3 gennaio 2026
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Biografia di Bruno Voglino
Bruno Voglino, nato a Torino il 4 gennaio 1932 (94 anni). Autore televisivo. Talent scout.
Titoli di testa «L’artista non è quasi mai riconoscente».
Vita Di origini astigiane, ma nato (l’unico della famiglia) a Torino, dove è cresciuto. «Mia mamma Domenica aveva la licenza elementare. Amava leggere. Considerava vergognosi i cartelli “Non si affitta ai meridionali” che – negli anni del boom – capitava di vedere a Torino. Il Piemonte era per lei in cima alla scala dei valori. Un giorno (ero già in piena carriera) era venuta a trovarmi a Roma. Si era presentata con un delizioso sacchettino di insalatina, lavata, dicendo “vuoi che l’acqua di Roma lavi bene l’insalata?”. Era così. Mio padre Vincenzo era un buon uomo. Entrambi erano operai». Che ricordi ha della guerra? «Non siamo sfollati, siamo sempre rimasti in città. Ci si industriava a trovare gli infernot (cantine) più vicini appena suonavano le sirene. Abitavamo in via Mazzini, correvamo, percorrendo via San Massimo per arrivare all’angolo con corso Vittorio dove c’era il rifugio. La mia è stata una famiglia fortemente antifascista, i miei fratelli hanno combattuto». Che storia hanno vissuto? «Ricordo come fosse ieri, quando con i miei genitori andavamo su e giù con Asti tra uffici comunali e cimitero, per recuperare la salma di mio fratello Ermete, fucilato dalle Brigate Nere. Anche l’altro mio fratello Aldo è stato partigiano». E dove ha studiato? «Le elementari alla Tommaseo. Poi… medie e il classico e Legge, ma non ho mai pensato di fare l’avvocato o il magistrato. Anzi di quel percorso di studi non mi è mai importato nulla. Mentre studiavo, lavoravo alle Poste per guadagnare qualche soldino» [a Francesca Bolino, Rep] • «Amavo il cinema. Scrissi un saggio su Antonioni che lui apprezzò, tanto da paventarmi un posto da aiuto regista. […] Ovviamente (ride, ndr) Antonioni non mi chiamò mai» [a Fabrizio Dividi, Cds] • «Un amico [Valerio Ochetto] mi ha detto che in Rai facevano concorsi, e nel 1960, ho partecipato…». Come funzionava allora? (Sorride). «Eh, era una sorta di seconda università. Mica come oggi che entra chiunque! La Rai dei democristiani era ben fatta. Comunque, per diventare addetto ai programmi dovevi affrontare un concorso (titoli ed esami). Se venivi promosso, ti mandavano a un corso di addestramento professionale, dandoti una borsa di studio di 60 mila lire mensili: una specie di noviziato televisivo, per questo ci chiamavano “corsari”, termine che non esiste più. Ricordo il mio compagno di corso Lio Beghin (l’inventore di Chi l’ha visto?): il primo giorno, in aula, ci siamo trovati seduti allo stesso banco e siamo diventati subito amici». E vinto il concorso, dove è andato? «A Milano» [a Bolino, cit.] • Con quale trasmissione iniziò? «Con L’amico del giaguaro. Corrado era colto e simpaticissimo e lì conobbi Gino Bramieri, Raffaele Pisu e Marina Del Frate; con Lele diventammo subito amici. La Del Frate si dava un sacco di arie, ma era giusto così: lei era la soubrette» [a Dividi, cit.] • «Poi, essendo molto bravo, sono stato trasferito a Roma dove sono dal settembre del ’67» [a Bolino, cit.] • «A Roma, la sera prendevo mia moglie e andavo per teatrini a cercare personaggi per la tv. Facevamo programmi nuovi ogni momento, inventare era un obbligo, ci mandavano in onda a scatola chiusa» [a Alessandra Comazzi, Sta] • Che Rai era quella di allora? «Con tutti i suoi difetti era un luogo d’eccellenza. C’erano intellettuali veri, attenti alla società, non chiusi in una torre d’avorio. Pieni di slancio pedagogico verso un Paese tutto da ricostruire, anche dal punto di vista culturale. I democristiani colsero al volo l’occasione, la sinistra era come spesso in ritardo». Lei però era di sinistra. «Sì, ma sa come si diceva: tocca assumere un democristiano, un socialista e uno bravo. Si vede che io ero uno di quelli, anche se non sono mai stato considerato affidabile da nessun partito. Per fortuna» [a Michele Gravino, Rep] • «La Rai è sempre stata condizionata dalla politica e per decenni la parte del leone l’ha svolta la Dc: io lontanissimo da quella cultura, addirittura temevo di morire democristiano, mentre adesso rimpiango di non essere morto sotto di loro» [ad Alessandro Ferrucci, Fatto] • Nel 1977 ideò il programma Non stop: «Nel mio progetto non c’era la figura del presentatore che aveva da sempre, invece, contraddistinto i programmi fino ad allora. La scena quindi veniva lasciata a una sequenza ininterrotta e caotica di cabaret, musica e ballo. È stato un successo clamoroso» [a Bolino, cit.] • «Negli anni Ottanta [la tv di Berlusconi] aprì una sede in viale Mazzini, proprio di fronte al mio ufficio. Io pensavo: da qui con una carabina potrei farlo fuori, ma non ce l’ho e non la saprei usare, mi serve un killer, e dove lo trovo?» [a Gravino, cit.] • Fu mai contattato da Berlusconi? «Scherza? Fomentato da Mike, nel 1981 mi fece una corte estenuante fino a offrirmi 5 volte il mio stipendio. Era simpatico, lo ammetto. Traballai, ma poi gli dissi che non facevo per lui». «Ho capito subito che il suo modello di tv avrebbe rincretinito gli italiani» [ibid.] • Dal 1987 al 1994 Angelo Guglielmi fu direttore di Rai3, e ne cambiò lo stile, introducendo programmi d’inchiesta e satirici. Quando entrò in quella leggendaria Rai3? «Nel 1987 la rete venne ristrutturata in risposta all’offensiva del “Cavaliere rampante” che Craxi supportava. Pur di fargli un dispetto, la Rai si ricordò che in Italia c’era anche il Pci e gliela regalò. Il direttore Angelo Guglielmi era un corsaro; ci scelse tra i più esperti dandoci massima libertà creativa. Ricordo ancora quelle riunioni, a discutere per ore di proposte con budget risibili; ora dico “per fortuna”, perché fummo obbligati ad aguzzare l’ingegno». E Craxi? «Era incazzato nero. Pensavano di sopraffarci ma eravamo stati noi a sopraffare loro». «Non potevamo fare la fiction, perché non avevamo per prima cosa i soldi per produrla e sopratutto il tempo per farla, perché questo genere televisivo richiede naturalmente una lunga preparazione. Dovevamo mettere fuori dalla nostra porta il cartello “nuova gestione” ed invogliare da subito i clienti a venire da noi. Ecco quindi che arrivano le prime idee ed i primi programmi che ci hanno caratterizzato. […] La forza di quella Rai3 è stato che l’intrattenimento è riuscito a diventare in qualche modo anche informazione» [a TvBlog, 2022] • Nel 1988 creò La tv delle ragazze. «Le ragazze in televisione andavano quelle belle, a cui facevano fare poche cose. E quelle brutte venivano prese in giro, proprio perché brutte. È stato il primo programma comico-satirico in onda su Rai 3, al femminile» [a Bolino, cit.] • Nel 1993 ideò Quelli che il calcio. «Se all’epoca avessimo avuto le webcam odierne, ne avremmo messe due o tre nello stanzone dove lavoravamo tutti insieme, ricavando una montagna di materiale per un folle docu film». È stata un’impresa? «Assolutamente. Anche un’incredibile esperienza professionale e umana. Le riunioni di redazione erano fuochi d’artificio di intelligenza, fantasia, arguzia. Per esempio, ricorda la famosa suor Paola?». Certo. Un aneddoto? «In una seduta di casting, siamo venuti a sapere del fanatismo per la Lazio di una tal suor Paola. E ci siamo chiesti: le daranno il permesso di dar fuoco alle sue polveri tifoidee? Fabio Fazio, il conduttore della trasmissione, si è accollato il compito di accertarsene in convento. Tornato, era entusiasta. Ci ha detto: “Ce l’abbiamo! È completamente pazza, pensate che ha dipinto di bianco e celeste la ringhiera del balcone» [ibid.] • Altre trasmissioni da lui ideate: Complimenti per la trasmissione (1988, con Chiambretti), Avanzi (1991, condotto da Serena Dandini), Svalutascion (1992, con Adriano Celentano), Il portalettere (1992, sempre con Chiambretti), Il laureato (1994, ancora con Chiambretti) • Nel 2001 prese parte al progetto della Rai Cercasi Gnu (Geniali, nuovi, unici), che si proponeva di scoprire volti e autori. Ricevettero le candidature di 3.500 persone. Voglino, che selezionava il materiale, disse: «A parte i soliti cloni, c’è qualcosa». Nello stesso anno fu il «preside» del primo Saranno famosi di Maria De Filippi, su Canale 5, «ma ero solo decorativo» [a Gravino, cit.] • Nel 2022 ha scritto un’autobiografia per Castelvecchi, L’esondante ben temperato. «Un resoconto umoristico e mai morboso della televisione italiana e di molte delle persone che ho incontrato in vita» [a Fabrizio Dividi, Cds].
Ha scoperto Fabio Fazio. «Bruno Voglino e Guido Sacerdote mi hanno preso al primo provino per Pronto Raffaella». Fazio, durante l’ultima puntata in Rai di Che tempo che fa, ha salutato il pubblico dicendo che «senza Voglino non sarei mai esistito. È stata la mia mamma televisiva». «È stato molto carino, come sempre. È una delle poche persone che nell’ambiente si ricordano chi è stato determinante per loro […]. Per anni mi hanno perseguitato con gli sfottò. Mi dicevano: ma quanto rompi con questo Fazio. E io: è intelligente, capace e vi stupirà. Solo Raffaella Carrà si accorse subito del suo valore» [a Andrea Malaguti, Sta]. «È un finto buono. Ha uno stile garbato, certo, a volte forse ossequioso, ma è un uomo durissimo. Sa quel che vuole e lo difende con le unghie e con i denti. E compila liste di buoni e cattivi» [a Gravino, cit.] • Carlo Verdone. Lo notò nel 1977, che aveva 27 anni, in spettacoli underground: «In teatro a vederlo eravamo in tre» [a Gravino, cit.]. «Vado all’Alberichino e vedo una bara in scena. Verdone entrava e usciva per rendere omaggio al caro estinto, cambiando ogni volta personaggio, e il povero morto diventava sempre più “fijo de ‘na mignotta”» [a Comazzi, cit.]. Lo portò a esibirsi a Non stop • Massimo Troisi. «Un collega mi disse: “Ho visto tre napoletani, la solita roba”; e invece era drammaturgia del miglior lignaggio» [ibid.] Lo fece debuttare in televisione con la Smorfia • Piero Chiambretti. «Il primo provino al Centro di Produzione Torino. Ero al mio posto in regia. Ho visto comparire in studio un omino confezionato come un uovo di Pasqua: ombrellino parasole aperto, berretto, camicia, calze, scarpette, mutande, tutto a pois rossi in campo bianco. Ad un certo punto ha attaccato uno sproloquio: un’ilare sferzata a tutto ciò che di insulso e delirante può arrivare a offrire un palinsesto televisivo. Abbiamo riso tutti» [a Bolino, cit.]. «È stato un genio della televisione. […] Ma era un distruttore di cattedrali. Le buttava giù senza sapere come ricostruirle» [a Malaguti, cit.]. Secondo Aldo Grasso, Chiambretti «funzionava (così sciogliamo anche il dubbio delle recensioni favorevoli che un tempo gli venivano riservate) quando c’era qualcuno in grado di guidarlo (Angelo Guglielmi, Bruno Voglino su tutti), di indirizzarlo» • Paolo Rossi. «Si presentò con uno sketch in cui una signora vestita d’azzurro arriva in una malga per trasformarla in un albergo diffuso: peccato che era la Madonna» [a Comazzi, cit.] • Beppe Grillo. «Me lo segnalò Pippo Baudo, professionista intelligente, attentissimo, scrupoloso. Prima di lanciarlo con Fantastico, voleva vedere come andava: così gli affidai un segmento di Non stop, Les Chocolat’s, era straordinario. Io gli chiedo: chi ti aiuta a scrivere ‘sti testi? E lui mi parla di un ragazzo di Alassio, che faceva l’insegnante: era Antonio Ricci» [ibid.] • Corrado Tedeschi. Era nella commissione che cercava nuovi volti per la Rai e lo selezionò (Tedeschi poi di lui disse che è «una persona straordinaria» [a Renato Franco, Cds]) • Luciana Littizzetto. La vide esibirsi in un concorso di cabaret a Saint-Vincent. «Teatro Romano di Aosta, premio di cabaret. Questa ragazza fa un monologo molto divertente sul suo fidanzato grossista di uova, e lei mangia solo uova, s’ingozza di uova. La porto a La tv delle ragazze, ma con Serena Dandini non si trova bene, arriva a Cielito lindo con Minchia Sabri ed esplode» [a Comazzi, cit.] • Maurizio Crozza. «Lui, la Signoris, Dighero, Pirovano, capitanati da Marcello Cesena, formavano il gruppo dei Broncoviz, che si era fatto le ossa al Teatro della Tosse di Genova. Li ingaggiai per Avanzi. Quando cercai per telefono Cesena, credeva che fosse uno scherzo. Da ridere: con Carla ho fatto anche una particina nel suo film La bruttina stagionata: un maniaco sessuale che cerca goffamente di sgattaiolare da un sexy shop con una vagina di plastica sotto l’impermeabile d’ordinanza»[a Comazzi, cit.] • La scrittrice Guia Soncini. A fine anni Novanta le disse: «Hai una bella faccia, dovestri fare televisione». Primi passi come autrice. Lavora per Galagoal (Telemontecarlo, 1996) e Pubblimania (Raitre, 1996), Area 51 (Radio 2, 1997) • Alessandro Cecchi Paone. Nel 1982 un dirigente Rai illuminato, Bruno Voglino, indisse un concorso per trovare volti nuovi per la tv. Si presentarono migliaia di candidati e vennero scelti i tre migliori: Alessandro Cecchi Paone, Piero Chiambretti e Fabio Fazio. Voglino mi disse: “Cecchi Paone vuole fare il giornalista e lo mandiamo alle news, a Chiambretti ci penso io perché è torinese come me, tu occupati di Fazio” [Giancarlo Magalli a Valerio Palmieri, Chi] • Lavorò anche con Mike Bongiorno, che era già celebre. «Nel 1967 Mike mi propose un format Usa che in Italia non poteva funzionare. Lo smontammo e nacque Rischiatutto. Il segreto? Trasformare i concorrenti in eroici duellanti che avrebbero incollato per anni il pubblico al video» [a Dividi, cit.] • E poi: i Guzzanti, Giorgio Faletti, Enzo Iacchetti, Paolo Villaggio, Cochi e Renato, i Giancattivi • «Quei ragazzi hanno perso lo slancio, son diventati tutti miliardari». E lei? «Io no. Io ero solo un racimolatore di casi umani» [ibid.].
Dicono di lui «Ho avuto molte fortune nella vita, e una delle più grandi è stata frequentare, negli anni in cui ero ancora in grado d’imparare cose, Bruno Voglino, che se non sapete chi è andatevi a studiare la storia della televisione invece di perder tempo con me. Una volta gli chiesi la ragione del successo di Pickwick […] avevo la fortuna d’avere ventun anni. Mi disse: è che compare con quella fisicità da centravanti di sfondamento, e poi si mette a parlare di letteratura; è il contrasto fra l’aspetto e l’eloquio che lo fa diventare incantatore di serpenti» [Alessandro Baricco a Guia Soncini, Linkiesta] • «Viale Mazzini, era un luogo dove si cresceva. Si andava da Guglielmi, da Bruno Voglino, da gente che sapeva cos’era un’idea» [l’autore televisivo Giovanni Benincasa, 65 anni, ricordando i fasti della Rai all’inizio della sua carriera, a Salvatore Merlo, Foglio] • «Sono un nostalgico romantico cresciuto con Rai3. La guardavo da ragazzo, è la rete di Angelo Guglielmi, Bruno Voglino, Andrea Barbato» [Pif a Silvia Fumarola, Rep] • Racconta il regista siciliano Franco Maresco: «La terza rete ci affidò 49 puntate e il 7 aprile del ’92 ci ritrovammo in onda tutte le sere per sostituire Chiambretti con la striscia Blob Cinico Tv. Il direttore della rete Angelo Guglielmi e il capostruttura Bruno Voglino ebbero un coraggio pazzesco, anche se Guglielmi raccontò che tutte le sere tremava quando andavamo in onda» [a Mario Di Caro, Rep].
Dice sulla tv Controlla gli ascolti? «Un’occhiata la do» […] E... «Visto l’andazzo, se oggi fossi ancora un dipendente della Rai, non sarei così sicuro del mio futuro professionale» [a Ferrucci, nel 2023, cit.] • «Se avessi la bacchetta magica abolirei i talk show, perché sono immondi, quasi tutti. Promuovo la fiction, quasi tutta, che trovo ora ben fatta, rispetto ad un passato piuttosto discutibile, parlando dei prodotti Rai. Alcune riescono a raccontare il paese in modo migliore anche rispetto all’informazione» [a TvBlog, 2022] • «Io guardo solo Sky» disse nel 2015 a Comazzi [cit.]. Dirigente di una rete oggi, quale? «Senza dubbio Sky Arte, che dirigerei molto volentieri. Ho un’ammirazione assoluta per questo canale, che vedo tutte le sere» [a TvBlog, 2022] • «Io guardo poca televisione, ormai» disse nel 2023 a Malaguti [cit.] • «A un certo punto sono stato anche accusato di voglinismo televisivo. Ad un certo punto ho capito che non era un complimento». Voleva dire estremismo? «Eh, probabilmente sì. Ma l’estremismo televisivo, se consiste semplicemente nel fare cose che mai nessuno ha fatto, bé, mi sembra anche un estremismo abbastanza pacioccone» [a Francesco Pacifico, nel podcast Archivio pacifico].
Amori Negli anni Sessanta «a Milano ho conosciuto Renata [Mezzera] che purtroppo non c’è più da molti anni. Ha lavorato ai programmi di Alberto Angela. Ci siamo sposati nel ’78 ma non abbiamo avuto figli. E per me è sempre stata una spina nel cuore…» [a Bolino, cit.] • «Sono vedovo, vivo da solo, ogni tanto ho bisogno di esondare. Ma senza esagerare con la lunghezza o i piagnistei, e soprattutto senza prendermi sul serio. Per mestiere ho avuto fin troppo a che fare con gente dall’ego smisurato» [a Gravino, 2022, cit.] • (Squilla il telefono: «Mi scusi, è mio figlio». Conversazione molto affettuosa, promessa di vedersi presto. Voglino mette giù con un gran sorriso). Pensavo non avesse figli. «Non ne ho infatti, era Fabio, non le ho detto che mi chiama mamma?» [ibid.] • «L’unica cosa che nessuno deve mettere in dubbio è la mia fede granata» [a Malaguti, 2023, cit.]. Il suo maggior rimpianto? «Che nessuno mi abbia mai nominato presidente del Toro. L’avrei fatto benissimo» [a Gravino, cit.]. «Ho visto giocare il Grande Torino al Filadelfia. Forse è l’unico vantaggio di avere 90 anni» [a Fabrizio Dividi, Cds].
Titoli di coda Chi è il comico? «[…] Un filosofo» [a Bolino, cit.].