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 2026  febbraio 06 Venerdì calendario

Biografia di Lucio Caracciolo

Lucio Caracciolo, nato a Roma il 7 febbraio 1954 (72 anni). Giornalista. Fondatore (nel 1993) e direttore della rivista di geopolitica Limes. «Tra la realtà e il modo in cui la percepiamo c’è un abisso, che cerchiamo faticosamente di colmare» (a Francesco Rigatelli) • «Per mezzo secolo ti hanno detto che era troppo facile diventare direttore nel gruppo editoriale di tuo zio. “La cosa mi ha sempre divertito: come sai, non ho nessuna parentela con il mio editore Carlo Caracciolo”. Non sei nobile? “Mio padre rinunciò al predicato. A Napoli, con una sintesi geniale, si dice: ‘Ci sono più Caracciolo della monnezza’. La mia era una normalissima famiglia di intellettuali agiati e di estrema sinistra”. Cosa facevano i tuoi? “Entrambi professori universitari: papà storico dell’economia e mamma storica del diritto”» (Luca Telese). «“Sentirli discutere a tavola delle noie della carriera accademica mi ha convinto a scegliere un’altra strada”. Educazione borghese, quindi. “Sì, ma molto di sinistra: in famiglia ero quello più a destra. Mi hanno mandato alla scuola svizzera, che ho frequentato dal Kindergarten fino alla terza media in via Marcello Malpighi 14: ne ho eccellenti ricordi”» (Concetto Vecchio). «E poi? “Il classico al Tasso, dove ho avuto la fortuna di entrare nell’indimenticabile biennio 1967-1968”. Molti di quella generazione sono diventati politici e giornalisti. “Mi ricordo bene Paolo Gentiloni, che stava nel Movimento studentesco, e un giovane monarchico, che poi era Antonio Tajani”. E tu? “Ero un normalissimo ‘figiciotto’, ovvero un giovane comunista italiano, insieme al mio amico Marco Magnani e a molti altri. Nella nostra cellula c’era anche un giovane Walter Veltroni, solo un anno più piccolo di me. Nel movimento degli studenti c’era una splendida e brillante ragazza: Lucrezia Reichlin”. […] Che bambino eri? “Un figlio di professori che mi tormentavano con continui inviti alla lettura. Quando hanno smesso ho iniziato a leggere davvero, con enorme piacere personale”. Cosa immaginavi del tuo futuro da ragazzo? “Non avevo la più pallida idea di che avrei fatto”. Fratelli? “Uno, più piccolo”. Come e perché sei diventato giornalista? “Nella Fgci di Renzo Imbeni, che mi distaccò a Nuova Generazione, il nostro settimanale, con regolare stipendio”. Era il 1975: quanto guadagnavi? “Non poco: 300 mila lire. Più l’indimenticabile buono alimentare natalizio da spendere alla cooperativa La Proletaria”. Non si scherzava. “È tecnicamente giusto dire di me: ‘pagato da Mosca’”. […] Poi hai l’onore di partecipare alla fondazione de la Repubblica. “Raccomandato”» (Telese). «“Ero amico di Enrica Scalfari, la figlia fotografa del fondatore”. La raccomandò? “Eravamo insieme al Tasso. Nell’estate del 1975 con un gruppo di amici andammo a Parigi, e mentre passeggiavamo a Saint-Germain-des-Prés mi disse che suo padre stava per varare Repubblica e cercava dei giovani da lanciare”. Fu subito assunto? “No, fui messo alla prova, in un settore chiamato Rotor”. Il Rotor? “Non ho mai capito cosa significasse: fatto sta che eravamo in sessanta, giovani di belle speranze, alle dipendenze di un grande giornalista come Gianluigi Melega. Alla fine del tirocinio restammo in sei”. Chi? “Ricordo Mauro Bene, Antonio Cianciullo, Laura Ballio”. […] Che ricordo ha di Scalfari? “Era una specie di semidivinità. Un monarca alla cui volontà anche i più lontani dalla sua linea volentieri si assoggettavano”. […] Quanti anni aveva? “Ventidue. Avevo smesso di studiare Filosofia, dando solo gli esami per evitare il servizio militare, e finii dentro il frullatore del giornalismo. Per fortuna non c’era il numero del lunedì, così la domenica la potevo dedicare alla Roma”» (Vecchio). Risale a quel periodo il primo incontro con Carlo Caracciolo, «al torneo di scacchi interno di Repubblica, verso la fine degli anni Settanta. Ero allora un ragazzotto della tribù di principianti ammessa da Eugenio Scalfari a partecipare all’avventura di Repubblica. Del mio omonimo avevo un sacro rispetto e un po’ di timore, che si sciolse subito. La sua cordialità e il suo sorriso, apparentemente distante ma aperto e curioso, mi misero subito a mio agio. Non ricordo come finì la partita, ma conoscendo le mie qualità scacchistiche direi che avrà senz’altro vinto lui. Da allora e per i miei anni di Repubblica, il mio rapporto con Carlo fu indiretto ma intenso. Grazie a lui ho avuto offerta una rispettabile quantità di caffè al baretto aziendale, da colleghi convinti che fossi suo figlio. “Salutami tanto papà”, era la frasetta lasciata cadere prima di passare alla cassa. Io compitamente ringraziavo e trasmettevo i saluti al mio papà, Alberto. A convincere molti che fossi un rampollo dell’editore era il cognome, e poi, mi dicono, una vaga rassomiglianza fisica, gestuale. La cosa non mi dispiaceva affatto, e non solo per i caffè. Quando più avanti nel tempo ebbi modo di frequentare Carlo da vicino, ne sorridemmo spesso insieme». «Di cosa si occupava? “Di politica interna. Mi misero a seguire i partiti minori: il Partito repubblicano, quello liberale. Cominciai a frequentare Montecitorio confrontandomi con i codici misteriosi della politica italiana. […] Questi interna corporis cozzavano col mio carattere. Però ho imparato il mestiere: scrivere rapidamente e in maniera chiara”. Poi lei diventa capo del politico, con Paolo Pagliaro. “Sì, un giorno mi chiama Scalfari e mi affida questa responsabilità. Avevo 27 anni e dovevo coordinare mostri sacri come Miriam Mafai, Giorgio Rossi, Carlo Rivolta, Fausto De Luca, Vanna Barenghi”. Però divertente, no? “Non mi divertivo. Quel tipo di lavoro contrastava con la mia pigrizia e la mia ansia da approfondimento. Tornai da Scalfari e gli dissi: ‘Il mio ciclo giornalistico è finito’”. Si dimise? “Sì. Era il 1983. Avevo 29 anni”. E Scalfari? “Mi guardò come se fossi matto. Non capiva”. Non la convinse? “Ci scambiammo delle lettere appassionate, ma io rimasi sulla mia posizione. E lasciai Repubblica”. Per fare cosa? “Intanto mi sono laureato, con Paolo Spriano, con una tesi dal titolo Rinascita e liquidazione della socialdemocrazia tedesca nella zona d’occupazione sovietica nel 1945-46”. Non lavorava? “Un giorno mi telefona Paolo Flores d’Arcais, che dirigeva MicroMega con Giorgio Ruffolo, e mi propone di fare il caporedattore. Dissi di sì: finalmente potevo occuparmi di argomenti più sostanziali”. Scopre lì la geopolitica? “Sì, grazie a un dossier che facemmo, coordinato da Angelo Bolaffi, in collaborazione con la rivista francese Hérodote. Fu una folgorazione. Uno dei loro autori, Michel Korinman, mi disse: ‘Ma perché non facciamo una rivista di geopolitica in italiano?’”. Dove prese i soldi? “Bussai alla porta di Carlo Caracciolo”» (Vecchio). «Conclusa la parabola di Repubblica e nel pieno della mia partecipazione a MicroMega, potei finalmente conoscere davvero il mio editore. Diventammo a nostro modo amici, e finimmo per scherzare sulla nostra non parentela, fino a quando lui non me la concesse per simpatia, credo, e non solo per il cognome (“Facciamo che sono tuo zio, o qualcosa del genere”). […] Gli sottoposi l’idea di Limes. L’immaginavo come un diversivo, perché a me dopo un po’ piace provare nuove avventure. Ma pensavo che se fossi stato al posto di Carlo mi sarei forse mandato a fare una passeggiata. Invece disse subito di sì. Con un cenno della testa e una frase convinta. Penso che abbia assentito un po’ perché anche a lui piacevano sempre nuove imprese editoriali – lo ha dimostrato fino all’ultimo giorno, con Libération – e soprattutto per farmi piacere, considerando che il probabile autoaffondamento della rivistina di geopolitica non avrebbe intaccato il conto economico del Gruppo. Poi le cose sono andate meglio del previsto, e so che lui ne fu altrettanto contento di me». «Era il 1993: dopo la caduta del Muro, il mondo si era rimesso in moto. “Era scoppiata la guerra in Jugoslavia. L’urgenza degli eventi, come spesso accade, ci fece crescere molto velocemente. Il primo numero fu ristampato”. E tu cosa pensasti quel giorno? “Che se fossimo nati dieci anni prima avremmo chiuso subito”. […] “Nel 1989 finiva un racconto cartesiano della storia, segnato dalle dicotomia della Guerra fredda: bianco-nero, bene-male. Per passare al caos”. Da bimestrale diventate mensile. Siete stati i padri della geopolitica in Italia. “L’influenza più grande, su di me, l’ha avuta uno straordinario intellettuale francese, Yves Lacoste. Il geografo eclettico che ha inventato la nuova disciplina”» (Telese). «Quali sono i numeri che hanno venduto di più? “Il primo numero sulla guerra in Ucraina 130 mila copie. In media, inclusa l’edizione online, veleggiamo sulle 50 mila copie”» (Vecchio). Il 9 aprile 2021 la fondazione della scuola di geopolitica di Limes. «La definite una “non accademia”. Cosa significa? “Si chiama proprio ‘Scuola di Limes – Non accademia di geopolitica e di governo’, perché non facciamo le cose che vengono fatte normalmente nelle università. Il metodo geopolitico studia i contesti, non i modelli. Non pretendiamo di definire e applicare leggi universali e algoritmi, ma studiamo i fenomeni nel loro specifico; nel loro ambiente geografico, socio-economico e storico. Andiamo in profondità, facciamo archeologia del potere”. Chi si iscrive alla scuola di Limes? “Ci sono due gruppi: giovani appassionati e persone con competenze. Si viene per passione ai temi geopolitici, ma può servire a procedere meglio nella carriera. Il nostro approccio è sempre più richiesto dai decisori, soprattutto economici. Non facciamo politologia, non pretendiamo che il diritto internazionale regoli il mondo. Qui si impara a dirigere e a decidere sporcandosi le mani”» (Paolo Brera). «Vogliamo contribuire nel nostro piccolo alla formazione della classe dirigente italiana» (a Gabriella Colarusso). «Anche il presidente della Camera Lorenzo Fontana è stato nostro studente». Da ultimo, a fine 2025 «quattro illustri collaboratori hanno lasciato la rivista […] lamentando una linea filorussa. Caracciolo, lei è filorusso? “Il piccolo segreto dell’analisi geopolitica è nel famoso motto del Vangelo di Matteo ‘Ama i tuoi nemici’. Il nostro modo di ragionare intorno ai conflitti si basa sulla necessità di mettere a confronto e cartografare tutti i punti di vista”. Sottoscriverebbe l’affermazione secondo la quale la Russia è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito? “Non saprei come dirlo diversamente”. Eppure c’è chi la accusa di essere a libro paga di Mosca. “Da che è iniziata la guerra russo-ucraina abbiamo applicato questo modo di pensare a tutti i casi. I colleghi che hanno rinunciato a continuare a collaborare con noi, e che ringrazio, evidentemente pensano ci sia una Verità e che la si possa costruire prescindendo dall’ascolto e dall’analisi delle voci più lontane”. […] “La mia impressione è che viviamo ormai in un clima di guerra. Sono tempi di propaganda. Si preferisce discutere con chi è già d’accordo con te, e manca ogni curiosità per chi la pensa diversamente. A questa deriva contribuiscono i social, in cui il ragionamento è ridotto a slogan. Così si consolidano solo comunità di credenti”. La accusano di aver ricompreso nelle cartine la Crimea come se fosse territorio russo. “Rappresentiamo le cose per come sono, non per come dovrebbero essere”. […] Quanto a lungo pensa possa durare la guerra se dipenderà da Putin? “Finché non vedrà gli ucraini arrendersi. Il problema principale dell’Ucraina è che nel 1991 aveva 51 milioni di abitanti, oggi le stime oscillano fra i 25 e i 28. I russi controllano i territori a maggioranza filorussa: se dovessero entrare in quelli a maggioranza ucraina, dovrebbero poi gestirli. Il che significherebbe avere qualche centinaio di migliaia di soldati inchiodati in Ucraina. Non credo sia uno scenario invidiabile nemmeno per Putin”. […] “Il conflitto di fatto va avanti dal 2014. Quando Putin il 24 febbraio 2022 ha deciso di entrare in Ucraina è finita qualsiasi possibilità di pace. Il leader russo pensava di chiudere in pochi giorni con un colpo di Stato, e non so come abbia potuto crederci. Le cose sono andate diversamente, e l’odio reciproco – che nell’anima dei nazionalisti ucraini e russi è radicato da generazioni – esclude una pacificazione in tempi umani”. […] Secondo lei l’Ucraina non ha alcuna possibilità di vincere? “Questo è sempre stato evidente. Il problema è che nemmeno la Russia potrà considerare questa guerra una vittoria, perché è finita per diventare junior partner della Cina. E se ci sono due nazioni con interessi opposti sono Russia e Cina. È il capolavoro politico compiuto dagli americani nel 2014: spingere Mosca nelle braccia di Pechino. È ciò che ha contribuito a frantumare l’Occidente, mettendoci fuori gioco”» (Alessandro Barbera) • Autore di vari saggi, tra cui La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa (Feltrinelli, 2022) • Sposato con Laura Canali, cartografa, autrice delle mappe geopolitiche di Limes • Acceso romanista. «“Negli anni Sessanta mio padre il sabato mi portava a vedere la Lazio, allora in Serie B, al Flaminio, e la domenica la Roma, all’Olimpico”. Era laziale? “No, romanista, ma mi è venuto il dubbio che fosse criptolaziale”. E lei? “Non ebbi esitazioni a scegliere i colori giallorossi. Ho l’abbonamento alla Tevere dal 1973: spesso la Roma è il mio primo pensiero la mattina. La Roma è un piacere ma fa anche soffrire”» (Vecchio). «Ora sono abbonato nel settore Tevere Centrale, ma da ragazzo andavo sul mitico muretto della Curva Sud. Il momento più bello allo stadio è quando si canta Grazie Roma, perché vuol dire che abbiamo vinto. […] Il giorno della partita non mi taglio mai la barba» • «Cosa legge la mattina? “A parte i giornali italiani, leggo i tedeschi Frankfurter Allgemeine Zeitung e Süddeutsche Zeitung, gli americani Washington Post e New York Times, il francese Le Figaro, ma anche Mediapart, che non è di geopolitica ma tratta argomenti interessanti anche se molto schierato. Di Le Monde potrei fare a meno. E poi il Financial Times e altri siti come Geopolitical Futures”. Serie tv? “Quella che più mi ha colpito negli ultimi anni è stata Le Bureau des légendes”. […] “C’è un libro che leggo e rileggo: Il Gattopardo. Eccezionale come da una storia specifica riesca a illuminarti sulla traiettoria italiana”» (Colarusso). «Rileggo spesso gli atlanti geografici, purtroppo sempre più rari nell’editoria» • «Leggendario understatement» (Telese) • «Portabandiera dei Putinversteher» (Gianni Riotta). «L’esempio migliore di giornalismo competente e libero» (Ezio Mauro) • «Le dà fastidio quando la definiscono filo-Putin? “Per niente. M’interessa capire, non tifare. Quello che passa per putinismo è semplicemente il mio modo di valutare il punto di vista degli altri, compresi i più lontani da me: se non facessi così non capirei nulla”. Era convinto che non ci sarebbe stata l’invasione. “Mi sono sbagliato. In buona compagnia, peraltro. Perché ero dell’idea che Putin avesse tutto da perdere da un’invasione. La conferma che la storia è piena di elementi di irrazionalità”. Quindi anche un esperto come lei può sbagliare una previsione? “È naturale. L’importante è non farsi schiacciare dalla logica del ‘cui prodest?’”. Cosa vuol dire? […] “Quando pubblicammo il primo numero di Limes, mi venne a cercare un simpatico agente del Mossad. Ci vedemmo in via Veneto per un caffè, e lì lui mi diede un insegnamento che non ho dimenticato: le motivazioni profonde di un popolo dipendono dal contesto storico. Non esiste un punto di vista universale”. I leader sono sopravvalutati? “Tendiamo a schiacciare il conflitto nel duello Putin-Zelenskyj, ma il contesto nel quale agiscono è più importante di loro”» (Vecchio). «Io devo essere contemporaneamente filorusso, filoucraino e italiano: non puoi non capire tutte le follie delle parti in causa, altrimenti fai propaganda. E non è il mio mestiere» • «Perché Limes non ha un concorrente “di destra”? “Non credo che sia una rivista di sinistra. Io sono ‘di sinistra’, personalmente, ma il nostro giornale non ha un punto di vista politico”. Perché? “La geopolitica non è politica, e non deve mai diventarlo. Devi capire le ragioni e le motivazioni di tutti i contendenti”» (Telese) • «Imparare a leggere il mondo è un esercizio di estrema complessità. Quali strumenti occorrono? “La storia, la cartografia, l’informatica, ma soprattutto un approccio concreto alla geopolitica, che significa capire i punti di vista degli attori in gioco, la loro visione del mondo, ascoltare voci molto diverse e qualche volta avverse. Per farlo c’è bisogno di una conoscenza profonda della storia, della cultura, anche dell’antropologia dei soggetti geopolitici”» (Colarusso). «Diffido molto di tutte le categorie politologiche. Le categorie politologiche sono infatti generalmente un tentativo (più o meno commendevole) di razionalizzare dei conflitti, e per di più hanno una pretesa scientifica che io personalmente non approvo. Partono cioè da un tentativo di costruire dei modelli interpretativi validi indifferentemente rispetto al contesto storico, temporale, geografico, climatico, culturale e via dicendo: per cui finiscono per valere allo stesso modo per l’Antica Grecia come per Berlusconi. E già questo, dal punto di vista analitico, mi pare un approccio estremamente vacuo. L’eccessiva razionalizzazione presuppone inoltre la pretesa di capire tutto e, di conseguenza, l’impossibilità di capire veramente qualcosa» (a Marco Alloni) • «Limes è stata sin dal suo inizio, nel 1993, un tentativo riuscito di ragionare in termini liberi e plurali su di un mondo che cambiava in modo spesso disordinato e violento. […] È così difficile mantenere questa rotta? “No, no. Noi cerchiamo di mantenere e migliorare la nostra rivista, intanto perché pensiamo che possa essere utile ad alimentare una conoscenza e anche un dibattito nazionale sulle questioni che ci toccano più da vicino, che oggi sono questioni di guerra o di pace. E poi perché ci divertiamo a farlo”» (Umberto De Giovannangeli).