica, raccontando due rarefatte storie di uomini (un contabile perdutosi nel West e un killer professionista) che accolgono la morte dopo un lungo corteggiamento. Nel 2003 porta a compimento un progetto di cinema “antisalutista” iniziato dieci anni prima (Coffee and Cigarettes), composto da alcuni cortometraggi in bianco e nero realizzati in epoche diverse e con attori differenti ma accomunati dall’elogio di nicotina e caffeina, mentre nel 2005 vince il Gran premio della giuria al Festival di Cannes con Broken Flowers, dove dirige un impenitente B. Murray nei panni di un single che cerca di scoprire fra le sue tante donne chi sia la madre di suo figlio» (Gianni Canova). Seguirono Solo gli amanti sopravvivono (2013) e Paterson (2016), entrambi acclamati dalla critica, e I morti non muoiono (2019), accolto invece più freddamente. Da ultimo ha conquistato il Leone d’oro alla Mostra internazionale del cinema di Venezia con Father Mother Sister Brother (2025), «un trittico intimo, commovente, moderno e ironico, […] in cui si parla di famiglie, relazioni padre-figli, sorelle-fratelli, di madri, di perdita e assenze, protagonisti Adam Driver, Tom Waits, Vicky Krieps, Charlotte Rampling, Mayim Bialik e Cate Blanchett» (Andrea Giordano). «Un pezzo di cinema jarmuschiano in purezza, un lessico familiare teneramente disfunzionale in forma di antologia, tre storie autonome che si osservano, si rispecchiano e si accumulano, fino a diventare un’unica esperienza, emotiva e non solo. […] L’hai definito un “anti-action”. “Sì. […] Me ne sono reso conto solo dopo averlo fatto: ‘Aspetta un attimo, qui non c’è azione, non c’è dramma, non c’è sesso o nudità, non c’è nessuna di quelle cose che la gente si aspetta da un film’. E allora ho pensato: ‘Oh cavolo, ho eliminato tutto ciò che di solito ci si aspetta’. Ma in realtà è proprio la natura del film: non vuole e non ha bisogno di nessuna di quelle cose. È semplicemente un’osservazione dei personaggi, senza giudicarli”» (Bragadini) • Scarsissime le informazioni in merito alla sua vita privata. Legato sentimentalmente da circa mezzo secolo all’attrice e regista Sara Driver, secondo alcune fonti avrebbe una figlia • «Vivo a New York, anche se non mi piace più così tanto. Ho anche una casa in montagna, sui monti Catskill: adoro quei paesaggi, ed è bello evadere dal cosiddetto mondo reale. […] Lì ho un piccolo studio di registrazione, una sala d’arte: è un luogo bellissimo, molto appartato, ci sono orsi che gironzolano, lupi e ogni tipo di uccelli, anche se tendono a diminuire sempre più». Nel dicembre 2025 ha dichiarato di aver richiesto la cittadinanza francese. «La Francia, Parigi e la cultura francese sono ancorate molto profondamente dentro di me. Sarebbe un grande onore avere un passaporto francese» • «Vengo dal Trump world, e sono molto preoccupato. Non mi piacciono i politici che cercano di fottere il mondo trasformando l’empatia in un’energia negativa. […] Non si può mentire su quanto accade a Gaza: è un genocidio perpetrato con crudeltà» (a Cristina Piccino) • Grande amicizia con Tom Waits, tra i suoi attori-feticcio. «È una delle persone che amo di più al mondo. Una persona strana, incredibile. Abbiamo vissuto davvero tante avventure». «Quando parla della loro amicizia, Tom Waits sottolinea un elemento personale molto importante: “Per capire la psicologia di Jim, si deve ricordare che i suoi capelli sono diventati grigi quando aveva 15 anni, e per questo si è sempre sentito un emigrante nel mondo degli adolescenti. E da allora è sempre stato un emigrante, uno straniero buono d’animo e affascinato: tutti i suoi film parlano di questo”» (Monda) • Ottimo pure il rapporto con Roberto Benigni, anch’egli più volte interprete delle sue pellicole. «Ci siamo conosciuti quando facevamo i giurati al Festival di Salsomaggiore, mi sembra fosse il 1985: ci trovavamo sempre fuori dalla sala a fumare. Fu una folgorazione: scrissi Daunbailò pensando a lui» (a Luca Valtorta). «A Roma sono stato suo ospite nella casa sull’Aventino durante le riprese de La voce della luna: facevamo finta di studiare, io l’italiano, lui l’inglese, ma soprattutto mi portava sul set, mi fece conoscere Fellini e scoprire Roma». «Parliamo ancora al telefono, quasi sempre una volta al mese, di solito la domenica. È diventato un appuntamento, non sempre preciso, ma è una benedizione, davvero» • «Jarmusch ammette candidamente che può concepire il mondo senza film ma non senza musica. E infatti la mette ovunque: i musicisti usati come attori (Joe Strummer, Tom Waits, John Lurie, il rapper Rza…), le canzoni di Elvis Presley come ispirazione (Mystery Train), la lettera d’amore in forma di documentario per gli Stooges (Gimme Danger). La lista è lunghissima» (Solaro). «La musica è sempre la mia prima ispirazione. Amo il cinema, ma la musica è la cosa più pura in assoluto. […] La musica è la cosa più bella che facciamo come esseri umani. E non serve nemmeno capirla, comprendere le parole: arriva lo stesso» • Nel 2009 ha fondato insieme al produttore cinematografico Carter Logan il duo rock Sqürl, che nel 2023 ha pubblicato il primo album, Silver Haze. «Da dove ha preso il nome della band, Sqürl? È una parola che non compare in nessun dizionario. “L’ho inventata ai tempi di Coffee and Cigarettes: era la band del fidanzato di Cate Blanchett nel film. Mi piace perché in inglese sqürl suona come squirrel, scoiattolo. E mi diverte la dieresi sulla ‘u’ perché è tipica dei gruppi di heavy metal: Motörhead, Blue Öyster Cult, Mötley Crüe”» (Solaro) • Altra grande passione quella per la poesia. «È come la musica, dove non tutte le note vengono suonate, e quelle che non vengono suonate risuonano, dando maggiore importanza alle altre. Questo è anche il principio guida nei contenuti dei miei film. […] Amo la poesia. Amo gli spazi. Amo Apollinaire. I miei film sono più poesie che prosa, in qualche modo, lo sento». «Ho studiato con Kenneth Koch e David Shapiro della New York School: i poeti di quel movimento sono i miei padrini e madrine. Qualunque cosa io faccia si rifà al manifesto Personismo di Frank O’Hara del 1959, che dice: scrivi una poesia per una sola persona, per il tuo amore, per un amico, non scriverla per il mondo intero come un proclama; così sarai più mirato, e forse raggiungerai il pubblico in modo più personale» (a Cecilia Falcone). «Le capita mai di leggere le poesie a sua moglie come fa Paterson nel suo film? “A lei e a vari amici assortiti (ride). Mi piace molestarli: ‘Posso leggerti questa cosa che ho buttato giù?’. […] Ho messo da parte molte mie poesie: è un processo lento, come i collages. Un giorno forse le pubblicherò, ma non mi sento pronto”» (Solaro) • «Le piace fare i collages. Lo si è scoperto quando […] ha pubblicato la raccolta Some Collages (Anthology Editions). “Sono lavori semplici e mi piace questa loro umiltà, la pretesa di non essere speciali. L’ispirazione viene dal cut-up che William Burroughs usava nei suoi testi: ho provato a fare lo stesso, ma con le figure invece che con le parole. C’è voluto tempo, perché per farlo ho messo via una gran quantità di riviste, giornali, foto prese dai mercatini delle pulci”» (Solaro) • «È una persona curiosa fuori dal lavoro? “Mi definisco un ‘dilettante autoproclamato’, ma non in senso negativo. Sono un micologo dilettante, mi occupo di identificazione dei funghi, identifico uccelli, ho studiato la storia del design motociclistico italiano, so molto sull’hip hop underground”» (Giordano) • Da tempo ha smesso di «bere caffè – bevo solo tè e infusi di erbe –, non prendo più droghe, a parte la marijuana, e fumo poche sigarette. Non mangio carne né roba animale. In compenso mi aspetto qualche beneficio» (a Maria Pia Fusco) • «Sono supersitizioso» • «Silhouette elegante, d’angelo rock e aristocratico alieno» (Serenellini). «Jim Jarmusch si cela dietro degli occhiali scuri, quasi impenetrabili, capelli bianchi, ribelle e rock, e uno sguardo però visibile grazie al proprio modo di fare cinema» (Giordano). «Stralunato come il suo cinema» (Solaro) • «Indubbiamente una delle voci più originali e inventive del cinema indipendente americano, capace di connotare in maniera unica i suoi film pur attraverso un linguaggio in continua maturazione. […] Autore dallo sguardo surreale e penetrante, capace come pochi di mescolare tragico, comico e patetico» (Canova). «Poeta degli outsider, maestro di minimalismo dentro e fuori dallo schermo, portatore sanissimo di malinconia e deadpan humour» (Bragadini) • «Qualche volta seguo i giovani registi, ma soprattutto studio vecchi film. Ho un’ossessione per i film muti degli anni ’20 e per i pre-code dei ’30, prima della censura, con molte allusioni sessuali. E poi mi interessano i film cinesi degli ultimi decenni». «Tra Godard e Truffaut? “Godard, senza dubbio”. Che cosa glielo fa amare di più? “Il modo in cui sperimenta di continuo sulla struttura della narrazione. Amo anche Truffaut, ma è tradizionale; meraviglioso, ma tradizionale. Godard mi dà più energia: Fino all’ultimo respiro è uno dei film che ogni tanto torno a guardare”. Quali altri film non si stanca mai di rivedere? “Uh, sono davvero troppi. In a Lonely Place di Nicholas Ray. Unknown Pleasures del regista cinese Jia Zhangke, bellissimo, sulla storia di una compagnia di teatro negli anni di passaggio dal maoismo al presente. E un altro che amo moltissimo è Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, con Stefania Sandrelli, meravigliosa”» (Solaro). Una fascinazione per il cinema sperimentale di Man Ray, di cui con gli Sqürl ha anche sonorizzato alcuni cortometraggi muti. «Diceva che erano le cose più comuni a suggerirgli le storie. In questo siete simili. “Sì, mi piacciono i dettagli insignificanti a cui nessuno fa caso: la forma di un rifiuto sul marciapiede, una frase detta da qualcuno che passava per strada. La differenza tra me e Man Ray è che lui, da surrealista, ricontestualizza gli oggetti ordinari per trasformarli in altro. Io amo invece collezionarli, accumularli: i miei film nascono così, da tante piccole cose che formano un mondo. Man Ray usava le cose ordinarie per mostrare lo straordinario. A me piace prendere le cose ordinarie per mostrare l’ordinario”» (Solaro) • «Se sto scrivendo una nuova sceneggiatura leggo sempre la prosa di Marguerite Duras. Il suo è un linguaggio semplice, meno descrittivo, riduttivo: lei è stata una maestra straordinaria in questo senso, aiuta a ispirarmi». «Scrivo pensando agli attori. […] Colleziono piccoli dettagli e scrivo velocemente, tre settimane in tutto. E poi non giro esattamente lo script: dico agli attori che possono improvvisare» • «Continua a definirsi un amateur: com’è possibile? “Perché ‘amatore’ arriva da ‘amore’, ‘professionista’ invece è legato al fare soldi. Essere un amatore mi permette di essere più flessibile: non ci si aspetta che raggiunga un certo target demografico, sono più libero e ho completo controllo artistico sui miei film e sulle persone con cui collaborare”» (Falcone). «Totale controllo creativo: scelgo i miei collaboratori, nessuno interferisce. O così o niente, perché la vita è breve. Non lo faccio per i soldi, non voglio essere un regista di Hollywood. Voglio solo fare cinema, che per me è una delle cose più belle che gli esseri umani abbiano mai creato» • «È vero che Nicholas Ray […] ti disse “Non andare mai a Hollywood. Ti distruggeranno”? “È vero, l’ha fatto! (Ride). Ha detto: ‘Ora fammi una promessa. Non andare a Hollywood. Non andare nemmeno a visitarla’. E invece, naturalmente, io sono andato a visitarla. Ci ho anche lavorato, ma non ho mai fatto parte del sistema hollywoodiano. E molto di questo è avvenuto grazie ai consigli di Nick Ray. […] Semplicemente, Hollywood non è il mio posto”» (Valtorta) • «Contesto la concezione “autoriale” del cinema: […] un film è sempre una esperienza collettiva, che spesso produce il meglio proprio grazie alla collaborazione di diversi talenti. Personalmente ritengo che siamo tutti degli artigiani, che a volte riusciamo a raggiungere l’arte» • «Nulla è originale. Ruba qualunque cosa che risuoni dentro di te e accenda la tua immaginazione e ispirazione: divora vecchi film, musica, libri, dipinti, fotografie, poemi, sogni, conversazioni generiche, architettura, ponti, strade, segni, alberi, nuvole, acqua, luce e ombre. Seleziona solo le cose da rubare che parlano direttamente alla tua anima. Se fai così, il tuo lavoro sarà autentico. L’autenticità non ha prezzo, l’originalità non esiste. E non perder tempo a nascondere il tuo furto, anzi se senti di farlo celebralo. In ogni caso, ricorda sempre quello che disse Jean-Luc Godard: “Non è importante da dove prendi le cose, ma dove le porti”» • «Dove si va quando si muore? “L’energia non può essere distrutta: forse torniamo in qualche campo energetico nell’universo. Per esempio, alla fine delle mie sessioni di Qi Gong o Tai Chi mi sento come ripulito, e le persone che ci hanno lasciato fisicamente tornano a me in modi curiosi, non perché le sto pensando, ma perché sono ricettivo in quel momento”» (Falcone). «Vorrei raggiungessimo tutti lo spirito di accettazione di William Blake, il poeta di Dead Man. A chi gli chiedeva, ormai vecchio, come si disponesse alla morte, lui rispondeva: sarà come alzarsi e andare in un’altra stanza».