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 2026  gennaio 30 Venerdì calendario

Biografia di Philip Glass

Philip Glass, nato a Baltimora il 31 gennaio 1937 (89 anni). Compositore (15 opere liriche; numerosissime composizioni per orchestra da camera, singoli strumenti con particolare enfasi per quelli a corda, produzioni teatrali e balletto, 15 sinfonie, 12 concerti, 9 quartetti d’archi, 53 colonne sonore per produzioni televisive e cinematografiche).
Titoli di testa «Quando la gente mi chiede cosa sia la musica, io dico: “La Musica è un luogo”, terra pura, una porta alla trascendenza» [Mickey Lemle, philipglass.com].
Vita Entrambi i genitori hanno origini russo-ebraiche: «In famiglia eravamo ebrei, ma quel tipo di ebrei atei che non praticano» [Mickey Lemle, philipglass.com] • Suo padre Ben è «un uomo molto robusto e muscoloso [...] un bell’uomo con i capelli neri, grossolano, con una personalità sfaccettata: un lato gentile, un lato duro, un lato imprenditoriale da uomo che si era fatto da solo» [Philip Glass, Words Without Music] • Negli anni ‘20 e ‘30 il padre lavorava come meccanico: con l’arrivo delle autoradio si specializza nella loro riparazione. Finché decide di aprire un negozio in cui vende e ripara radio. I clienti gli suggeriscono di vendere anche dischi. Pian piano, il suo negozio diventa un punto di riferimento culturale a Baltimora [a Ira Glass, Fresh Air] • Sua madre, Ida, lavora è un’insegnante e bibliotecaria, attiva nell’accoglienza degli ebrei scampati all’Olocausto [Glass, cit.] • Qual è il suo primo ricordo? «Io che ascolto musica, a tre o quattro anni» [Rosanna Greenstreet, The Guardian] • Ha un fratello, Marty, e una sorella, Sheppie • Con la vendita dei dischi, il padre si appassiona profondamente alla musica e porta a casa i dischi invenduti. Philip diventa il suo compagno di ascolto, e viene esposto alla musica di Buddy Holly, Beethoven, Shostakovich, Bartók, Charles Ives, Bern [Fiona Maddocks, Guardian] • Il suo primo lavoro, a dodici anni, è quello di rompere i dischi rovinati per avere il rimborso dalla casa di produzione. Tre anni dopo il padre gli affida gli acquisti per la sezione di musica classica del negozio. Nel frattempo prende lezioni di flauto (e si esercita senza permesso al pianoforte del fratello) [Lola Fadulu, The Atlantic] • A otto anni frequenta il Peabody Conservatory, assimila tutti i libri e i dischi di musica che trova, e frequenta le messe con i canti di Bach. Al liceo suona il flauto nella banda della scuola e rimane affascinato dal lavoro di regia delle recite scolastiche [ibid.] • Molto appassionato di matematica, a 15 anni decide di tentare l’esame di accesso all’università di Chicago. A sorpresa lo passa, e comincia a studiare filosofia e matematica. «Ero circondato da gente troppo brillante e ho capito che in quel campo non sarei riuscito a emergere. E poi il mio vero interesse era la musica, che gradualmente mi ha coinvolto completamente [...] quando la musica diventa troppo concettuale, io perdo interesse. È per questo che quando mi sono dedicato alla musica, ho messo da parte le basi concettuali della matematica». A Chicago s’innamora del jazz [Pier Giorgio Odifreddi, piergiorgioodifreddi.it] • Il passo successivo, a vent’anni, è l’iscrizione alla prestigiosissima Juilliard School a New York, dove studia composizione e tastiera. «Ho imparato parecchie cose. La prima è che non sarei diventato insegnante. I miei professori erano compositori, l’insegnamento per loro era un ripiego e si vedeva. Non era quello che volevano dalla vita, lo facevano solo per sopravvivere e potevi toccare con mano la loro frustrazione. A quei tempi la Juilliard era quel genere di posto dove è difficilissimo superare i test d’ingresso, ma laurearsi è un gioco da ragazzi» [Federica Polidoro, Rolling Stone] • Arrivato al diploma (dopo aver vinto, nel ‘59, un importante premio dedicato ai giovani compositori), deve decidere il da farsi: la famiglia è contraria a un proseguimento della carriera musicale, temendo che sarebbe finito come il suo spiantato zio Harry, batterista precario nel vaudeville. Si trasferisce allora a Pittsburgh, dove trova lavoro come compositore per le scuole pubbliche «Alla fine dell’anno tenemmo un gran concerto, dove vennero suonate tutte le mie composizioni. È stato molto gratificante. Eccomi lì, a ventisei anni, con un concerto completo di tutta la mia musica» [Glass, cit.] • Nel 1964 vince la borsa di studio Fullbright, e si reca a Parigi per studiare al conservatorio americano di Fontainebleau. Qui incontra la sua prima mentore, la severissima professoressa Nadia Boulanger: «“Ero stato cinque anni alla Juliard, ma sentivo che mi mancava la tecnica”. Ricorda un regime d’insegnamento durissimo durato due anni: «“Dovevo lavorare quasi tutto il giorno per preparare una lezione [...] una immersione molto profonda nella musica. Alla fine ero in grado di visualizzare la musica. È stato allora che sono diventato davvero un compositore» [a Kari Juusela, Youtube] • Nel 1966 incontra il secondo mentore: un amico gli procura un lavoro come orchestratore dello spartito della colonna sonora per un film, curata dal compositore indiano Ravi Shankar, anche lui severo perfezionista. Le sue composizioni, la struttura melodica tipicamente indiana sono assolutamente inedite per un occidentale, e lo affascinano profondamente. Diventa assistente e discepolo di Shankar, e per un periodo lo segue anche in India: qui incontra il Dalai Lama e studia il buddismo tibetano, diventando un forte avvocato per l’indipendenza del Tibet [Glass, cit.] • Rientra in Francia nel ‘66, dove comincia a studiare il modo di unire le nozioni apprese dai due mentori. Torna a immergersi nel milieu culturale di artisti americani e francesi: «Samuel Beckett viveva nel mio stesso quartiere. Con i membri della futura compagnia teatrale dei Mabou Mines abbiamo cominciato a lavorare per lui. E poi Godard faceva un film ogni tre mesi… che periodo! Dovevi essere cieco, sordo, e scemo per non accorgerti che stava succedendo qualcosa di grosso. E noi eravamo i beneficiari di questo qualcosa, di uno spartiacque dove l’acqua arrivava da ogni parte» [Bryce Dessner, Interview] • Dopo aver lavorato come compositore per alcuni piccoli teatri sperimentali, nel 1967 Glass decide di tornare a New York. Qui assiste all’esecuzione di un pezzo del collega e amico Steve Reich, Piano Phase, che lo colpisce moltissimo. Comincia a sperimentare gli stilemi della sua futura produzione, che verrà inquadrata, con suo disappunto, con il termine “minimalismo”: «Da Ravi Shankar: ho imparato il modo di concepire la musica sulla base di strutture ritmiche, invece che tonali. È così che sono arrivato a quello che viene chiamato minimalismo». Perché, lei come lo chiamerebbe? «“Musica del processo”. È una musica in cui forma e contenuto coincidono: le strutture ritmiche diventano il contenuto. Volendo, si potrebbe anche chiamarla “musica strutturalista”. Ma questi termini non hanno mai attecchito: era il periodo del minimalismo nelle arti visive, e così critici e giornalisti hanno affibbiato anche a noi questa etichetta, che poi ci è rimasta» [Odifreddi, cit.] • «Lei forse non lo ricorda, ma agli inizi degli anni Settanta gli “accademici” dicevano di noi che non eravamo in grado di scrivere neppure una nota, che non avevamo frequentato il conservatorio - e io l’ho frequentato per almeno vent’anni. E dicevano anche che eravamo dei drogati, dei fottutissimi hippy, e che la nostra era solo “joint music”, musica fatta apposta per le canne e gli spinelli. Tutto falso, ovviamente: tutto inventato ad arte per diffamare alcune persone – Steve Reich, Terry Riley, LaMonte Young, il sottoscritto – che cercavano soltanto di cambiare il corso della musica esistente: un corso molto asfittico, ristretto e scheletrico» » [Roberto Gatti, mybestlife.com] • «Nel 1967 formai il mio ensemble – sette musicisti che suonavano tastiere e una varietà di fiati, amplificati e alimentati attraverso un mixer... Sentivo di non avere altra scelta che fare il performer. A quel punto le mie capacità di suonare il flauto erano calate, ma avevo affinato le mie abilità con la tastiera. Lo scopo dell’ensemble era suonare la musica che avevo scritto. Provavamo a casa mia, suonavamo la mia musica! Questo era l’accordo. E ho percepito la reazione del pubblico. Ovviamente all’inizio quel pubblico era molto piccolo. A volte solo una ventina di persone circa» [Maddocks, cit.] • «Sentivo di avere successo quando avevo poco più di trent’anni perché avevo il mio ensemble e potevo suonare a piacimento, praticamente quando volevo. Ho creato il mio programma, ho creato i miei tour, e francamente, ero pronto a farlo per il resto della mia vita. Pensavo che sarei stato nel centro di New York, a suonare in loft e gallerie per sempre. Non c’era alcuna luce in fondo al tunnel. In realtà, non sapevo nemmeno che ci fosse un tunnel. Pensavo fosse così che si faceva. Era ciò che facevano i poeti, quello che facevano le band. È quello che chiamavamo una vocazione – non una carriera, una vocazione, che è una cosa molto diversa. Scrivi, fai concerti, e questo è tutto. E se questo va bene per te – se è l’unica cosa che vuoi fare o puoi fare, allora stai facendo la cosa giusta» [Dessner, Interview] • Per campare e andare in tournée, Glass trova una serie di occupazioni: prima come traslocatore, aprendo anche una ditta sua, poi idraulico e manovale, poi tassista. Sono occupazioni che non gli pesano, perché riesce a collocare strategicamente gli orari, in maniera di trovare il tempo di comporre, di suonare, e di dedicarsi alla famiglia. Il senso di indipendenza (vissuto anche nella possibilità di poter guidare liberamente un taxi a Manhattan) è per lui più che sufficiente. Nella New York del periodo anche un lavoro part-time, o concentrato in poche giornate al mese (con l’ausilio dell’assegno di disoccupazione), permetteva a lui e al suo gruppo di sbarcare il lunario in maniera dignitosa [Todd L. Burns, redbullmusicacademy.com] • Nel 1976 arriva il cambiamento: assieme al regista Robert Wilson, mette in scena uno spettacolo seminale, Einstein on the beach. «Un ritratto molto sui generis di Einstein, capace di affrescare un fiume di immagini pastose e allucinate (in sintonia con l’era degli svelamenti delle droghe), e fascinoso nell’intrecciare danze fredde, testi colmi di matematica e di versi criptici, visioni mastodontiche di treni, orologi, tribunali metafisici e astronavi. Il tutto guidato da una musica ripetitiva solo in apparenza, basata su armonie che variano impercettibilmente catturando l’ascoltatore in spirali di trance. Durata "scandalosa" dello spettacolo: cinque ore senza intervalli» [Leonetta Bentivoglio, Rep] • Può dirci, Glass, perché quello spettacolo ha un’aura leggendaria? «Fece scoprire un modo completamente diverso di raccontare sul palcoscenico una storia, in un montaggio fantastico di teatro e musica come non s’era mai visto. La fusione del lavoro tra me e Wilson era totale. Il pubblico veniva come inglobato: scatenando libere associazioni, si trovava immesso nel nostro grande sogno, sentendosi parte integrante della messinscena». Qual è il suo ricordo personale di quell’esperienza? «Eccitante. Fu il mio primo lavoro con Wilson: ci stimolavamo a vicenda. Inoltre, per entrambi, fu la prima volta che ci si confrontava con un pubblico molto vasto. La reazione fu stupefacente. Gli spettatori s’immergevano con noi nel flusso visionario, senza chiedere spiegazioni logiche» [ibid.] • Il successo internazionale non si traduce però in alcun guadagno, anzi: Glass e Wilson finiscono per indebitarsi a causa degli alti costi che l’allestimento di un’opera lirica comporta. Ma durante la tournée europea del 1978, ad Amsterdam, lo spettacolo colpisce profondamente Hans De Roo, direttore della Compagnia dell’Opera Olandese, che gli commissiona una seconda opera lirica, Satyagraha, che verrà messa in scena nel 1980. Per Glass è la vera svolta: per la prima volta viene pagato a sufficienza da poter far scadere la licenza da tassista e vivere di sola musica (cosa che non gli dispiace troppo: era scampato per un pelo a un tentato omicidio sul lavoro). Ha 41 anni [Dessner, cit.] • Da lì prende il via una intensissima attività compositiva: lavorando dieci ore al giorno «nelle giornate buone, tre in quelle cattive» [Jace Clayton, The Fader] • Glass impegna la sua arte in una miriade di attività. Quella cinematografica, che non ama particolarmente, perché trova che il compositore sia l’ultima ruota del carro quanto a decisioni sui suoi contenuti, e perché l’esecuzione della musica, al cinema, rimane «cristallizzata», a differenza del teatro e dell’opera dove può continuamente essere interpretata e re-interpretata dall’orchestra e dal pubblico [Duffie, cit.] gli frutta un Bafta Award per The Hours, un Golden Globe per The Truman Show • Tra le altre iniziative da lui lanciate nel corso degli anni (la cui origine risale alla sua ferma convinzione riguardo l’importanza fondamentale dell’impegno sociale), tramite le case discografiche che aveva fondato già negli anni ’70 per tutelare sé stesso e i suoi diritti, Glass si è dedicato alla promozione di vari artisti appartenenti alla cosiddetta World Music. «Pensiamo alla musica «altra» come a qualcosa di esotico, qualcosa che accade lontano da dove abbiamo vissuto. La musica etnica sarebbe proveniente dall’Africa, dall’India o dall’Australia. Di fatto, la musica popolare è una forma di musica etnica. Dipende solo dal paese da cui lo ascolti. E io ho viaggiato senza sosta. Ho sempre viaggiato molto. E sono stato spesso in India, e sono stato spesso in Australia. E ho iniziato a suonare anche in quei posti. Qualcuno ha detto che tutta la politica è locale. Beh, tutta la musica è locale. E dipende solo dal tuo punto di vista» [Burns, cit.] • Nel 1995 è stato nominato Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere in Francia, e nel 2016 ha ricevuto da Barack Obama la Medaglia nazionale delle Arti [Glassi, cit.] • Il 27 gennaio 2026, in dissenso con le politiche trumpiane, ritira dal cartellone della National Symphony Orchestra la sua Sinfonia n.15, che avrebbe dovuto eseguire in prima mondiale in giugno. «La sinfonia è un ritratto di Lincoln, e i valori del Kennedy Center oggi sono in diretto conflitto con il messaggio della Sinfonia» [Ansa].
Curiosità È vegetariano da quando aveva 20 anni. Nello stesso periodo ha anche cominciato la pratica dello yoga e del qigong [Christina Patterson, Independent] • Non va mai al cinema [Greenstreet, cit.] • Molte idee gli vengono in sogno: ha un quaderno apposito per annotarle al mattino [Die Zeit].
Amori Si è sposato 4 volte: la prima nel 1965, a Gibilterra, con la regista teatrale JoAnne Akalaitis (divorzio nel 1980), da cui ha avuto due figli: Juliet (nata nel 1968) e Zachary (nel 1971); la seconda, nel 1980, con la dottoressa Luba Burtyk; la terza con la grafica e artista multimediale Candy Jernigan, che nel 1991 è morta di cancro, lasciandolo vedovo; la quarta nel 2001 con una direttrice di un ristorante, Holly Critchlow, da cui ha avuto due figli: Cameron (nato nel 2002) e Marlowe (nato 2003). Successivamente ha avuto una relazione di cinque anni con la violinista Wendy Sutter, e una con la ballerina Saori Tsukada [Wade Sheridan, Upi] • Cosa o chi è il grande amore della tua vita? «Sempre I miei figli e nipoti». Quale è stato il più bel bacio della tua vita? «Ce ne sono di diversi tipi. Ricordo un amico che mi ha abbracciato alcuni giorni prima di morire. Ho scoperto poi cosa significava quell’abbraccio: che sapeva di stare morendo e io no» [Greenstreet, cit.].
Titoli di coda Comporre è divertente? «Per me lo è. È quello che preferisco fare» [Duffie, cit.].