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 2026  gennaio 06 Martedì calendario

Biografia di Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara, nato a Roma il 7 gennaio 1952 (74 anni). Giornalista. Ha collaborato con numerose testate, tra le quali: Reporter, Corriere, Europeo, Epoca. Ha diretto Panorama e fondato il Foglio. Scrittore (6 libri). Ex conduttore televisivo. Ex politico.
Titoli di testa Ogni volta che si sente parlare di Giuliano Ferrara si pensa alla provocazione. La sua sicuramente è un’arte, perché provoca benissimo «O la mia è un’arte o il mondo è uno stagno, per cui qualunque opinione un po’ difforme sembra una provocazione» [ad Alice Liazza, Fla On The Road].
Vita Suo nonno Mario Ferrara era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato e collaborò con Giovanni Amendola. Suo zio paterno Giovanni fu un intellettuale chiave del Partito repubblicano di La Malfa. La zia materna era Giuliana De Francesco, moglie del partigiano gappista Franco Ferri [Giampiero Mughini, Foglio] • Suo padre era Maurizio Ferrara, giornalista dell’Unità e futuro senatore del Pci. Sua madre, Marcella De Francesco, fu per anni segretaria particolare di Togliatti e successivamente caporedattrice di Rinascita [Giuliano Ferrara, Foglio] • «Nel 1947 ebbero mio fratello, Giorgio [...]. Mamma non ricordava bene, in quale clinica romana sono nato, né a che ora, e mi raccontava di aver abortito parecchio prima di accettarmi e darmi il via libera [...]. Nacqui grasso e col pisellino. Una tremenda delusione. Da grandicello, non avendo mai fatto analisi, mamma mi disse che dovevo chiamarmi Francesca e che il suo solo desiderio era dare una sorellina a Giorgio. Cazzo, dev’essere per questo che mi sono sempre piaciute le donne, ma non solo loro. [...] Sono venuto fuori libero e sboccato, e forse anche violento almeno nei sentimenti, perché non ho avuto un’educazione borghese tradizionale, non ho proprio avuto altro che un’educazione culturale ed etica» [Ferrara, cit.] • Giorgio Ferrara, suo fratello era una peste già da piccolo? «Era buonissimo. Da piccoli, ancora in Italia, stavamo spesso soli, perché papà faceva il turno di notte al giornale, mamma era sempre in viaggio con Togliatti» [a Candida Morvillo, Cds] • «A sei anni ero a Mosca, papà faceva il corrispondente dell’Unità. Io andavo all’asilo, mangiavo zuppe, polpette, e poi a casa spaghetti, sono parecchio ingrassato, l’incubo di mamma, imparai il russo e la Russia in pochi mesi. Gente magnifica e molto dura: [...] mi menavano perché ero straniero. Però mi divertivo un mondo nella neve [Ferrara, Foglio] • Tre anni dopo la famiglia rientra in Italia: «Scuola pubblica, chiavi di casa a tredici anni, pacchetti di Kent con i soldini dei genitori, cinema e cose varie. Mamma una volta passò dal droghiere per protestare per i conti e seppe che io lì mi recavo ogni giorno a mangiare ciriole intrise di maionese, e le mettevo nel conto di casa» [ibid.] • «Da piccolo facevo un quotidiano infantile incollando con la Coccoina, su carta da impaginazione, gli articoli scritti a macchina. Mi vantavo dei complimenti di Togliatti e Pajetta e dell’editore Terenzi. Testata ambiziosa e poco disneyana: La questione» [Ferrara, Panorama] • «Dalla storia di Garibaldi che gli raccontava il papà, versione allegramente frontista (Fronte vince, vota Garibaldi: cose del 1948), il fanciullo trae forte spinta ideologica comunista-nazionale. Poi maturità classica». Partecipa agli scontri di Valle Giulia [Ferrara, cit.] • «Iscrizione all’Università di Roma, facoltà di Filosofia, bolgia ideologica. Polemiche da destra con il compianto maestro Lucio Colletti, ancora un po’ trotzkista e sostenitore della democrazia dei Soviet. Il bamboccio impertinente ripete in polemica col maestro la lezione di Togliatti sulla “via italiana al socialismo”» [Ferrara, cit.] • «Sono arrivato a Torino il 5 novembre del 1973 sulla mia R4 rossa, mandato da Pajetta “a scuola dalla classe operaia”. Ospite nelle prime settimane di Diego Novelli, allora direttore della rivista Nuova Società e da sempre candidato sindaco. Il terrorismo si affacciava a Mirafiori e Torino diventò città capitale del partito armato» [Ferrara, cit.] • «Ricoprirà a Torino questi incarichi: giornalista senza bollini dell’ordine e senza praticantato presso la rivista Nuova società, [...] capo dell’organizzazione politica del Pci alla Fiat Mirafiori (che porterà a duemila iscritti), poi responsabile della sezione problemi dello Stato (lotta al terrorismo), della sezione culturale e del comitato cittadino (organizzazione del partito in città) [Ferrara, cit.] • Per la lotta contro i brigatisti organizza dei colloqui nelle sedi del Pci con il magistrato Giancarlo Caselli, per concordare una comune strategia antiterrorismo. Svolge anche «riunioni con giurati del maxi-processo contro i brigatisti per convincerli a non rinunciare all’incarico [...] una cosa totalmente non garantista, da emergenzialismo devastante. Però sentivo che avevo una forte giustificazione etica. [...] Eravamo una specie di controterrorismo» [Paolo Persichetti, Gli Altri] • «Ho vissuto una specie di mezza guerra civile negli anni ’70 e per questo sono un uomo di pace [...] ho avuto paura anche fisica, di essere preso e abbattuto in mezzo alla strada come il povero Guido Rossa» • Si schiera contro i duri del sindacato che combattono la decisione della Fiat di licenziare i dipendenti collegati al terrorismo, una posizione in cui vede «la premessa di una sconfitta del comunismo che piace a me: si chiamava all’epoca eurocomunismo, la rivolta berlingueriana contro il partito comunista sovietico [...] l’assunto secondo cui i comunisti dovevano andare al governo, sacrificando ogni forma di estremismo e avviandosi verso una socialdemocrazia europea [...] nel famoso compromesso storico». Nel 1980 si dimette dalla segreteria della Federazione, «dopo aver partecipato a due vittorie elettorali del Pci ed essere stato eletto consigliere comunale. La sua intenzione dichiarata è tornare a Roma e finire gli studi». Novelli lo recupera grazie al posto di capogruppo in Comune e gli accorda un part-time [Ferrara, Foglio] • Si arriva al dunque nel settembre dell’82, in uno scontro tra Ferrara e il direttore d’orchestra Berio e l’assessore alla cultura Balmas. I due avevano organizzato un “concerto per la pace” in Piazza San Carlo. Quella sera si seppe che qualche migliaio di palestinesi, nei campi profughi di Sabra e Chatila, erano stati ammazzati dai cristiani sotto i riflettori di Tsahal. «A Ferrara [...] pare normale dedicare il concerto per la pace alle vittime. Di fronte al rifiuto del grande musicista e dell’assessore gnomo, s’incazza. Arringa in francese l’orchestra francese saltando sul palco. [...] Un impiegatuccio dell’assessorato spettegola e lo insulta, la cosa gli viene riferita, Ferrara scende dal palco e lo prende a schiaffi. Crisi politica. Tutta la Torino perbene è contro Ferrara [...]. Che fa le valigie per tornarsene a Roma e lasciare quello strano Pci dove ormai era sempre in estrema minoranza: battaglia per il voto segreto e per le correnti, critiche dure all’Unione Sovietica, animosità verso gli azionisti torinesi bobbieschi che si stavano impadronendo dell’anima del partito e del sindacato con i loro figli contigui al terrorismo» [ibid.] • «Il punto fondamentale è stato che mi sono stufato di dire “noi”, e ho cominciato a dire “io”. Sono due cose molto diverse. Se il tuo punto di vista psicologico è quello della comunità integrata è una cosa. Se tu dici “io”, l’individualismo fa irruzione nella tua personalità e nel tuo modo di vedere le cose e il mondo, e allora non sei più comunista». Come è stata accolta questa sua inversione in famiglia? «Bene, perché mia madre e mio padre mi conoscevano bene e sapevano che non era una cosa fatta per piccole ragioni, ma che era una cosa maturata nel tempo. Quindi sono stati sempre molto comprensivi. Gli amici anche. [...] Gli ambienti che io amavo provocare, filocomunisti di una certa sinistra radical-chic, [...] quelli non me l’hanno perdonata» [a Gigi Marzullo] • Torna a Roma e ricomincia gli studi: Machiavelli, Spinoza e soprattutto la scoperta di Leo Strauss, che lo porta a imparare il tedesco per studiare in Germania e lo avvicina al tema della questione ebraica. Nel frattempo campa di traduzioni. «Un giorno incontra a una fila per il “passi” del centro storico Pietro Favari, amico di Rita Cirio, che era diventata caposervizio culturale dell’Espresso. Aveva, come tutti i nuovi capi, bisogno di nuovi collaboratori per reinventare il servizio. Pietro chiede: “Che fai?”. Risposta: “Mi arrangio”. “Ti faccio chiamare da Rita?”, dice. “Grazie”, dice Ferrara. Ecco come entra nel giornalismo “professionale” il Ferrara» [Ferrara, cit.] • Poi arriva l’aiuto dell’amico di famiglia Alberto Ronchey, che lo raccomanda al neo-direttore del Corriere della Sera Piero Ostellino, in quota Craxi. Viene assunto e si mette a scrivere di Amendola e delle sue esperienze torinesi. A un certo punto Giampaolo Pansa, prendendo a pretesto l’uscita di un nuovo giornale, Reporter, lo intervista. Ferrara gli dice che Craxi è in grado di guidare una sinistra socialdemocratica seria, che il Pci sbaglia tutto, e che Fassino «dà ordini come un caporale e obbedisce come un soldato semplice». Craxi, che ancora non lo conosce, lo manda a chiamare, diventa suo protettore, lo piazza, su sua richiesta, a Reporter, dove Ferrara fa il giornalista a tempo pieno [ibid.] • Contemporaneamente, tra l’85 e l’86, diventa un informatore per la Cia. «Si limitava a “spiegare”, cosa che ha fatto tutta la vita, dagli operai torinesi ai riveriti telespettatori. Era l’anno di Sigonella, gli americani erano avidi di sapere chi cavolo fosse questo omaccione che gli aveva mandato i carabinieri contro, erano interessati a capire la sua logica politica. E Ferrara si profondeva in dettagli, analisi, interpretazioni dalla parte di Craxi» [ibid.] • Nel 1987 arriva la chiamata alla televisione. Antonio Ghirelli, sul Tg2, gli fa tenere una rubrica di commento notturna: «La tv era il normale prolungamento di quello che facevamo nel piccolo giornalino Reporter [...] Non ho mai pensato che l’informazione scritta o televisiva sia una professione, un mestiere [...] il suo senso più profondo è la politica, il parlare agli altri, organizzare le idee in funzione delle relazioni, della promozione della persona nella società moderna [...] Passai da Reporter alla televisione con lo stesso spirito militante» [Fate la Storia senza di me] • Nello stesso anno arriva un’offerta dal direttore di Raitre Angelo Guglielmi, che gli affida Linea rovente, programma in cui Ferrara indossa la toga e processa i protagonisti della politica. Ma l’abito non piace per nulla a Craxi. Dopo una quindicina di puntate la Rai trasferisce Ferrara sulla seconda rete, affidandogli Il testimone, un programma di approfondimento sui retroscena della cronaca. Stipendio: un miliardo di lire. Gli ascolti sono sensazionali e Ferrara diventa una star [Ferrara, cit.] • «Berlusconi non voleva che il giovedì ci fosse un concorrente forte sulla Rai. Mi chiamò [...] Capii subito che era un seduttore, conoscitore di uomini». Gli chiede due miliardi di stipendio e lui accetta. «Con Berlusconi c’era un sapore più divertente… tra i quattrini e il glamour mi sembrò da subito simpaticissimo”. Nacque così Radio Londra» [ad Alessandro Giuli, Foglio] • Il programma è un trionfo, al contrario delle sue successive produzioni Fininvest: Il gatto; Istruttoria; Lezioni d’amore. Ferrara dovrà aspettare il 2002 per tornare al successo, quando su La7 inventa (e condurrà per sei anni) Otto e Mezzo • «La buona televisione è quella che divide e fa ragionare il pubblico che la guarda. La televisione che, come diceva il grande Ettore Bernabei – manda a letto gli italiani contenti – è un grande mostro ideologico. è stata importante per fare l’Italia linguisticamente e culturalmente (...) però a me la televisione come focolare che riunisce la famiglia e livella tutti, non piace. A me piace una televisione che divide. Naturalmente non in modo stupido, non come certi talk show imbizzarriti di oggi, che non dividono, ma semplicemente tirano fango nel ventilatore, e diventa la logica della diffamazione universale. Però una televisione che con una certa rudezza, una cerca grevezza, e qualche volta perfino con il turpiloquio, riesce a darti uno stimolo e a farti pensare e a far capire che non tutto è melassa, che non tutto è ricomponibile, perché nella vita ci sono delle scelte che vanno valutate come tali, beh quella è una trasmissione che mi piace» [a Marzullo, cit.] • Quasi contemporaneamente, nel 1989, viene eletto europarlamentare in quota Psi • Nel 1994 Ferrara rimane «entusiasta» della “discesa in campo” di Berlusconi, che lo vuole al suo fianco prima come spin doctor e poi come ministro per i rapporti con il Parlamento [a Giuli, cit.] • Ma a te piaceva fare il ministro? «Sì molto, è stata un’esperienza molto bella [...] io facevo anche il portavoce politico del governo [...] quindi parlavo molto, e a me piace parlare, questo è abbastanza noto» [A Daria Bignardi, Le Invasioni Barbariche] • Nel 1996 fonda Il Foglio, dietro proposta di Lodovico Festa, Beppe Benvenuto e altri. «M’inventai il giornale in uno di quei modi folli [...] prendendo il layout del Wsj e copiandolo integralmente. Decidemmo di fare un giornale di élite, per l’establishment». Chiede finanziamenti a Berlusconi che in un primo momento nicchia, ma poi coinvolge la moglie Veronica Lario rendendola azionista di maggioranza [a Giuli, cit.] • «Sono stato, e sono ancora, un politico con il vezzo del giornalismo, di avere una tribuna per sé: per questo ho fondato e diretto per vent’anni un giornale» [Marzullo, cit.] • «Le ho date e le ho anche prese. Parecchie. Negli anni ’80 sono stato insieme a Craxi e Berlusconi uno degli uomini più odiati d’Italia» [ibid.] • Il Foglio diventa quindi la cassa di risonanza per le battaglie di Ferrara, sia quelle relative alle sue idee (per esempio le cautele sul tema dell’immigrazione islamica, il suo appoggio alle politiche della Chiesa Cattolica sui temi etici), sia quelle in favore dei politici che apprezza (come Berlusconi e Renzi), sia quelle che lo vedono coinvolto personalmente come la sfida nel ’97 per un seggio al Senato rimasto vacante, per il quale si candida nel Mugello contro Antonio Di Pietro (venendo sconfitto) o la «catastrofica» disavventura politica della sua lista elettorale antiabortista Associazione difesa della vita. Aborto? No, grazie del 2008 [Ferrara, cit.] • Nel 2015 annuncia il passaggio di testimone della guida del Foglio: «La lascio a Cerasa. Entriamo nel trentunesimo anno [...] non sono mica un satrapo, non posso mica stare quarant’anni in un giornale». E cosa farai se non fai più il direttore del Foglio? «Faccio il tifoso del Foglio, e continuerò, se Cerasa lo vorrà, a scrivere per quel giornale. E farò tante altre cose» [Bignardi, cit.] • Nel gennaio del 2022 viene colpito da un grave attacco cardiaco, salvandosi grazie a un intervento di angioplastica coronarica d’urgenza presso l’ospedale di Grosseto [Cds] • Quattro anni fa descriveva così le sue giornate: «Vivo ascoltando musica su Channel 3 e dalla Digital Concert Hall dei Berliner, leggo buoni libri, scrivo per il giornale quasi tutti i giorni, guardo film e serie di varia natura, seguo incantato lo sport, calcio e tennis, passeggio con i cani, un matrimonio di trentaquattro anni e l’amore, che è il suo bel complemento, qualche amico, messaggini e la consolazione delle giornate corte» [Ferrara, cit.].
Curiosità Da adolescente adorava Bob Dylan [Ferrara, Foglio] • Nel 1967 canta da corista e balla nell’opera rock Then an alley, di Tito Schipa Junior [Spazio 70, Facebook] • «Pesavo 130 chili e mi hanno sempre scambiato per qualcun altro grasso. Tipo la gente si fa i selfie con me pensando che sia Bud Spencer. Una volta al capodanno dell’89 ho cantato e firmato autografi a Berlino fingendomi Luciano Pavarotti. Erano tutti ubriachi però l’aria Che gelida manina mi è venuta bene». C’è un piatto che ti ha reso grasso? «I supplì» [Ad Alessandro Longoni, Beppe Salmetti e Riccardo Poli OffTopic24] • «Il conforto, sempre presente nella mia vita, dei cani, che sono per importanza subito sotto il livello dei cristiani [...] me l’hanno trasmessa i miei genitori, abbiamo sempre avuto cani per casa, per me una casa senza una bestiolina che scodinzola non è una casa» [Marzullo, cit.] • Ha letto, studiato e sottolineato tutti i libri scritti da Joseph Ratzinger [Sua moglie, Anselma Dell’Olio, a Monica Mondo, Soul] • La barba? «Ce l’ho da sempre. Sono nato con la barba, non l’ho mai tagliata in vita mia». Ma perché? «Perché dovrei? Se qualcuno mi spiega perché, la taglio». Con il calcio come è messo? «Sono un po’ irrequieto, vagabondo. Un po’ pigro anche. Però a tratti lo seguo con passione». Squadra del cuore? «La Roma, direi. Dico “direi” perché non sono proprio sfegatato, ma Totti piace da morire» • Nel 1993, quando contro Craxi all’uscita dal Raphaël vengono lanciate le monetine, realizza una straordinaria intervista, a caldo, al segretario socialista, che viene mandata in onda senza tagli (dura più di due ore) [Ferrara, cit.] • Sulla religione: «Penso molte cose cattoliche senza essere cattolico. Ma non sono un ateo devoto. Chi mi conosce sa che io sono il contrario di un devoto. Sono una persona disciplinata e razionale, ma devoto no [...]. Non ho niente da chiedere e niente da dare alla Chiesa. Se la difendo è perché credo profondamente che nella comprensione del mondo in cui vivo la Chiesa è un passo avanti alla cultura secolarista. Sulle cose, sulla vita, sui cosiddetti valori o criteri della vita giusta ho incontrato un pensiero che mi affascina, mi suggestiona, mi importa» [Tempi].
Amori «Non sono un esperto della materia, ma sono pagato per avere opinioni su tutto, quindi vi dico che il sesso è ridicolo in modo evidente e chiaro: lo fanno anche i cani, i cavalli, ma anche i coleotteri. L’amore è divino: lo fanno solo ed esclusivamente gli esseri umani» [a Otto e Mezzo] • Sposa nel 1987 Anselma Dell’Olio, donna di cinema, italoamericana: regista, sceneggiatrice, giornalista • Dove vi siete conosciuti? «Tramite amici comuni, brevemente. Poi ci siamo persi di vista. A me lui piaceva subito: era appena tornato da Torino. [...] Feci delle domande e mi dissero: “lascia stare quello, che è un problema”. Poi cinque anni dopo venne ad abitare davanti a me e sei mesi dopo eravamo sposati. Prima di lui avevo conosciuto i suoi genitori, tramite un mio fidanzato precedente che lavorava all’Unità, e mi sono innamorata di loro. Mi sono detta: “li voglio avere nella mia vita”» [Mondo, cit.] • Nell’estate del 1987 Ferrara la aiuta per l’adattamento italiano di Who’s That Girl. «Chiusi in casa per una settimana, abbiamo riso come pazzi, lavorando giorno e notte, abbiamo capito di avere lo stesso sense of humour, e alla fine di quella folle settimana mi ha portato al mare e su un gozzo mi ha chiesto di sposarlo. Gli dissi: ti sposo, ma fai tutto tu, la parte burocratica mi paralizza. Mi paralizzava anche il matrimonio, e non avrei potuto sposare nessun altro al mondo» [a Annalena Benini, Foglio] • «Con Giuliano ci assomigliamo, non siamo complementari [...] siamo due con caratteri forti e litigiosi: mia suocera chiamava le nostre liti, che continuano ancora oggi, “la lotta di potere nella coppia” (...) Infatti quando litighiamo e poi pensiamo al perché, è imbarazzante. Sono sempre stupidaggini: mai sulla famiglia, mai sulla religione, mai sui soldi» [Mondo, cit.] • Non è mai diventato papà: per caso, per scelta? «No, è che con mia moglie ci siamo sposati molto tardi [...]. Potrei chiedermi cosa sia la cosa più bella del mondo. E la risposta è semplice: mia moglie». È proprio innamorato. «Sì, la amo molto». Ma quindi esiste l’amore eterno. «Esiste, come no. Anzi, è l’unica cosa che esiste. Tutto il resto è un poco fatuo» [Marzullo, cit.].
Titoli di coda «Mi ritengo un uomo leale, intelligente, spiritoso, malizioso e piuttosto belloccio. La stima che ho di me stesso è direttamente proporzionale al mio peso» [A, 2007].