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 2026  gennaio 27 Martedì calendario

Biografia di Nicolas Sarkozy

Nicolas Sarkozy , nato a Parigi (Île-de-France, Francia) il 28 gennaio 1955 (71 anni). Politico. È stato il 23esimo presidente della Repubblica francese (2007-2012) • Detto «Sarkò» • «Ha alternato atteggiamenti ora improntati a un deciso conservatorismo ora aperti ai contributi dello schieramento progressista» (Treccani) • «Iperattivo De Funès di provincia» (Giuliano Ferrara) • «Dietro di lui non c’era un’ideologia e/o un pensiero, ma i suoi istinti e i suoi impulsi» (Stenio Solinas) • «Scuro di capelli, con tratti espressivi e vagamente mediterranei (era per metà ungherese e per un quarto ebreo greco), basso di statura (era alto circa 1 metro e 75 centimetri, ma indossava scarpe con il rialzo): sembrava un personaggio di Toulouse-Lautrec» (Barack Obama) • «Bisogna calpestarlo: dicono che porti bene» (Jacques Chirac) • Laureato in legge, «il suo maestro nell’avvocatura dice di lui: “Se un cliente colpevole restava mezz’ora con lui, si convinceva di essere innocente”» (Francesco Merlo) • In politica già ai tempi dell’università, intraprese una carriera fulminante che lo portò a diventare sindaco di Neuilly-sur-Seine (1983-2002), deputato dell’Assemblea nazionale (1988-1993; 1995-2002; 2005) ed europarlamentare (1999), ministro del Bilancio (1993-1995) e portavoce del governo Balladur (1993-1995), ministro delle Comunicazioni (1995), dell’Economia (2004) e dell’Interno (2002-2004; 2005-2007) • Da presidente, ha affrontato la crisi finanziaria del 2007, la crisi dell’euro, la guerra russo georgiana, le primavere arabe. Grande attenzione, in patria e in Italia, per il suo matrimonio, il terzo, con la cantante e modella italiana Carla Bruni (n. 1967), impalmata nel 2008 all’Eliseo • Celebre anche il sorriso con cui, nel 2011, durante una conferenza stampa congiunta con Angela Merkel a Bruxelles, bollò una domanda su Silvio Berlusconi e sull’affidabilità finanziaria dello Stato italiano • Coinvolto in una serie di processi penali per corruzione, nel 2025 è stato il primo presidente emerito francese a passare un periodo in carcere (rimase venti giorni nella prigione della Santé). Pare che mangiasse solo yogurt per paura che gli altri prigionieri, adibiti alla mensa del penitenziario, gli mettessero nel piatto qualche sorpresa • «Era mediocre e aspirava alla grandezza, si riteneva un uomo d’azione che disprezzava lo snobismo delle élites, ma non desiderava altro che da quelle élites essere accettato, “le président bling bling”, ubriacato dal profumo e dal potere dei soldi» • E pensare che, quando era sulla cresta dell’onda, diceva: «In politica non bisogna chiedere: bisogna prendere».
Titoli di testa «Cronisti ingenui, in buona fede, patiti di storia, tirano in ballo Napoleone. Chi il Primo, chi il Terzo. Qualcuno ha pensato per fortuna a Balzac, del quale Nicolas Sarkozy potrebbe essere un personaggio. La trama del romanzo è la scalata sociale e politica di un francese di prima generazione, figlio di un avventuroso nobile ungherese fuggito dal comunismo […]. Insomma un quasi immigrato, sia pur di lusso» (Bernardo Valli).
Vita «Non ho nostalgia dell’infanzia: da bambino non sono stato mai felice». «Il padre, assente e non proprio amatissimo per le manie di grandezza e le gare perverse all’emulazione lanciate fra i figli, era un aristocratico ungherese, molto charmeur. […] Sbarcato a Parigi come un profugo, scampato alla dittatura comunista e per un pelo all’arruolamento nella Legione straniera, Pál Sarközy de Nagy-Bocsa, i primi tempi a Parigi, aveva fatto la fame. La leggenda vuole che, la prima notte, l’abbia passata al gelo, dormendo come un clochard sulle grate del metro alla stazione dell’Étoile. Poi, aiutato da faccia tosta, buone maniere e un discreto talento di disegnatore, impalmata in pochi mesi la figlia giovanissima di un medico stimato, si darà alla pubblicità, diventando persino ricco, ma senza mai mostrare soverchia prodigalità verso i figli della prima moglie, alla quale ne seguiranno altre tre. […] Un padre narcisista e molto assente, che un giorno, esasperato dai mugugni dei figli, gli sbatté in faccia un “Non vi devo nulla”, e scomparve. […] Del borghese in senso classico, dunque, Nicolas Sarkozy aveva poco o niente. Dei tre figli di Pál e Dadu [Andrée Mallah (1925-2017), ndr] era il secondogenito, il più impertinente, quello che andava peggio a scuola, ma anche l’unico che la sera, quando usciva con gli amici, chiedesse alla madre se non voleva uscire con loro. Era un ragazzo sensibile, beneducato. Quando la madre aveva lasciato il marito, tornandosene a vivere nella casa paterna – […], per mantenere i figli s’era rimessa a studiare, ed era diventata avvocato –, […] era stato il nonno, Bénédict Mallah, a fargli da padre. E il nonno, urologo di professione, collezionista di francobolli per hobby e gollista fervente per passione, era un tipo serio, vecchio stampo. Una figura chiave nel romanzo di formazione di Sarko. Ebreo della comunità sefardita di Salonicco, cresciuto nel culto dell’universalismo francese, arrivato in Francia adolescente, nel 1904. Dopo la laurea in Medicina, durante la Grande guerra s’era innamorato di una giovane infermiera lionese, rimasta vedova, e prima di sposarla s’era convertito al cattolicesimo. Quando scoppiò l’altra guerra, la seconda, fiutato il vento dell’antisemitismo vichyssois, chiuse lo studio medico di Parigi e andò a rifugiarsi con moglie e due figlie nella Corrèze, in una vecchia casa di campagna, che un giorno fu perlustrata da una pattuglia di Ss. “Papy Bénico” era un tipo accorto, temprato dalla vita, attento al soldo e preoccupato di restarne senza. Curava gratis i pazienti in ristrettezze, ma non spendeva un centesimo per rinfrescare il vecchio villino liberty della rue Fortuny, dietro il Parc Monceau, dove aveva casa e studio. Nel Sessantotto, durante gli scioperi e le barricate di maggio, temendo penurie come ai tempi di guerra, fece persino scorte di viveri per un anno. […] Eppure, agli occhi del nipotino, quel nonno austero, di poche parole, patriota sino allo spasimo, gollista della prima ora, amante di uniformi e di sfilate, era un mito vivente. […] Morto il nonno, nel 1973, i Sarkozy lasciano il villino della rue Fortuny dove erano inquilini, e con la buona uscita comprano un appartamento nuovo a […] Neuilly-sur-Seine, […] la periferia chic di Parigi, tra la Porte Maillot e il Bois de Boulogne, una zona residenziale per professionisti abbienti, star del cinema e “nouveaux riches”» (Marina Valensise) • «Sarkozy è cresciuto […] “povero” (di una famiglia borghese, ma in decadenza) fra i ricchi. Studente mediocre (bocciato in prima media), non ha frequentato nessuna delle “grandes écoles” francesi, fucina dell’élite. Si è “solo” laureato in Legge all’università di Nanterre, in Francia dalla pessima fama» (Leonardo Martinelli) • «Per raggranellare qualche soldo, e non gravare sul bilancio familiare, Sarko, iscritto in Legge a Nanterre, si mantiene agli studi lavorando come fattorino dal fioraio sotto casa, o come commesso nella gelateria di un ex colono rientrato dal Marocco, amico suo. Il ragazzo […] ha gusti popolari. È un figlio degli anni Sessanta, cresciuto guardando la tv il sabato sera, ascoltando i dischi di Claude François e di Johnny Hallyday e seguendo le tappe del Tour de France, di cui è patito. Ben presto, ha imparato una verità che un giorno gli tornerà utile: “Se non ti piace quello che piace alla gente, non la puoi capire, la gente”. La cosa singolare è che questi gusti popolari da uomo comune non gli impediscono di coltivare idee fuori dal comune, o comunque non piegate al conformismo. […] Giovanissimo, ha messo piede per la prima volta nella sezione dell’Udr [Union des démocrates pour la République: il partito gollista dell’epoca, ndr] di Neuilly, spinto da una voglia matta di militanza. Era un sabato pomeriggio del marzo 1974, anno nero per i gollisti. L’anno della morte di Georges Pompidou e delle divisioni intestine per la destra. […] Sarko all’epoca ha diciannove anni e le idee chiare. “Sentivo dentro di me una forza interiore che dovevo utilizzare – scriverà anni dopo –. Avevo bisogno di fare qualcosa per me e per la mia vita, e la politica era uno degli ultimi campi di avventura collettiva possibile. Anzi, per me era l’unico aperto”» (Valensise) • Nel giugno 1975, a Nizza, il suo primo intervento pubblico, al congresso dell’Udr. «Chirac gli diede la parola: “Sei tu Sarkozy? Hai cinque minuti”. Lui tenne il microfono per venti, dicendo più o meno: “Essere gollisti significa essere rivoluzionari”. Pochi mesi dopo era alla tribuna del congresso del movimento giovanile a Le Bourget. […] Era il ‘75, e il suo slogan era: i giovani alla conquista del 2000. Guardava lontano, il piccolo Nicolas» (Cesare Martinetti) • Sarko è ambizioso, audace, sfrontato. Chirac lo prende in simpatia. In quel ragazzo perennemente in movimento, carico come una pila, compresso come una molla, il capo del gollismo rivede sé stesso. È l’inizio di una lunga ascesa. A 21 anni, Sarkozy è consigliere comunale a Neuilly. A 23 è nel comitato centrale del partito. A 28, sindaco. A 34, deputato. A 38 è nominato ministro. «Nel 1993 un pazzo tiene in ostaggio 21 bambini in una scuola materna di Neuilly e lui non sente storie, va a negoziare in diretta dinanzi alle telecamere con l’uomo (soprannominato “Human Bomb”), con una buona dose di coraggio e sangue freddo» (Martinelli) • Dice di essere circondato da pigri che «“lavorano solo 9 ore al giorno”: lui ne lavora 15» (Pace) • Nel 1994 il movimento gollista si spacca in due, da una parte Chirac, dall’altra il primo ministro Édouard Balladur. Nicolas si schiera con il secondo. Chirac lo bolla come un traditore. Lui commenta: «In politica non sei nessuno fintanto che non tradisci» • «Sarkozy ormai corre in proprio. Riesce persino a farsi eleggere segretario generale del partito, è capolista alle europee del ‘99: la lista unitaria del Rpr con la destra liberale prenderà meno voti della lista dissidente di Charles Pasqua e poco più dei Verdi. Una sconfitta netta, di cui Sarkozy porta poche responsabilità. È però l’occasione per vedere che i francesi lo amano poco. Spiegherà al settimanale Le Point di esserne consapevole, ma di sapere anche che è circondato da pigri che “lavorano solo 9 ore al giorno”: lui ne lavora 15» (Pace) • «Nel 2002 […] aveva già riconquistato la prima linea. Chirac non gli diede, come sarebbe stato giusto, la seggiola di primo ministro, preferendo il grigio Jean-Pierre Raffarin […]. Ma gli affidò il compito più difficile: il ministero dell’Interno. Era il maggio 2002, Jacques Chirac era stato confermato all’Eliseo al termine di “surreali” elezioni nelle quali aveva avuto come sfidante non il socialista Lionel Jospin, eliminato al primo turno, ma Jean-Marie Le Pen, il duce dell’estrema destra, che aveva imprevedibilmente sfondato al primo turno agitando tutte le paure dei francesi: criminalità e stranieri, banditi e immigrati clandestini. Sarko aveva il compito più difficile. E c’è riuscito. Non a battere la criminalità (quando mai la politica risolve i problemi?), ma a dare l’impressione che la situazione fosse cambiata» (Martinetti). «Pare che la sera stessa in cui assume le funzioni di ministro dell’Interno Sarkozy s’incaponisca a voler fare un primo giro dei commissariati nei quartieri a rischio e che sia stato il presidente a dissuaderlo. Ma a partire dall’indomani, da place Beauvau, alla testa di 200 mila poliziotti e funzionari, si abbatterà sulla Francia come un ciclone. Non ci sarà più crimine che non lo veda sbarcare sul posto, di preferenza prima dei telegiornali delle 20. Ogni domenica mattina alla 7 telefona a tutti i prefetti» (Pace). «Sarko l’ha presa di petto, e tanto per cominciare ha fatto il giro dei commissariati di periferia portando in regalo agli impauriti flic di frontiera i flash-ball: degli spara-palle di caucciù che non uccidono, ma fanno un bell’effetto. È cominciata così la più grande costruzione mediatica della ricostituzione dell’ordine in Francia: simboli, immagini, colpi di tv, un ministro presente su tutto e ovunque. L’unico flash-ball di cui si è avuta notizia era in mano a un ragazzo immigrato che l’ha usato contro i compagni in classe: un ferito. […] Nicolas Sarkozy […] ha affrontato e demolito tabù e ipocrisie, ha dato forma e sostanza a quel detto secondo cui “il progressista è un conservatore che non ha mai subìto una rapina”, ha rovesciato l’approccio concettuale su sicurezza e ordine pubblico: vittime sono i cittadini derubati, non i “poveri” che rubano per sopravvivere. No ai mendicanti “aggressivi”, no alle prostitute di strada che “adescano”, no ai campi nomadi selvaggi» (Martinetti) • «Per i giovani delle banlieue è “monsieur Charter” per la rapidità con cui rispedisce a casa gli immigrati clandestini, ma per la maggioranza dei francesi diventa in pochi mesi l’uomo politico più popolare. […] È questa l’essenza del metodo e, se esiste, del sarkozismo: mettersi sempre dalla parte delle vittime, dei cittadini che tanti governi successivi avrebbero abbandonato, chiamare le cose con il loro nome perché i giovani che assaltano un carro della polizia o fanno la “tournante” passandosi l’un l’altro le ragazze delle cités dopo averle violentate non sono giovani, ma criminali contro i quali usare la massima fermezza. Sarkozy parla il linguaggio di tutti i giorni, al limite del dialetto, meno delle 300 parole consigliate nelle vecchie scuole di giornalismo. […] Là dove la sinistra scommetteva sui tempi lunghi della sociologia, del ripensamento delle città, lui dice che il tempo è scaduto. È proprio questo suo essere naturalmente di destra, liberale senza orpelli né complessi, che irrita e piace nel suo stesso campo. Pare che vedendolo una volta in azione in televisione Bernadette Chirac abbia esclamato: “Però, quel piccolo figlio di puttana, che talento!”. […] E sarà comunque Bernadette a fare il primo passo e a convincere il marito che era venuto il tempo di mettere una pietra sul passato, perché “in politica chi non sa girare pagina non va da nessuna parte”. […] A marzo del 2004, […] dopo la Waterloo delle regionali […], si vede già a Matignon per la forza delle cose. “No, ho bisogno di te alle Finanze, sarai numero 2. Aiutami e ti prometto che non te ne pentirai”, risponde Chirac, che riconferma alla testa del governo un Raffarin sempre più trasparente. Ma questa volta […] è ormai al posto giusto, in imboscata, pronto allo scatto verso l’ultimo obiettivo: prendere possesso della casa del padre: l’Eliseo. […] Glielo hanno chiesto nel corso di una trasmissione radiofonica, se non pensasse all’Eliseo tutte le mattine mentre si faceva la barba. E lui: “Non soltanto quando mi rado”» (Pace). «Un’ossessione martellante, un’ambizione divorante, che però cresceva dentro un progetto politico completo: […] Sarkozy […] è l’uomo dell’aggiornamento del gollismo […] Sarkozy ha tolto la polvere alla destra francese. […] Mai un ministro della République s’era fatto fotografare in pullover nel suo ufficio con moglie, figlio e cane labrador. Mai un ministro aveva sfidato il presidente fin nel dileggio della snobistica passione chiracchiana per la lotta giapponese sumo: “Che cos’è? Uno sport, quello?”. Ma, oltre alla caricatura, ci sono le cose serie. […]» (Martinetti). «Rupture per Sarkozy significa innanzitutto il ripudio del “pensiero unico”, la rinuncia al luogo comune, nella convinzione che “non si può costruire un mondo nuovo con idee vecchie”. La rottura è un passaggio brutale che porta a un modo di pensare nuovo, senza complessi. Sarkozy vuole una destra priva di complessi. Da sempre è convinto che il primo complesso sia nei confronti della sinistra e dell’eredità del Sessantotto, alimentata, in nome dell’utopia e dell’ideologia, da una generazione smidollata, che un bel giorno si è svegliata e ha proclamato di voler “vivere senza doveri e godere senza limiti”. […] Sarko, in effetti, ha capito benissimo che […] per riconquistare la fiducia dei francesi […] bisogna mobilitare i francesi sul piano dei valori, sull’ordine vitale, armarsi di coraggio e parlare dritto al cuore degli elettori. Per lui – che, essendo stato cresciuto da un uomo nato nel 1890, dovrà sentirsi più vicino alla generazione dei padri che a quella dei figli contestatori – rupture vuol dire basta all’inversione dei valori. Basta all’ideologia. Fine della ricreazione» (Valensise). Si presenta nell’arena politica come figlio di immigrati che deve tutto alla Francia. A Jean Marie Le Pen, che non lo considera «abbastanza francese» per fare il presidente, replica: «Sì, monsieur Le Pen, la mia famiglia è venuta da lontano, ma nella mia famiglia amiamo la Francia perché sappiamo quel che le dobbiamo». Alla sinistra dice che a furia di immigrazione, Europa senza frontiere e globalizzazione, ha voltato le spalle al popolo e ai lavoratori. Alle presidenziali del 2007: superato agevolmente il primo turno (22 aprile) col 31,18 per cento dei voti, al secondo turno (6 maggio) conquistò la presidenza col 53,06 per cento dei consensi, sconfiggendo la candidata socialista Ségolène Royal. «Per la prima volta in Francia si sono affrontati al secondo turno una candidata donna e un candidato […] figlio di immigrati. Simbolicamente, è il segno di un grande cambiamento per quella che qualcuno ha chiamato “l’anima della Francia eterna”» (Jean Daniel) • Nel corso della sua presidenza, Sarkozy riuscì però ad alienarsi gran parte dei vastissimi consensi di cui aveva inizialmente goduto tra i francesi. All’interno: alza l’età della pensione da 60 a 62 anni. All’estero: tratta la tregua tra Russia e Georgia nell’estate del 2008. Tenta di costituire un’Unione del Mediterraneo, per unire Europa e Paesi arabi del Nord-Africa in un programma di riforme. Ma ci sono degli imprevisti • Nel marzo 2011, infatti, «con gran scorno dell’Italia e del governo suo alleato di Silvio Berlusconi, […] il presidente francese, sino a poco prima amico e alleato del dittatore libico, […] cambiò di punto in bianco strategia. Dando ascolto a Bernard-Henri Lévy, il difensore dei diritti umani sempre a caccia di riflettori, decise di puntare sulla primavera araba, appoggiò gli insorti di Bengasi e, di comune accordo col premier conservatore inglese David Cameron, decretò l’intervento militare in Libia, ben presto ratificato dalla Nato, provocando la capitolazione di Gheddafi: un cambio di regime fatale per tutto il Mediterraneo, con la frammentazione di tribù in lotta tra loro, l’esplosione delle frontiere, gli sbarchi incontrollati di migliaia di migranti, e l’instabilità dell’intera regione» (Valensise). «Fu lui a volere con tutta la forza l’abbattimento del regime di Gheddafi, nella convinzione che la Francia avrebbe recuperato la sua “grandeur” e lui i sondaggi, che lo davano peggior presidente francese degli ultimi 20 anni. […] Fu lui a recarsi nei giorni della fuga di Gheddafi a Tripoli con al fianco Bernard-Henri Lévy: […] ufficialmente per rassicurare i libici sul ruolo della Francia nella costruzione della democrazia e per chiudere qualche accordo sullo sfruttamento delle risorse energetiche del ricco Paese africano, ufficiosamente per far sparire le tracce sui rapporti non proprio eleganti tra lui e Gheddafi» (Giampaolo Rossi). «Ero irritato che Sarkozy e Cameron mi avessero messo alle strette, in parte per risolvere i loro problemi politici interni. […] Mascherarono a stento il sollievo per la mano che stavo porgendo loro per levarsi dal pasticcio in cui si erano cacciati. […] Sarkozy si era assicurato che il primo velivolo ad attraversare lo spazio aereo libico fosse francese» (Obama). «Sarkozy fu […] generatore e trascinatore della infausta guerra di Libia e della caccia personale a Gheddafi, l’uomo che non doveva sfuggire alle grinfie di servizi e soldati della République, e non sfuggì, fu lapidato sul posto appena rintracciato. Delle conseguenze di quel ciclo bellico, stolidamente avallato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia, non c’è molto da dire, sono sotto gli occhi di tutti da anni, e ammutoliscono nel grottesco il plauso che anime belle internazionaliste e altri ingenui tributarono a quell’epopea disgustosa» (Giuliano Ferrara). Tanta spregiudicatezza non valse però neppure a garantirgli la rielezione nel 2012, nonostante il suo principale contendente fosse il non irresistibile socialista François Hollande. «La scelta tra Sarkozy e Hollande non è ispirata, come la civiltà delle immagini può suggerire, dalla sola prestanza dei personaggi: il dinamico, scattante, infervorato presidente in carica da un lato, e dall’altro il riservato, non (ancora) carismatico pretendente. Per raccogliere voti il primo accarezza i vizi della società: asseconda, sia pur con un linguaggio cauto, la presa di distanza dai diversi, considerati intrusi, cioè dagli immigrati, portatori del virus islamico; e minaccia di chiudere o socchiudere le frontiere aperte dall’accordo di Schengen. Il secondo è rispettoso dei princìpi definiti in Francia repubblicani, e in Europa considerati irrinunciabili da chi aspira a una società plurinazionale aperta, nel rispetto delle leggi» (Valli). Passato il primo turno (22 aprile) con il 27,18 per cento dei consensi (a fronte del 28,63 per cento conquistato dallo sfidante), fu sconfitto al secondo turno (6 maggio), fermandosi al 48,36 per cento dei voti • «La parabola di Sarkozy è stata lenta e crudele. Nel gennaio 2012, presagendo la sconfitta contro Hollande, che disprezzava profondamente, in un momento di confidenza con i giornalisti al seguito nel suo viaggio in Guyana annunciò il ritiro: “La politica è come una droga. L’ago va estratto poco per volta”, disse mimando un’iniezione. Poi tentò di buttarla sul ridere: “Farò conferenze, viaggi, e un sacco di soldi”. Non è stato di parola. Ha tentato ritorni impossibili. Si è ripreso il partito, gli ha cambiato il nome – Les Républicains, come in America –, ma è stato sconfitto alle primarie da Fillon, che poi non ha neppure passato il primo turno delle presidenziali. A quel punto si è ritrovato nudo di fronte alla magistratura, che l’ha accusato pure di aver subornato l’anziana Liliane Bettencourt, l’ereditiera dell’Oréal, sempre per avere denari per la campagna elettorale. In realtà sono altre le cose che Sarkozy non perdona a sé stesso: non lasciare un monumento che lo ricordi, come il museo del Quai Branly per Chirac, la piramide del Louvre e la Très Grande Bibliothèque per Mitterrand, o il Centre Pompidou (inaugurato da Giscard); e aver perso il duello televisivo con Hollande (“La sera dopo non ho chiuso occhio. Ho rifatto il dibattito parola per parola. Avrei dovuto parlare dei successi in politica estera. Avrei dovuto rinfacciare a Hollande che il debito della sua regione, la Corrèze, è aumentato del 45 per cento. Avrei dovuto…”)» (Aldo Cazzullo) • Il primo processo, e più clamoroso a livello internazionale, è quello relativo ai presunti finanziamenti illeciti ricevuti dalla Libia di Gheddafi. Il secondo, apertosi il 23 novembre 2020, è invece il cosiddetto processo Bismuth, così chiamato dal «nome di copertura con il quale Sarkozy aveva registrato un’utenza telefonica per comunicare con il suo avvocato, Thierry Herzog. Il terzo «è nato dalle confessioni dell’ex dirigente dell’Ump Jérôme Lavrilleux, che ha raccontato come Bygmalion organizzava eventi elettorali attraverso una filiale ma li fatturava anche al partito per evitare di farli apparire nel rendiconto ufficiale» (Ginori). «Le inchieste […] si sono intensificate da quando ha dovuto lasciare l’Eliseo. Siccome nessun uomo è grande per il suo intercettatore, emergono dettagli scabrosi: un linguaggio tipo Nixon; un atteggiamento intimidatorio; la presenza di una talpa tra i giudici, che gli passava notizie in cambio della promessa di un trasferimento a Monaco. E la storiaccia di Gheddafi, che certo ha fatto una fine peggiore. Ma per un ex presidente […], eletto dal popolo, investito di una dignità quasi sacrale, essere trattenuto dai poliziotti come un malfattore qualunque è un’umiliazione che lascerà il segno nella storia di Francia» (Cazzullo). Il 1º marzo 2021 è stato condannato a tre anni di carcere di cui due con la condizionale per corruzione e traffico di influenze. Il 30 settembre 2021 è condannato a un anno di reclusione per finanziamento illecito, il Tribunale di concede la sorveglianza con braccialetto elettronico come misura alternativa alla prigione. Il 18 dicembre del 2024 è stato condannato per corruzione di magistrato e traffico di influenze a 3 anni di carcere di cui uno senza condizionale, con il beneficio del braccialetto elettronico. Il 25 settembre 2025 è condannato a cinque anni 100 mila euro di multa e alla privazione dei diritti civili per associazione a delinquere nel processo in cui era accusato di aver accettato senza dichiararli finanziamenti da Gheddafi • Tra novembre e dicembre 2025, per una ventina di giorni, l’ex presidente è detenuto alla prigione della Santé, esperienza da lui raccontata nel Diario di un prigioniero, scritto di getto «con una penna Bic su un tavolino di compensato» ed edito da Fayard, casa editrice del gruppo Bolloré. Numero di matricola 320535. I pasti a base di «latticini, barrette di cereali, acqua minerale, succo di mela e qualche dolcetto». Un universo senza colori: «Il grigio dominava tutto, divorava tutto, ricopriva tutte le superfici». La cella da cui non si vede fuori, «avrei dato molto per poter guardare dalla finestra, per il piacere di vedere passare le auto». È la moglie Carla a dargli allora notizie sul tempo. È preoccupata che dimagrisca troppo, e non è l’unica. Una delle dottoresse della prigione va a trovarlo per pesarlo: «Un’ossessione, forse non volevano rimettere in libertà un uomo troppo indebolito». La riscoperta della fede: «Mi sono inginocchiato, e sono rimasto così per lunghi minuti, per avere la forza di portare la croce di questa ingiustizia» • In carcere, l’ex leader gollista si era portato due libri: Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas e una biografia di Gesù dello storico Jean-Christian Petitfils • Gli incontri con il cappellano della prigione e il momento in cui ha ricevuto la comunione per la prima volta dopo molti anni: «È stata la celebrazione più breve a cui mi sia mai capitato di assistere • Il freddo incontro con Emanuel Macron, prima di entrare in prigione. La solidarietà espressagli da Marine Le-Pen, e la telefonata per ringraziarla. «La leader del Rassemblement national gli chiede se “si unirà al fronte repubblicano”, cioè al tradizionale cordone sanitario anti-Le Pen. “La mia risposta è stata inequivocabile: ‘No, e lo rivendicherò in pubblico’”. Poi Sarkozy auspica un “percorso di ricostruzione della destra senza esclusioni e senza anatemi”. In questo modo apre la strada a una unione delle destre che vada dai suoi gollisti a Le Pen, fino al partito di Zemmour» (Stefano Montefiori) • «Sarkozy conclude il suo libro con una promessa: recarsi a Lourdes per visitare “i malati e i disperati”. Una promessa già mantenuta. Insieme alla moglie Carla Bruni, ha infatti soggiornato a Lourdes […]. L’ex coppia presidenziale ha alloggiato all’Hotel Saint-Sauveur, situato a pochi passi dal Santuario di Nostra Signora di Lourdes. La coppia ha assistito alla messa e si è immersa nell’acqua miracolosa di una delle grandi piscine di marmo, accanto agli altri pellegrini» (Libero).
Amori Quattro figli da tre mogli diverse: Pierre (1985) e Jean (1986) dal primo matrimonio (1982-1996), con Marie-Dominique Culioli; Louis (1997) dal secondo (1996-2007), con Cécilia Ciganer-Albéniz, che fu la sua prima collaboratrice fino all’insediamento alla presidenza della Repubblica, per chiedere il divorzio pochi mesi dopo; una figlia, Giulia (2011), dalla terza e attuale consorte, l’ex modella italiana Carla Bruni, sposata al Palazzo dell’Eliseo il 2 febbraio 2008. «Della famiglia ho un’idea grande e larga, come la Francia».
Curiosità Per mantenersi in forma pratica regolarmente la corsetta e va in bicicletta • Tifoso del Paris Saint-Germain • Tra i suoi antichi clienti anche Silvio Berlusconi, che negli anni Ottanta lo assunse per difendere le sue ragioni nell’ambito del contenzioso relativo a La Cinq • In quanto capo dello Stato francese è stato principe di Andorra, gran maestro dell’Ordine della Legione d’onore e protodiacono della Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma • Ora pure il figlio Louis ha velleità politiche (è candidato sindaco a Mentone, si vota a marzo) • «Parlare con Sarkozy era a volte divertente e a volte esasperante, con quelle sue mani sempre in movimento, il petto in fuori come un gallo da combattimento, il traduttore personale (a differenza di quello di Angela Merkel, il suo inglese era limitato) sempre di fianco a imitare ogni suo gesto o intonazione, mentre la conversazione passava dalle lusinghe alla spavalderia a un’intuizione brillante, il tutto senza mai allontanarsi troppo da quello che era il suo interesse primario – e mascherato solo a stento –, ovvero trovarsi sempre al centro dell’azione e prendersi il merito di qualsiasi cosa valesse la pena intestarsi» (Obama) • «Diciamo la verità: quando abbiamo saputo che Nicolas Sarkozy – che aveva divorziato subito dopo essere stato eletto presidente della Repubblica – si era fidanzato con Carla Bruni, un po’ tutti abbiamo pensato che sarebbe stata una storia passeggera. Invece sono ancora insieme; e Carla continua a difendere il marito, ormai lontano dal potere» (Cazzullo).
Titoli di coda «Sognare di essere Napoleone il grande, ritrovarsi a essere Napoleone il piccolo è stata, fra Ottocento e Novecento, una tentazione tipicamente francese, e Sarkozy non ne è rimasto indenne» (Solinas).