12 gennaio 2026
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Biografia di Renato Bruson
Renato Bruson, nato il 13 gennaio 1936 (90 anni) a Granze, in provincia di Padova. Baritono. «Re dei baritoni».
Titoli di testa «Un veneto che però sembra avere preso un po’ del tono frizzante e deciso delle terre del Lambrusco» (Claudia Provvedini).
Vita «Da bambino non ho avuto a portata di mano i mezzi per coltivare la mia passione per la musica e le potenzialità della mia voce. Credo di aver ereditato l’amore per la musica da mia madre, morta quando avevo appena otto anni: è stata lei a spingermi a entrare nel coro parrocchiale, dove ho fatto le mie prime esperienze musicali» [a padre Mario Conte, Messaggero di Sant’Antonio] • Quando hai cominciato a pensare di diventare un cantante lirico? «Per la verità io non ho mai sognato di fare il cantante lirico. È stato per caso che ho iniziato a studiare canto. Ero disoccupato e ogni tanto mi assumevano nei cantieri come manovale. Eravamo negli anni dell’immediato dopoguerra. A quel tempo c’erano poche strade asfaltate, erano quasi tutte sterrate. E il mio compito era proprio quello di riempire di sabbia le buche che si creavano sulle strade. Ricordo che la paga era di cinquecento lire al giorno. Quindi, a tutto potevo pensare tranne che a diventare un cantante». Quando hai scoperto di amare la lirica? «Tardi. Fino a 15 anni non sapevo neppure che cosa fosse, quindi non mi piaceva affatto. In casa non avevamo la radio e io, appassionato di sport e soprattutto di ciclismo, andavo dagli amici che l’avevano solo per ascoltare gli arrivi delle tappe del Giro d’Italia e per sentire le canzonette del Festival di San Remo. Le conoscevo tutte. Ma non sapevo riconoscere nessuna aria di Verdi. Era un genere che non mi piaceva». Allora com’è avvenuta la svolta? «Nel 1950 arrivò nel mio paese un parroco nuovo, don Sergio, che era appassionato di lirica. Fu lui a farmi scoprire l’opera. Aveva una grande collezione di spartiti e un giorno mi disse di andare da lui per ascoltare la lirica alla radio. Era il 1951, l’anno del cinquantesimo anniversario della morte di Verdi. Quella sera trasmettevano il Nabucco. Ascoltai l’opera, seguendola sullo spartito e mi appassionai. Continuai ad ascoltare le opere alla radio. L’anno dopo, quel prete mi portò per la prima volta all’Arena di Verona. Ricordo che viaggiammo sulla sua moto, percorrendo tutte stradine sterrate secondarie da Granze a Verona, un centinaio di chilometri circa. Quando arrivammo, la sua tonaca non era più nera ma quasi bianca dalla polvere. Vedemmo la Gioconda, diretta dal maestro Votto, con Maria Callas. Da quel momento la lirica mi entrò nel cuore. Dopo quella Gioconda in Arena ho cominciato a prendere in considerazione la possibilità. A Padova c’erano delle audizioni per il teatro e gli amici mi convinsero a partecipare. Mio cugino mi prestò la giacca, un paio di pantaloni e anche le duecento lire necessarie per l’iscrizione. L’audizione la tenne il maestro Pedrollo e devo dire che andò bene. Mi fecero chiamare e mi chiesero che intenzioni avessi, se volevo cioè studiare canto. Dissi con franchezza che avevo partecipato a quella audizione solo per curiosità e che non avevo i mezzi economici per studiare. Tutto sembrò finire lì. Passarono tre mesi e, poco prima di Natale, la commissione del teatro mi fece chiamare. Avevano deciso di assegnarmi una specie di borsa di studio perché potessi studiare al Conservatorio di Padova. Mi avrebbero pagato il viaggio da Granze a Padova, le tasse e anche il vitto per quei giorni in cui dovevo restare in Conservatorio. Mi lasciai convincere e cominciai. Ma fin dall’inizio non miravo a nulla. Per natura io sono un pessimista e a quel tempo lo ero molto di più. La vita non mi aveva dato altro che difficoltà e avevo sempre dovuto lottare coi denti per qualsiasi cosa» [Mario Fedrigo, GbOpera] • «Non avevo però risolto i problemi con la mia famiglia, che continuava a considerarmi uno che non aveva voglia di lavorare. Nell’ambiente contadino di allora, se uno lavorava aveva un’avvenire, se si metteva a studiare, specialmente musica, era considerato un fallito, che non avrebbe mai trovato uno sbocco nella vita». La musica, quindi, l’ha allontanata dalla sua famiglia? «No. Io ho continuato gli studi con l’aiuto dell’amministrazione del conservatorio, ma continuavo a vivere in famiglia. Solo al ritorno dal servizio militare mio padre, credo sotto la spinta della mia matrigna, che era una donna molto legata ai soldi, mi ha detto che non poteva più mantenermi, e mi ha invitato a trovarmi un lavoro. Mio padre era un uomo buono, ma troppo succube della mia matrigna. Anche in questo caso, però, vennero in mio aiuto altre persone. Al conservatorio avevo confidato la mia situazione a un amico: questi ne parlò con la mamma e i fratelli (il papà era morto) i quali decisero di accogliermi nella loro famiglia. Da quel momento i Berto sono stati la mia famiglia, lì ho trovato l’affetto materno che mi era mancato, sono stato trattato davvero come un figlio, come un fratello […]. Le difficoltà vissute da bambino mi hanno temprato. Poi ci sono doti innate, una certa testardaggine che mi permette di continuare ancora a studiare per migliorare la mia preparazione non solo nel canto, ma anche nella recitazione» [a padre Mario, cit.] • Esordio nel 1961 al Teatro Sperimentale di Spoleto (fa il Conte di Luna nel Trovatore): ««Un debutto con successo in teatro. Ma poi seguirono altri anni di tremende difficoltà che non facevano sperare niente di buono. Nel 1962 mi stabilii a Roma, perché nella capitale potevano nascere le occasioni di lavoro. Potei studiare con vari maestri del Teatro dell’Opera e sostenere delle piccole parti in teatro, ma niente di più» [Fedrigo, cit.] • Nel 1963, dopo un’audizione alla Scala, gli dissero: «Bruson, lei canta molto bene ma non possiede personalità» • «Sono stato fortunato, ho trovato direttori d’orchestra e registi che hanno compreso e assecondato le mie intenzioni, spronato a migliorarmi. Ho ricordi bellissimi di studio, di riflessioni: negli anni 1964-65, per esempio, con Tullio Serafin nel Ballo in Maschera, fu una concertazione, la sua, sapiente, da grande vecchio. Poi vennero Antonino Votto, Molinari Pradelli e altri autorevoli direttori. Ricordo con grande affetto i giorni in cui fui ospite di Tito Gobbi: andai per chiedergli consigli interpretativi e lui mi tenne con sé ben sette giorni. Erano consigli preziosi, spero di averne fatto tesoro» [Armando Caruso, Sta] • «Finalmente nel 1967 fui chiamato dal Regio di Parma. L’opera era la Forza del destino, con Franco Corelli. C’era moltissima attesa e fu per me un battesimo straordinario, che segnò il vero inizio della mia carriera. In sala c’era Roberto Bauer, incaricato dal Metropolitan di cercare voci nuove. Venne a congratularsi e mi fissò un appuntamento con il sovrintendente del Metropolitan, Rudolf Bing» [Fedrigo, cit.] • Debutto al Metropolitan nel 1968 sempre col Trovatore: «Bing voleva che restassi là, pagato mensilmente. Io rifiutai perché non mi piaceva l’America. Lui si risentì e finché rimase direttore io non ho più messo piede al Met» [ibid.] • Seguono il debutto al San Carlo di Napoli con il Lohengrin, in italiano, nel 1969, alla Scala nel 1972 con Linda di Chamounix, e il debutto all’Arena di Verona nel 1975. «Fu il commendator Cappelli, sovrintendente, a insistere perché andassi a cantare in Arena. Erano tre anni che mi faceva proposte, ma io avevo sempre detto di no perché le opere che mi voleva far cantare non erano del mio repertorio. Alla fine, il quarto anno, mi offrì La forza del destino, l’opera con la quale avevo debuttato a Parma e che mi aveva sempre portato fortuna. Solo allora accettai e fu un successo. Da allora la mia carriera non ebbe tregua» [Fedrigo, cit.] • Debuto al Covent Garden nel 1976 con Un ballo in maschera (faceva Renato, sostituì Piero Cappuccilli) • «Fra le tante altre serate rimaste indelebili nei miei pensieri, quella che forse mi ha dato la più viva emozione artistica, l’ho vissuta a Vienna nel 1984. L’opera era il Simon Boccanegra, una produzione della Scala con la regia di Giorgio Strehler. Come ho detto più volte, il Simon Boccanegra è un’opera che io adoro. Il finale mi ha sempre commosso, al punto che fin dalle prime volte che l’ho cantato, ho dovuto imparare a controllarmi per non incrinare la voce a causa della commozione. A Vienna quella sera fu un’apoteosi. Nel 1984 avevo già fatto circa cento recite del Simon Boccanegra. Lo avevo assimilato bene. Era entrato dentro di me al punto che quando lo interpretavo riuscivo veramente a immedesimarmi. Quella sera a Vienna, con Claudio Abbado sul podio, ho dato veramente il meglio di me stesso. Alla fine dell’opera, si chiuse il sipario e fu silenzio. Il pubblico era così preso, così coinvolto, che non applaudì. Niente. Silenzio assoluto. Furono attimi da infarto, non per la paura che l’opera non fosse piaciuta, ma perché sentivi che perfino l’aria era elettrizzata dall’emozione che coinvolgeva tutti. Naturalmente dopo alcuni attimi si è scatenato il finimondo di entusiasmo con applausi interminabili» [Fedrigo, cit.] • Specialista in Verdi e Donizetti. «Baritono verdiano non come si intendeva, o meglio, si fraintendeva negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma baritono verdiano come inteso e voluto dal compositore stesso» (Christian Springer) • Insomma lo senti molto. Senti più Simone o Macbeth? «Questa è una domanda a cui è difficile rispondere. Adesso sento molto Simone, ma se tu oggi pomeriggio mi fai sentire una registrazione di Macbeth, sento quello». Non credo però che basti l’aspetto del padre, forse hai trovato altre cose che ti hanno colpito nella figura di questo doge – corsaro. «L’ho studiato profondamente e ho cercato nella storia. Mi sono documentato e poi ho avuto gli insegnamenti di Tito Gobbi che su questo personaggio credo sia il più documentato». In quali termini l’aiuto di Tito Gobbi è stato fondamentale? «Mi ha dato dei chiarimenti storici che non avevo. Per esempio quando sono stato a Genova per la Favorita mi ero interessato per vedere dov’era stato sepolto, ma non sono riuscito a sapere niente. Attraverso Gobbi sono riuscito a sapere dove si trova la tomba, dove sarà trasportata, come è morto Simone». La cosa sorprendente è che sembra che tu lo faccia da anni e questo legame con il personaggio è proprio il frutto delle ricerche che hai fatto? «Sì, penso proprio di sì». Un rilievo che da qualche parte è stato fatto. Hanno detto che sei troppo signore per essere stato un corsaro che dopo diventa Doge. «Secondo me è un giudizio molto sbagliato, perché era corsaro sì, ma era un padre. Dopo venticinque anni lo ritroviamo Doge e padre e questo matura l’uomo. Poi, a parte questo, sono passati venticinque anni e anche se è stato corsaro, vivendo nel palazzo dogale qualcosa credo che abbia perduto. Una persona intelligente, come si è dimostrato Simon Boccanegra, non poteva rimanere corsaro sotto le vesti del Doge. Dipende poi dai punti di vista: se uno nasce bovaro e vuole restare bovaro son fatti suoi. È indubbiamente una figura complessa. Lo vediamo nel primo atto dove ritrova la figlia e lì diventa non solo signore ma anche patetico. Si sente un poco del suo carattere nel secondo atto, quando nel Consiglio inveisce contro i suoi dignitari che cercano di sbranarsi fra loro. Anche lì se noi guardiamo la partitura, non è il corsaro che grida: ci si aspetta l’urlo quando dice “E vo’ gridando pace e vo’ gridando amor”. Verdi ha messo dei p e poi il coro e tutti gli altri artisti dopo quella frase dicono “Il suo commosso accento”. Non è un grido che lui fa, non è un urlo disumano: il Doge prega questa gente di far pace fra di loro. La parola gridando esprime questo concetto: vi dico continuamente di fare pace. Non può essere un “commosso accento” se urla o salta sullo scranno». Il 7 dicembre 1998 è stato protagonista del Macbeth di Verdi, che ha inaugurato la stagione lirica alla Scala, il teatro più prestigioso del mondo. Che significato ha avuto questo evento nella sua carriera? «Per me è stato un eccezionale punto d’arrivo: nessun collega, prima di me, aveva inaugurato a sessantadue anni la stagione della Scala con un’opera così impegnativa come Macbeth, oppure in ruoli da protagonista. Se smettessi di cantare ora, potrei dire di aver concluso in modo eccellente la mia carriera». Lei ha interpretato Macbeth circa quattrocento volte. Come mai questa palese preferenza per il tormentato personaggio di Shakespeare? «Non è stata una mia scelta. Sono stati i teatri a offrirmi di interpretare questo personaggio. Ma mi sono esibito anche in Rigoletto, Don Carlos, Simon Boccanegra... In verità, ho iniziato la carriera interpretando opere di Donizzetti. Verdi è venuto dopo, ma certamente Donizzetti mi ha aiutato a passare al linguaggio verdiano». Lei viene definito da molti critici il «re dei baritoni». Qual è il ruolo del baritono nelle opere? Quali i personaggi che di solito gli vengono affidati? «Di solito si affida al timbro baritonale il ruolo del padre o del marito tradito. Nell’80 per cento della produzione verdiana il baritono è il padre. È una chiave molto intensa, che Verdi sentiva molto, forse perché aveva anche lui una voce baritonale: le più belle pagine per questa voce le ha scritte lui» [a padre Mario, cit.] • Nel 2001: «Oggi lavoro con giovani artisti, che potrebbero essere tutti miei figli, ma pochissimi vengono a chiedere consiglio. Ogni volta che capita, rispondo con gioia, come fosse mio dovere. Peccato, i giovani di oggi sono spaesati, a volte supponenti, ansiosi di fare tutto e di riuscire in pochi mesi a conquistare le scene, pronti a inseguire facili guadagni, ma la carriera si fa sapendo opporsi a coloro che non sanno, rifiutando opere che danneggiano la nostra voce, anziché aiutarla. Anche alcuni direttori hanno le loro colpe. A Vienna recentemente ce n’era uno che non mi piaceva. Non basta andare a tempo, il direttore che non interviene o ha poco da dire non è un buon direttore. Per non parlare di alcuni registi che in teatro dettano legge. Come si fa ad aprire il sipario sul Ballo in Maschera e vedere tutti i personaggi seduti su dei water? Tutti vogliono stravolgere. Stupire, distruggere, conta soltanto l’immagine. è gente che non ama il teatro» [a Caruso, cit.] • «Io non insegno canto, insegno interpretazione vocale del personaggio. Mi interessa la parola. Questo è il melodramma, musica e immagine, la musica è composta sul testo, non viceversa. Lo diceva anche Verdi: seguite il poeta più del compositore, la voce è il 50 per cento, il resto è cervello e cuore. Come puoi emozionarti, cosa vuoi mai trasmettere, se non t’importa nulla di ciò che il testo racconta?» [a Roberto Di Caro, Espresso] • Le sue nozze d’oro con la carriera, nel 2011, sono state festeggiate alla grande. «Con il libro Renato Bruson, il volto, il gesto e il passo, scritto e dedicatomi da mia moglie Titta Tegano, pittrice e costumista, mia grande collaboratrice» • Nel 2013, a 77 anni, l’addio alle scene. Questo è stato un evento. «Sono stato invitato a partecipare ai festeggiamenti per il bicentenario verdiano, come regista e protagonista del Falstaff nel teatrino di Busseto. Una esperienza indimenticabile» [Casanova, cit.] • Dicono che il teatro, la lirica, è agonizzante. «Non morirà mai, cos’è un uomo senza musica? È che la vogliono affossare: ogni nuovo sovrintendente si porta il suo codazzo, quando lui va via il codazzo resta e un altro se ne aggiunge» [a Di Caro, cit.].
Curiosità «Un burbero benefico: lui nega schermendosi, ma racconta delle volte (sì, più d’una) in cui s’interruppe a metà di un’aria, a San Francisco perché in platea masticavano chewing-gum, tremendi gli americani, cowboy coi soldi, o a Vienna perché una signora in prima fila scartava una caramella con lentezza esasperante: “Finisca pure il suo lavoro, poi riprendo il mio”» [ibid.] • Tutta la musica gli piace. Il jazz. La leggera: ha inciso dischi, cantato Cocciante, memorabile la sua versione del “Vecchio frac” di Modugno. La sinfonica: «Ma arrivo al massimo fino a Stravinskij, la contemporanea neanche sentirla, mi disturba, mi rende nervoso, per quale motivo penare?» Respighi sì, però: va matto per “I pini di Roma”. Perché «riesce a farmi vedere la natura. Ascolti le sue note e li senti ondeggiare, quei pini. Sensazioni, emozioni, incanto, questo è per me la musica, il melodramma» • «Io e mia moglie abbiamo vissuto per decenni in affitto, ho sempre sognato di comprar casa ma l’ho presa, a Roma al Salario, solo quando ho guadagnato tutti i soldi per pagarla senza far debiti» [Roberto Di Caro, cit.].
Amori Ha sposato la costumista Tita Tegano, che gli ha dedicato il libro Quarant’anni recitar cantando, ricco di vecchie foto (Editoriale Pantheon, 2001). Vivono tra Roma e Este. Senza figli.
Titoli di coda Per lei chi è Dio? «Colui che mi ha dato la mia bella voce» [a padre Mario, cit.].