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 2026  febbraio 09 Lunedì calendario

Biografia di Piero Pelù (Pietro)

Piero Pelù (Pietro), nato a Firenze il 10 febbraio 1962 (64 anni). Cantautore. Frontman dei Litfiba dagli anni Ottanta al 2022, e poi solista.
Titoli di testa Ti definisci Acquario ascendente Acquario: cosa significa? «Purtroppo è una specie di condanna a morte perché per quanto ne possa capire io è garanzia di instabilità totale» [a Francesco Raiola, Fanpage].
Vita Il nonno Mario «mi ha insegnato a essere pacifista. Lui che ha combattuto nelle trincee della Prima guerra mondiale, era un ragazzo del ’99. È morto di tumore ai polmoni perché, dopo aver visto quella disperazione, non smise più di fumare quattro pacchetti di Gauloises al giorno. Puoi immaginare com’è arrivato alla soglia dei 70 anni. Era la colonna della famiglia e quando lo vidi nella bara capii cos’è la morte. Mi ricorderò sempre quando toccai la sua mano» [a Giancarlo Aimi, Rolling Stone] • «Mio padre era medico radiologo, l’ispirazione sui teschi l’ho presa dalle lastre che portava in casa. Mamma ha seguito la famiglia, ma si stava per laureare in lingue e mi ha trasmesso la passione per il francese» [ad Alessandro Ferrucci, Fatto] • I suoi genitori «sono cresciuti durante la guerra, mia madre ancora soffre di claustrofobia per via dei rifugi antiaerei, poi però si sono sposati e hanno formato la famiglia borghese perfetta, con la casa a Firenze e la casina al mare, le vacanze, gli amici». […] Come vivevano il figlio rockettaro? «Male, malissimo, anche dopo il successo. Mia madre soprattutto, aveva il rigetto del figlio ribelle che ero» [a Valentina Vignale, Sette] • «La mia diversità, già da bambino, era venuta fuori: ero differente dai compagni di scuola, dai cugini, dal resto della mia famiglia» [a Gaspare Baglio, Rolling Stone] • «Da bambino trascorreva le giornate con il mappamondo in mano a studiare le catene montuose, i fiumi, le pianure, i mari, i vulcani, le città. Stava ore e ore a osservare i formicai e quell’incredibile lavoro di forza che le formiche operaie eseguono nel raccogliere il cibo e conservarlo. C’erano poi le scarpinate insieme al padre sui sentieri del monte Morello, sopra Firenze, dove si faceva il pieno di bellezza e profumi del bosco» [Alice Politi, Vanity] • «Ho sempre cercato storie più grandi di me: sin da quando scappavo dalla spiaggia, e mamma si disperava, per fare l’autostop con qualche figlio dei fiori» [a Andrea Laffranchi, Cds] • «A 5 anni e mezzo mi portarono a Portonovo d’estate. Mi rompevo i coglioni. Feci 3 chilometri di salita sotto il sole e aspettai i miei genitori. Non arrivavano. Piansi. Nessuno si fermò, tranne una 500 piena di capelloni. Lì ho capito che quelli strani sono molto più sensibili dei ‘normali’» [a Andrea Scanzi, Fatto] • «Vengo da una famiglia cattolica, sono battezzato e cresimato» […] Qual è il suo primo ricordo? «L’alluvione di Firenze. Piovve per settimane, pareva che fosse arrivato il diluvio universale a castigare il mondo. Abitavo a Ponterosso, dove il torrente Mugnone scende da Fiesole per gettarsi nell’Arno. Con mio fratello Andrea, la pecora nera della famiglia, guardavamo le acque che erano arrivate alle spallette; la nostra casa stava per essere allagata». Perché suo fratello è la pecora nera? «Si è laureato in Economia e commercio, ha lavorato in Borsa e in banca. È il mio manager». Erano gli Anni 60: boom, Autostrada del Sole, prime vacanze al mare… «Per me erano le prime vomitate sul sedile posteriore della Fiat 124 di babbo Giovanni. Radiologo, si trasferì ad Ancona per diventare primario. Arezzo, Città di Castello, l’Appennino, Furlo, l’osteria del Gatto... papà accelerava e frenava, e io stavo male. […] Ho sempre adorato la musica. Da piccolo cantavo a squarciagola e registravo le canzoni, comprese quelle di Sanremo: dovendo sceglierne una per la serate delle cover, ero indeciso tra 24 mila baci e Cuore matto. L’alba del rock italiano» [a Aldo Cazzullo e Andrea Laffranchi, Cds] • A 8 anni arriva la prima chitarra, «una Eco Eldorado comprata con le paghette» [a Vignali, cit.] • La sua famiglia gli ha «devastato l’esistenza mandandomi a fare una scuola che non volevo, ovvero il Liceo Classico Dante che ha non poco influenzato la mia rabbia successiva che poi si è tradotta in musica». Cosa volevi fare? «L’istituto d’arte, però mia madre si stava per laureare in Lettere francesi quindi era molto legata alla Francia, trasmettendomi l’amore per la loro cultura. Già da bambino andai a con mio fratello e fu lì che scoprii Paranoid dei Black Sabbath. […] Io ho vissuto una adolescenze molto difficile… Ora, non voglio fare vittimismo, perché la mia famiglia era unita, arrivavamo tranquillamente alla fine del mese. […] Ma ho vissuto questa doppia anima: vivere in una famiglia borghese laddove avevo un’anima ribelle, diversa dal resto della famiglia, che non veniva né accettata, né capita. Ho vissuto questa frustrazione da accettazione» [a Raiola, cit.] • «Da ragazzo ascoltavamo Bob Marley mentre ci fumavamo le prime canne» [a Raiola, cit.]. «A dire il vero, ogni volta che fumavo una canna collassavo. Ho scoperto così di avere la pressione bassa» [a Cazzullo e Laffranchi, cit.] • Da ragazzo beveva «alcol in maniera industriale. […] Correvo molto con la macchina. Poi un corso di guida sicura, un paio di incidenti, e ho capito quanto sono stato stronzo» [a Ferrucci, cit.] • «A spogliarmi ho iniziato alle feste studentesche» [ibid.] • «A vent’anni ero un obiettore di coscienza e rischiavo di finire nel carcere militare» [a Vignale, cit.] • Quale fu il primo concerto della sua vita? «I New Trolls, al Parterre di Firenze, nel 1977: mille persone. Poi Guccini: tremila. Quindi Ivan Graziani: cento. Fu un concerto meraviglioso, Graziani disse: “Non sapevo di avere così tanti parenti a Firenze”» [a Aldo Cazzullo, Cds] • «Da ragazzo giravo zaino in spalla. Più da migrante che da turista. Grecia, Messico, Brasile, Marocco. […] Ma all’epoca Firenze era la città più aperta d’Italia» [a Cazzullo, cit.] • «Firenze era un vulcano che affondava radici profonde nel Dopoguerra. È stata una città estremamente accogliente. […] Gli anni Settanta qui non furono violenti come Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli, Genova, le grandi città politicizzate. Ci fu l’omicidio del sindaco Lando Conti, sì, ma in generale in quell’epoca Firenze fu quasi un’isola felice, fricchettona. Il centro era un posto vivo». Cosa è rimasto di quella Firenze? «Niente. Dagli anni Duemila si è puntato tutto sulla Firenze-Dinseyland. È rimasto San Frediano – che è il mio quartiere e dove vivo e vado orgogliosamente per strada. L’ultimo quartiere veramente fiorentino. Un po’ Sant’Ambrogio… ma il resto è Florence, non è più Firenze» [Baglio, cit.] • Nel 1980 fonda i Litfiba con Antonio Aiazzi, Federico «Ghigo» Renzulli, Gianni Maroccolo e Francesco Calamai • Alcuni pensavano che Litfiba fosse l’acronimo de “l’Italia finisce a Bari”. «Una minchiata uscita negli anni Ottanta. Un giorno una ragazza di Marsala, geniale, mi scrisse: “Ok, l’Italia finisce a Bari. Ma partendo da dove?”. In questi decenni ho sentito le interpretazioni più varie, uno di Genova lo lesse come Litorale Firenze basso» [a Ferrucci, cit.] • Nel 1983 lascia gli studi universitari per dedicarsi solo alla musica. «Iniziai con giurisprudenza, poi volevo il sogno, si chiamava Dams». E invece… «C’erano già i Litfiba, le prove, le fidanzatine, non potevo andare a Bologna» [a Ferrucci, cit.] • «Nel 1983 in Italia non ci conosceva nessuno. Anche i miei parenti mi prendevano in giro per quello che facevo. Sempre tornando a quella diversità di cui parlavamo all’inizio. Nei primi anni Ottanta in Italia non ci filava nessuno» [a Baglio, cit.] • A Firenze «avevamo messo in piedi l’etichetta con altri soci, c’erano i Diaframma, c’erano altre band, però non c’era davvero una profonda collaborazione, una vera curiosità. Anzi, era tutto un po’ un calcolo, sempre quelle dinamiche lì che a me ammazzano la fantasia, la gioia di vivere: “Loro hanno fatto questo, allora noi dobbiamo fare quello”. Non era una competizione creativa, secondo me. E così ho detto: “Ragazzi, qui bisogna prendere e andare in Francia” […]. Primo disco dei Litfiba, super autoprodotto, Desaparecido. E poi via a suonare in Francia. Non so se posso dirlo, ma la Sony francese disse: “Ok, pubblichiamo questo capolavoro in Francia”. E diventammo più famosi in Francia, per tutti gli anni Ottanta, che in Italia» [ibid.] • «Al Trocadero di Parigi mi arrampicavo sulle statue per leccarne i capezzoli… Andavamo nei cimiteri della Francia sperduta, sotto la neve, perché mi riconoscevo nell’atmosfera gotica. Portavo un cappotto da Piotre degli Urali, il personaggio tsigano nel quale mi identificavo all’epoca» [a Vignale, cit.] • «Ringo, mio migliore amico e batterista dei Litfiba, è morto per overdose nel 1990. L’ho sognato tre giorni dopo, mi ha detto: tutto bene. Da allora lo sogno spesso, l’ultima volta mi ha detto: Piero, resta concentrato» [a Cazzullo e Laffranchi, cit.] • Nel 1991, durante la tournée di El Diablo, venne denunciato due volte. La prima per vilipendio alla bandiera quando, per celebrare la caduta di Ceaușescu, fece un buco al tricolore e la indossò come un poncho. La seconda per istigazione alla diserzione quando a un concerto invitò le forze dell’ordine a togliersi la divisa • Il suo vecchio studio di registrazione O-Zone, il primo al mondo totalmente alimentato a energia solare. Una grande intuizione… «Sì, risale ai tempi in cui ho vissuto in campagna, dal 1998 fino al 2015.L’idea mi è venuta agli inizi del 2000 perché si iniziava a parlare della produzione di pannelli solari particolarmente efficaci. […] Era una grandissima soddisfazione per me. Potrei forse dire di aver composto la prima musica eco-compatibile. Non solo: in quegli anni sono riuscito anche ad alimentare i concerti dei tour Né buoni né cattivi, Soggetti smarriti e In faccia, con energia proveniente da fonti rinnovabili, grazie all’accordo con una compagnia che riusciva a convogliare energie alternative nella zona in cui avrei suonato» [a Politi, cit.] • «Lasciai i Litfiba nel 1999 perché non ci capivamo più. Era come quegli amori tossici che non fanno bene. I dischi andavano forte e all’epoca il gruppo vendeva un milione di copie. Il mio fu un azzardo, ricominciai da zero e con numeri diversi, ma alla fine ce l’ho fatta» [a Enrico Fierro, Domani] • «In realtà siamo sempre stati molto fragili. Eravamo molto diversi tra di noi. Estremamente differenti, anche con l’età. Io sono il più piccolo, sono il cucciolo della band. Tra me, Gianni, Antonio… Ringo era della mia età, anzi aveva un anno meno di me, il povero Ringo. Però tra noi e Ghigo passano moltissimi anni. Quindi siamo una band un po’ particolare». E queste differenze si sono fatte sentire un bel po’… «Abbiamo condiviso viaggi, esperienze… poi piano piano sono venute fuori le diversità. In questi casi o c’è un grandissimo manager che tiene tutto come un grande allenatore, oppure ciao». In pratica così è stato. Per anni tu e Ghigo eravate un po’ come due pianeti che collidono. Ma adesso è vera pace, tregua armata o altro? «Poi ci siamo riallontanati… ma sai, certe diversità non le puoi cancellare. Bisogna accettarle, basta» [a Baglio, cit.] • «Alla fine degli anni Novanta c’è stato un calcolo eccessivo, infatti ci siamo sciolti. Volevano controllare il nostro sound, l’atteggiamento, il look». L’anarcoide non ce l’ha fatta… «Sì, stavo malissimo, mi sarei ammalato. Accetto anche il compromesso, detesto i talebani, anche i talebani del rock, quelli che ti vogliono solo come ai tempi di Litfiba3, di 17 re, o come in Mondi sommersi. No, io sono come cazzo mi pare in ogni momento, ed è fondamentale da capire. Altrimenti uno non è un’artista ma una macchina per fare soldi. Non sono un juke box» [a Ferrucci, cit.] • Inizia a incidere canzoni da solista • Nel 2019 nel brano Picnic all’inferno inserì la voce di Greta Thunberg, traendola dal discorso tenuto alla Conferenza di Katowice sul clima • «Ventimila euro (con scuse). Tanti ne pagherà Piero Pelù al concittadino Matteo Renzi, che aveva appellato come “il non eletto e boy scout di Licio Gelli”, al concerto del Primo maggio a Roma, nel 2014. L’allora premier, da poco a Palazzo Chigi, lasciò correre. Ma il nome dell’ex frontman dei Litfiba finì in una sorta di lista nera sulla quale Renzi ha progressivamente appuntato, con il supporto di un team di avvocati, i nomi di tutti coloro dai quali si è sentito diffamato durante la sua attività politica. Così, svestiti i panni di premier e varata la scissione dal Pd, in veste di senatore semplice di Italia viva, Renzi ha fatto scattare una raffica di querele, in sede penale e civile, ciascuna delle quali accompagnata da ingenti richieste danni. […] La rottura, insanabile, arriva quando Renzi viene eletto sindaco di Firenze e non conferma Pelù alla guida dell’Estate fiorentina. Da lì in poi è un crescendo, fino alle foto pubblicate dal rocker sui social mentre mostra un rotolo di carta igienica con la faccia di Renzi» [Claudio Bozza, 2020 Cds] • Nel 2020 partecipa a Sanremo con la canzone Gigante dedicata al nipote Rocco. Arriva quinto • Nel 2021 ha scritto l’autobiografia Spacca l’infinito - Il romanzo di una vita (Scrittori Giunti, 2021). Perché scrivere di sé in terza persona? «Mi sembrava una sfida interessante. È stata utile per prendere le distanze da me stesso, dal mio ego, dal mio personaggio pubblico. Sono riuscito a raccontare le storie con un certo distacco, e ho potuto romanzare più facilmente il mio vissuto» [Politi, cit.] • Dal 2022 soffre di acufene. «È stato un incidente sul lavoro. Ero in studio di registrazione e ho subìto uno choc acustico. Avevo cambiato cuffie e il fonico non ha fatto bene i calcoli: ho perso i sensi, sono cascato a terra. A quello si sono sommati i miei di errori: non ho fatto subito i controlli e ho trascurato il problema. Il danno è irreversibile, ho recuperato un po’ ma da questi schock non si guarisce. Posso accerchiare il problema con la tecnologia. Un sistema acustico ben calibrato mi permette di affrontare di nuovo il palco» [a Laffranchi, cit.] • «L’ho avuto nella situazione peggiore: nel silenzio anecoico di uno studio, con entrambe le cuffie, mi parte un boato in una sola orecchia. Da –40 dB passi a +130 dB in una frazione di secondo: è come un cannone che ti spara» [a Baglio, cit.] • «Per fortuna, anziché la sordità, ho un’ipersensibilità a certe frequenze e con il tempo sono riuscito a inventarmi un sistema per cantare. Devo mettere spesso i tappi quando sono tra la gente o esco a cena, se ci sono rumori di piatti o voci acute che mi feriscono» [a Valeria Vignale, Sette] • Nel 2024 pubblica l’album Deserti. «l’acufene, causato dall’incidente in studio, mi ha costretto a saltare il tour dell’anno scorso e obbligato a concentrarmi sulla scrittura, altrimenti sarei impazzito. Ho anche lavorato ai visual che faranno parte dei concerti e mi sono immerso nella natura, che è rigenerante. C’è stata tanta scrittura, tanta lettura, tanto cinema e tanta presenza degli amici. Ho fatto molte feste. Festeggiare con gli amici è salutare» [a Giancarlo Aimi, Rolling Stone] • Alla Mostra del Cinema di Venezia dell’anno scorso ha presentato il film Piero Pelù. Rumore dentro, distribuito da Nexo Studios, sceneggiato da lui e diretto da Francesco Fei • A ottobre 2025 ha inciso il brano Sos, scritto per la Palestina, scaricabile dal suo sito (pieropelu.net) • Il 30 gennaio di quest’anno è morto suo padre, malato da tempo di Alzheimer.
Curiosità Scrive con «foglio di carta, matita e gomma per cancellare. Sono l’unico rimasto a non usare i gobbi sul palco. Vado a memoria. Al massimo ho qualche appunto di carta sparpagliato in punti strategici» [Aimi, cit.] • «Il mio modo di scrivere invece è ancora legato all’istinto, al bambino che ho dentro: Peter Pan, o meglio Peter Punk» [a Cazzullo e Laffranchi, cit.] • «Ho una casa che è tappezzata di maschere» [Raiola, cit.]• «Compro tutto quello che è privo di packaging, che è la regola numero uno. Scelgo cibi che posso portare in micro sacchettini di plastica riciclabile e li ripongo all’interno del mio zaino. Inoltre, cerco di andare il più possibile all’origine di un alimento e di fare grosse scorte durature: dai cibi secchi e sott’olio alle olive, al miele» [a Politi, cit.] • Ha avuto la sua prima volta a 18 anni e mezzo: «Un’età abbastanza avanzata, fino ad allora non battevo chiodo». Perché? «Ero troppo assatanato, ero pericoloso, forse spaventavo le donne» [a Silvia Bombino, Vanity] • Nel 2019 ha sposato la direttrice d’orchestra Gianna Fratta, dalla quale si è separato a gennaio di quest’anno. «Ero uno scapolone impunito e appena l’ho vista, pem!, è partita una legnata micidiale» [s Cazzullo e Laffranchi, cit.] • Ha tre figlie, Greta (36 anni) e Linda (31) dalla prima compagna, Zoe (22) dalla seconda. «Non credo alla storia del genitore amico». Da sempre la pensa così? «No, all’inizio ero molto smart, poi ho capito l’errore. Con la prima ho vissuto tutti gli uragani della sua adolescenza» [a Ferrucci, cit.] • Suo nipote Leo lo chiama nonno Pasqua «perché gli avevo portato le uova di cioccolato» [a Laffranchi, cit.] • Nel 2016 disse che a Firenze gira sempre in bici, e che gliene avevano rubate almeno sette. «L’appuntamento è alle undici. Sono le dieci e quaranta, venti minuti all’incontro con Piero Pelù. Nell’attesa rifletti: su quale mezzo viaggia un rocker di 51 anni? In utilitaria? Immagine poco romantica. Suv? Speriamo di no. In Harley modello Peter Fonda in Easy rider? Stereotipo su stereotipo. Sbagliato. Piero Pelù si muove in bicicletta “e ne ho una collezione”. Capelli raccolti a crocchia, basetta in stile Litfiba, maglione a girocollo, voce leggermente impastata dal sonno (“vado a letto alle tre”), si siede nel salotto-cucina tra quadri pop, qualche libro, la copertina gigante del suo penultimo album, la foto in bianco e nero di Enrico Berlinguer. Tutto molto ordinato. Come lui quando è giù dal palco. Pacato nella forma, nei modi e nei toni. Meno nelle idee e nei concetti, decisamente più rock» [Ferrucci, cit.] • Beve solo vino rosso, e solo a volte: «Da quando ho smesso di bere e fumare ho il doppio dell’energia» [ibid.] • Una sua vecchia regola: sesso dopo il concerto. «L’ho detto in altri tempi. Ora sono fidanzato» [Ferrucci 2013, cit.] • È vero che lei in spiaggia va nudo? «Se posso lo faccio. Mi capita spesso a Badolato, sulla costa ionica della Calabria, dove le spiagge non sono assalite dal turismo» [a Cazzullo e Laffranchi, cit.] • Ha smesso di gettarsi sul pubblico ai concerti, come Jim Morrison? «Non so come facesse lui, ma io ogni volta mi incrinavo una costola... L’ultima volta è successo nel 2011. Ho finito la tournée solo grazie agli antidolorifici» [ibid.] • «Il mito resta Iggy Pop, sfasciato e asmatico, ma a torso nudo sul palco. Canta massimo un’ora e un quarto, di più non va. Che meraviglia» [Ferrucci, cit.] • È ateo ma su un braccio ha un tatuaggio di Santa Sarah, protettrice dei viaggiatori e degli esclusi. Ha (aveva?) anche un tatuaggio del codice fiscale della compagna • Ha una barboncina che ha chiamato Tina, come sua nonna • «Quando mi girano le scatole, nulla di meglio che prendere un camper e sparire per una settimana» [a Vignale, cit.].
Titoli di coda Chi è Piero Pelù? «Il babbo del rock’n’roll» [a Baglio, cit.] • «Esistono solo due modi per morire bene: sul palco o a letto con la propria donna» [a Ferrucci, cit.].