31 gennaio 2026
Tags : Giorgio Tirabassi
Biografia di Giorgio Tirabassi
Giorgio Tirabassi, nato a Roma il 1° febbraio 1960 (66 anni). Attore. Noto soprattutto come l’ispettore Ardenzi di Distretto di polizia. David di Donatello nel 2002 per il miglior cortometraggio Non dire gatto e Ciak d’oro nel 2011 come migliore attore non protagonista per La pecora nera.
Titoli di testa «Sono un bambino romano, del Trionfale, gioco a pallone, vado matto per il cinematografo. Un giorno vado a vedere Per un pugno di dollari. È la fine, anzi l’inizio. Torno a casa, divento Clint Eastwood e costringo mio fratello a fare il cattivo, Gian Maria Volonté: non so le volte che l’ho ammazzato».
Vita «Mio padre faceva il tappezziere, mia madre la contabile al San Camillo. Sono cresciuto al campetto di Valle Aurelia, in una casa popolare, accanto a dilettanti che poi sono diventati banditi autorevolissimi. Vengo da quel tipo di filosofia, ma, come dire, ho avuto la possibilità di essere dall’altra parte. Quando giocavamo a pallone c’era qualcuno che la buttava là: “Andiamo a togliere le ruote alla 500?”. Se fossi andato, anch’io avrei un posto fisso a Rebibbia» • È profondamente legato a Roma. Nel 1982 ha iniziato la carriera nel teatro d’avanguardia alla scuola di Proietti dove è rimasto per nove anni. Non pensava però di poter fare l’attore: «Fino ai 18 anni balbettavo parecchio. A scuola facevo le interrogazioni scritte. Ero impacciato. Poi, intorno al ’75, ho cominciato ad andare in teatro e ad appassionarmi. L’interesse è nato allora, da ragazzo ma non pensavo a fare l’attore: da balbuziente mi sembrava poco probabile. A un certo punto, però, le cose sono cambiate. Ho fatto sedute di agopuntura che mi hanno sbloccato. Mi sono iscritto a una scuola privata a Roma e poi a una a Firenze, quando sono partito militare. E poi ho iniziato a lavorare a teatro. Partecipavo agli spettacoli più diversi, erano i primi Anni 80. Si rileggeva sempre qualcosa: I fratelli Karamazov, lo Zanni, le maschere. Nell’82 ho fatto il provino con Gigi Proietti. All’inizio mi disse di restare come uditore, poi, visto che avevo i tempi comici giusti, mi diede più scene» [Tammaro, Stampa] • Al cinema ha lavorato con Marcello Mastroianni e Francesca Archibugi, regista (Verso sera 1991): «Mi prese in simpatia. Avevo molte scene con lui e fu molto carino. Fu allora che cominciai a capire che gli attori, anche quando sono grandissimi, possono essere molto umani e molto umili. Era una delle caratteristiche principali di Mastroianni. E poi soprattutto si portavo dietro la storia del cinema, e con una grande generosità di racconti, di aneddoti, di battute». Conta poco il talento senza l’umanità. «Quello dipende dal tuo ego. Dipende da chi sei. Questo è uno di quei pochi mestieri, forse l’unico a parte il circo, dove può arrivarci qualunque tipo di persona. È una passione che accoglie tutti». E che ha accolto anche lei, che era così insicuro. «Però scherzavo in classe, cercavo di far ridere gli altri. Quel qualcosa devi averlo. Altrimenti non ci pensi proprio a fare l’attore. Il pensiero di stare su un palcoscenico, davanti alle persone, ti terrorizza. Per me è stata una terapia d’urto, che mi ha portato a superare tutti i problemi che avevo» [Tammaro, cit.] • Poi lavora con Carlo Mazzacurati (Un’altra vita 1992), e con Marco Risi nel 1994 in Il branco, la violenta cronaca di uno stupro di gruppo di due turiste tedesche in un paesino vicino a Roma. Il suo personaggio è uno dei componenti del gruppo di giovani protagonisti, ambientato in un contesto di degrado e criminalità e il ruolo si discosta dai personaggi “legali” per cui l’attore diventerà noto in seguito. Il film venne massacrato a Venezia dai critici • Nel 1997 partecipa al film La classe non è acqua al fianco di Pier Maria Cecchini. Nel 1998 per la regia di Claudio Caligari è in L’odore della notte, un cast spettacolare con Valerio Mastandrea e Marco Giallini: la storia di una banda criminale nella Roma degli anni ’90, rapine nelle ville dei ricchi, anche a casa di Little Tony, che interpreta se stesso. Nello stesso anno altri due film: è Ultimo nell’omonima serie tv in cui è maresciallo dei Carabinieri, poi in La cena con la regia di Ettore Scola, dove ricopre il ruolo di Diomede, un cameriere del ristorante Arturo al Portico. Per questa interpretazione, ha ricevuto a Cinecittà il premio come miglior attore non protagonista nella 54esima edizione dei Nastri d’Argento nel 1999. Il personaggio è coinvolto nelle dinamiche relazionali del personale, inclusa la gelosia verso la proprietaria Flora • Nel 2000, a 40 anni, arriva il vero successo, entrando nel cast della popolare fiction Distretto di polizia dove interpreta Roberto Ardenzi, prima come ispettore capo, poi vicecommissario ed infine come commissario del X Tuscolano. La serie, la più lunga di sempre in Italia grazie alle 11 stagioni andate in onda, lo consacra al grande pubblico; nel 2006 viene sostituito da Massimo D’Apporto. Segue Paz! di Renato De Maria (2002) • Nel 2001 ha firmato come regista il cortometraggio Non dire gatto, ricevendo numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali quali il David di Donatello e il premio al Festival di Montpellier. Nel novembre 2004 interpreta il ruolo di Paolo Borsellino nell’omonimo film per la TV in due puntate in onda su Canale 5. «Sono contento che sia piaciuto ai giovani. Durante le riprese ci dicevamo che sarebbe stato bello che succedesse come quando eravamo ragazzini, che c’era un canale solo, un film e il giorno dopo, a scuola, si parlava solo di quello e si faceva il tema in classe». «Vedere Giorgio Tirabassi nel ruolo del giudice Borsellino mi ha commosso» [Ennio Fantaschini a Rep] • Nel 2007 recita anche in Boris, in cui interpreta Glauco, un direttore della fotografia amico di René. Ha lavorato con diversi registi, Marco Risi, Ettore Scola, Mario Tullio Giordana. Ha partecipato alla realizzazione del video della canzone Io che amo solo te di Fiorella Mannoia nel gennaio 2008. Sempre nel 2008 interpreta il ruolo del professore Antonio Cicerino nella serie I liceali, ruolo che ricoprirà anche nella seconda stagione della serie andata in onda nel 2009. Nel 2012 recita la parte di Paolo Perrone nella fiction televisiva Benvenuti a tavola - Nord vs Sud, trasmessa su Canale 5, firmata Pietro Valsecchi • È nel cast di Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana 2012) e di Arance e martello (Diego Bianchi, alias Zoro), presentato fuori concorso a Venezia 2014. Nel 2014 Canale 5 torna alle origini con Taodue che propone Squadra Mobile, spin-off di Distretto di Polizia, con lui, Serena Rossi e Daniele Liotti • «Principe della serialità italiana, Giorgio Tirabassi è, tra gli attori italiani, quello che in una veste o in un’altra, monopolizza le fiction del Belpaese degli ultimi trent’anni. Quest’estate, smessi gli abiti da poliziotto o ispettore, ha indossato quelli di “stornellaro” d’altri tempi e, accompagnato da una band di jazzisti d’eccezione, gira le piazze di tutta Italia, facendosi interprete di un’arte oramai in disuso: quella della canzone popolare, dei versi colorati e veraci di Trilussa e Giggi Zanazzo. Tirabassi, però, non ha intrapreso quest’avventura “tanto pe’ cantà”; il prossimo 8 gennaio, infatti, l’attore pubblicherà il suo primo disco Romantica, protagonista stasera al festival Radicamenti a Mendicino (Cs). È diventato romantico? “Devo dire che sono state proprio le serenate popolari romanesche ad addolcirmi. Ma canto anche l’odio, la violenza della mia “Roma-antica”. Ma non è che s’è messo a cantare perché c’è crisi anche dietro il piccolo schermo? “Più che per la crisi, ho iniziato quest’avventura perché la routine e l’assenza di adrenalina degli ultimi tempi sul set mi hanno portato ad essere stanco del mio lavoro. Così, ho ricominciato a fare musica, come da ragazzetto”. E com’era il Giorgio ragazzetto? “Era quello che teneva sempre alto il volume, che non si separava mai dalla sua chitarra con la quale scorrazzava da un centro sociale all’altro”. La sua vita privata è così travagliata come nelle sue fiction? “Finora non mi hanno rapito nessun figlio e neanche mia moglie al momento è scappata, quindi, per fortuna, direi di no!”. Ha detto di aver rinunciato alla quinta stagione di Distretto di Polizia perché ormai era diventato un ‘western dai dialoghi improbabili’. “Esatto. E poi per me era diventato pesante girare 8-9 mesi l’anno per 5 anni filati. Ma grazie a Distretto ho raggiunto la popolarità che mi ha consentito di riempire i teatri poi. Purtroppo, adesso, ci sono ricascato con Squadra Mobile. È più forte di me, la serialità è rassicurante come indossare il paio di scarpe comodo di sempre!”. Sarà anche Libero Grassi per il ciclo Liberi Sognatori in onda in primavera. “Diciamo che dovrei esserlo. Se non accetterò, non sarà per il ruolo in sé – che non può che nobilitarmi, ma per un accordo non raggiunto con la produzione” (la serie andrà in onda regolarmente nel 2018 su Canale 5 con il titolo A testa alta, ndr). Cosa guarda Giorgio in pantofole sul divano? “Adoro le serie, italiane e americane. La tv non passa nulla di emozionante. Ho adorato Romanzo Criminale e Gomorra. Se ci pensi bene Distretto di Polizia è come Gomorra. Hanno rappresentato un passo avanti per le fiction italiane: in entrambi i casi gli attori sono meno ‘plasticosi’ e prevedibili del solito e poi usano dei dialoghi ‘veri’ e il dialetto, finalmente!”. A proposito, cosa ne pensa del portare il male, quello che di romanzato non ha nulla, sullo schermo? “Non bisogna aver paura dell’emulazione. In fondo, è sempre stato così: da piccoli giocavamo ai cowboy che uccidevano i selvaggi o ce le suonavamo imitando Bruce Lee. Vedere la mafia in tv rinforza solo i buoni propositi”. Ci lascia con una strofa? “Fior de verbena, al mondo non c’è rosa senza spina né core innamorato che non pena”» [Fabrizia Mirabella, Libero] • «L’ennesima fiction di successo, torna con una seconda stagione all’insegna del realismo. Squadra Mobile-Operazione Mafia Capitale, con protagonisti Giorgio Tirabassi (vicequestore Roberto Ardenzi) e Daniele Liotti (su Canale 5, racconta per la prima volta in tv gli intrecci di Mafia Capitale, l’organizzazione criminale politica e imprenditoriale che operava a Roma dai primi anni 2000. Un mondo segnato da una corruzione dilagante, che dominava appalti pubblici, trasporti, centri di accoglienza, contaminando istituzioni e economia […] Aneddoti sulle riprese? “Abbiamo girato una scena in cui Ardenzi (Tirabassi) sta alle costole di Sabatini (poliziotto corrotto), che è costretto a fuggire in auto e che cerca di investirlo. Il regista voleva che la scena fosse il più possibile credibile. Abbiamo pensato di girarla noi, senza stuntman. E Tirabassi quando mi ha visto sterzare all’ultimo momento, si è spaventato. Non me fa’ scherzi. È un collega meraviglioso, ironico, ha reso il set molto divertente...”» [Liotti di Lorenza Sebastiani, Giornale] • «Seguendo la seconda stagione di Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale, vengono in mente tante cose. Forse il sottotitolo Mafia Capitale, è la prima cosa che si nota, risponde più alle esigenze delle sirene mediatiche che a un’effettiva realtà. Ma è un dettaglio. Viene in mente, invece, il cinema dell’impegno civile (i film dei fratelli Taviani, di Germi, di Petri, di Pontecorvo, di Rosi, di Scola…) così centrale negli anni 70 del Novecento. Le non poche serie della Taodue da Distretto di polizia a R.I.S., da Squadra antimafia a Le mani dentro la città, solo per citare alcuni titoli, affondano le loro radici culturali proprio in quella stagione in cui il nostro cinema provava a raccontare misteri e storture del nostro Paese» [Grasso, Cds] • Televisione e cinema, secondo lei, sono in competizione? «È uguale. Perché per molti film, dopo il cinema, il destino è la tv. È quello che li rende cult. A casa, oramai, ti colleghi e vedi le cose più belle in circolazione. Le vedi su Netflix, su Sky, vedi le serie tv di tutto il mondo». Ha mai pensato di dirigere? «A breve uscirà un mio film per il cinema, l’ho girato la scorsa estate. Si chiama Il grande salto, siamo io e Ricky Memphis, interpretiamo due rapinatori che tentano il colpo della loro vita; c’è commedia e drammaticità nello stesso tempo». La migliore tradizione italiana. «È nel nostro Dna, è un peccato che l’abbiamo dimenticato. Pensi a un film come La Grande Guerra di Mario Monicelli. Non so se c’è un Paese in tutto il mondo con un’ironia del genere. Quello è un film italiano al 100%. Racconta l’Italia e gli italiani, racconta due che si imboscano, che della guerra non gliene può fregare di meno». Forse oggi non ci sono più quegli italiani da raccontare. «Cambia il momento storico, ma la natura dell’italiano, purtroppo o per fortuna, è ancora quella. Si tratta della scrittura, credo. Ce ne sono tanti di bravi autori. Sta tutto a loro». Lei è stato diretto anche da Ettore Scola in La cena. «Un’esperienza bellissima. Mi fece improvvisare tutto. C’erano scritte due cose, qualche dialogo, ma poi mi diresse come col joystick. Ci divertimmo molto, io e lui. Anche se con una certa apprensione: in quel film c’erano attori di tutto il mondo, attori grandissimi». La sua altra grande passione è la musica. «È una cosa che mi piace fare. Non la faccio perché devo. Gli spettacoli nascono da soli. Dopo quasi quarant’anni di carriera, riuscire ancora a trovare qualcosa che ti emozioni non è semplice. Quella passione iniziale si trasforma. Come tutte le grandi passioni». E ora? Cosa le piacerebbe fare? «Non glielo so dire. Ogni volta che incontri un nuovo personaggio trovi qualcosa di importante da cavarne fuori. Ultimamente ho rivisto Pasqualino Settebellezze della Wertmüller, quello di Giancarlo Giannini è un personaggio clamoroso. E poi rivedo spesso Pane e cioccolata di Brusati. Nino Manfredi è il mio preferito». Perché? «Mi sembra il più moderno di tutti. Andava incontro al personaggio. Manfredi in questo è stato clamoroso. Manteneva sempre questo magico equilibrio tra comico e drammatico. Di grande classe. Ho avuto la fortuna di lavorarci: era generoso, ma molto esigente». È questo, allora, che manca alle nuove generazioni? I maestri? «Ognuno ha il suo attore preferito. Forse questa generazione non vede i vecchi film, quelli in bianco e nero. Chiedi se conoscono i film di Francesco Rosi o di Nanni Loy. Niente. E invece dovrebbero sapere tutto» [Tammaro, cit.] • E torna il legame con Proietti: «In questa storia, Gigi Proietti è una figura importante. A sua insaputa, ha sorvegliato come un fantasma buono le vite artistiche di padre e figlio. “Sarà un caso che oggi mi trovo a fare Gaetanaccio in La commedia di Gaetanaccio?”, si chiede Giorgio. E già, può essere un caso che, a distanza di 40 anni dal celebre spettacolo musicale in dialetto romanesco di Luigi Magni, Tirabassi si trovi a ereditare il ruolo che fu di Gigi Proietti? Lo spettacolo, che debutterà il 19 febbraio al Teatro Eliseo di Roma, porta la firma registica di Giancarlo Fares. “Nel 1978 io avevo 20 anni e vidi lo spettacolo con Proietti. Ne rimasi folgorato, e niente allora lasciava pensare che solo dopo tre anni sarei andato a recitare nella compagnia di Gigi. E oggi mi trovo a fare questo personaggio magnifico di burattinaio costretto alla fame a causa di un divieto del Vaticano. L’unica cosa che un po’ mi preoccupa è la forza fisica che ci vuole. Quando ha fatto Gaetanaccio, Gigi non aveva neanche 40 anni ed era un leone, io mi trovo a farlo a quasi 60”, riflette Giorgio. “E poi è un’altra magnifica coincidenza che la mia partner scenica sia Carlotta Proietti, la figlia di Gigi. Quando l’ho vista la prima volta, stava imparando a camminare”» [Katia Ippaso, Mess] • Nel 2019 dirige e interpreta il film Il grande salto. Il 1º novembre, durante la presentazione del film nella sala congressi di Civitella Alfedena (L’Aquila). ha accusato un malore, probabilmente un infarto. Soccorso dai sanitari del 118 di Castel di Sangro è stato trasportato nell’ospedale di Avezzano. Il regista, operato d’urgenza con un intervento di angioplastica coronarica, è rimasto in osservazione presso l’Unità di Terapia Intensiva Cardiologica ed Emodinamica per alcuni giorni, fino alle dimissioni del 7 novembre, per poi ristabilirsi completamente. Fu un grosso spavento. In un’intervista a Tv Sorrisi e Canzoni rilasciata nel 2020, l’attore aveva ricordato quei momenti e com’è cambiata la sua vita: «Infarto e sette giorni in ospedale. La botta è stata tale che ho proprio cambiato stile di vita. Ho persino chiuso con le sigarette, io che fumavo da sempre». «Dopo quanto accaduto, l’attore ha ricevuto numerose proposte e inviti per raccontare la sua esperienza, ma si è sempre rifiutato. “Il bello è che un sacco di programmi televisivi mi hanno invitato per raccontare quella esperienza, ma io ho detto no”, ha raccontato, spiegando. “Non mi piace mescolare la sfera pubblica e quella privata. Lo so di andare controcorrente nell’epoca della ‘condivisione’. Ma mi sembra poco elegante. Anche i social li uso pochissimo, li trovo invadenti”» [Ruben Scalambra, Il Sussidiario.net]. • All’auditorium dell’Aquila si presenta la serie tv L’Aquila - Grandi speranze diretta da Marco Risi in onda su Rai 1 dal 16 aprile 2019 con Donatella Finocchiaro, Giorgio Tirabassi, Valentina Lodovini, una fiction in sei puntate sulla ricostruzione della città. Per realizzarla Risi si è basato sui fatti realmente accaduti • Il grande salto è il film di cui firma la regia, con Ricky Memphis. Roberta Marchetti sul Messaggero: «Una commedia agrodolce che vede gli amatissimi attori romani nei panni di Nello e Rufetto, due rapinatori maldestri che hanno scontato quattro anni di carcere per un colpo andato male» [13.6.2019]. «Un apologo amaro, sorprendente nei dettagli e recitato da attori che non replicano stereotipi trendy ma aggiornano i “soliti ignoti” di un desolato contesto romanesco. Il grande salto riesce, in effetti, a dare una scossa al lungo elenco delle ultime commedie nostrane […] qualunquiste e moraliste» [Valerio Caprara, Mattino] • Il 28 ottobre 2021 è nelle sale Freaks Out di Gabriele Mainetti. In cui interpreta Israel, il capocomico ebreo del circo "Mezzapiotta" che si esibisce per l’ultima volta prima dell’arrivo dei nazisti. «Un Mangiafuoco dal volto umano prestato da Giorgio Tirabassi» [Piccinini, Il Venerdì] • Nel 2022 esce Il Pataffio di Francesco Lagi tratto dal romando di Malerba del Gruppo 63: Tirabassi interpreta il ruolo di Belcapo, uno dei personaggi principali nel racconto comico ambientato in un medioevo rurale. Nello stesso anno è il protagonista maschile nel cortometraggio Essere oro dell’esordiente Valentina Cenni, che affronta il tema dell’accettazione della morte. A dicembre 2022 è con Sabina Guzzanti nello spettacolo teatrale Le verdi colline dell’Africa, di Gabriele Paolocà. Ultimi film: Il primo giorno della mia vita, regia di Paolo Genovese (2023), Finché notte non ci separi, regia di Riccardo Antonaroli (2024), Berlinguer - La grande ambizione, regia di Andrea Segre (2024). Una ventina le serie tv nelle quali interpreta ruoli diversi, le ultime del 2025 sono state Balene - Amiche per sempre e Sicilia Express, regia di Ficarra e Picone • «Non è un Adone, Tirabassi. Ma la faccia perbene, la vitalità, la battuta e la risata pronta lo rendono familiarmente seducente. È l’uomo della porta accanto, ma con qualcosa in più» [Micaela Urbano].
Amori Sposato con Francesca Antonini, ex ballerina, esperta d’arte e gallerista. Hanno superato un periodo di profonda crisi prima del matrimonio nel 2012, come da lui raccontato in un’intervista a Vieni da me, ai microfoni di Caterina Balivo, qualche anno fa: «Abbiamo fatto due figli, in trentuno anni insieme. Abbiamo avuto anche la crisi del settimo anno, quella da manuale, dove ci siamo separati per cinque o sei mesi. Separati con le crisi e con tutte le cose del caso» • «La coppia, dopo il momento di difficoltà, si è riavvicinata ed è riuscita a superare il periodo delicato: “Tutto difficile, c’era già il primo figlio, poi alla fine ci siamo cercati perché avevamo vissuto un momento critico nella crescita di ognuno. Pensavo che stare con lei era la strada giusta, ho una intesa ancora adesso che è importante”» [Ruben Scalambra, cit.] • Stanno insieme da oltre 30 anni e negli anni ’90 hanno avuto due figli, Filippo e Nina. La secondogenita ha studiato a Tolosa all’Università di arte, lettere e lingue, scienze umane e sociali. Mentre Filippo, nato nel 1990, è un attore che ha recitato con lui in Distretto di Polizia, La linea verticale e ne Il grande salto • «È sul set della fiction di Mattia Torre che, unica volta nella vita, padre e figlio si sono sfiorati professionalmente. “Sono stato il protagonista di una puntata: facevo un giovane oncologo, ma nessuna scena con papà”, spiega Filippo, un ragazzo esile, con una faccia apparentemente normale, sottile, che però all’improvviso è capace di aprirsi in tutte le direzioni dell’espressività. […] Aveva sette anni, il piccolo Tirabassi, quando suo padre lo fece salire sul palcoscenico. Forse il coraggio Giorgio lo prese dal fatto che si trovavano lontano da Roma, a Oslo precisamente. “Ero in Norvegia per recitare Coatto unico all’Istituto italiano di cultura e avevo portato con me anche mia moglie Francesca e Filippo. Durante una replica dello spettacolo, dove interpreto diverse figure, mi venne in mente di chiedere a Filippo di fare il personaggio del figlio in un dialogo che fino a quel momento avevo recitato da solo. Lui sapeva tutte le battute a memoria perché aveva visto quello spettacolo centinaia di volte e devo dire che rimasi impressionato dal suo senso del ritmo. Aveva i temi esatti. […] Io non l’ho mai spinto a fare questo mestiere, che è molto duro, che qualche volta ti aliena”, dice Giorgio. “Papà non è stato un padre assente, però il lavoro qualche volta l’ha portato via. Mi ricordo quando mi promise di andare tutte e due in campeggio e poi alla fine fu chiamato per una puntata della prima serie di Distretto di Polizia, non partimmo più e mi piantò una tenda nella nostra casa di campagna. Ci rimasi proprio male”, ricorda il ragazzo, che dal padre ha assimilato una lezione: “Via l’ego. In questo mestiere, l’autocompiacimento è il vero nemico”. E per dimostrare che per loro lo spettacolo non è l’unica cosa che li unisce, tirano fuori a fine conversazione il vero unico, intramontabile amore: la Roma. “All’inizio lo portavo in tribuna ma vedevo che lui guardava ipnotizzato la Curva” spiega divertito il padre» [Ippaso, cit.].
Titoli di coda «Grande osservatore della realtà, continua a coltivare una vena d’ironia amara, molto romana, di chi ne ha viste tante e sa da che parte stare. E ha un’innata simpatia per gli sconfitti» [Silvia Fumarola, Rep].