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 2026  febbraio 21 Sabato calendario

Biografia di Gilberto Corbellini

Gilberto Corbellini, nato a Cadeo (Piacenza) il 22 febbraio 1958 (68 anni). Epistemologo, storico della medicina e della bioetica (17 libri; collabora con l’Huffington Post e con Scienza in rete).
Titoli di testa «La scienza e le conoscenze tecniche, ovvero il metodo scientifico, sono l’unica risorsa che abbiamo a disposizione per stabilire come stanno i fatti (…). Da Thomas Jefferson in poi, una democrazia che non si basi sulla verità, non ha niente a che vedere con la libertà, ma è solo una forma mascherata di tirannide» [Gilberto Corbellini, Foglio].
Vita «Fino a 22 anni circa non avevo deciso se tentare una carriera di studio o fare l’agricoltore. Guadagnavo bene negli ultimi anni Settanta come trattorista e contoterzista, avendo d’inverno anche il tempo per frequentare l’università e andare in vacanza» [Corbellini, Huffington Post] • Nel 1986 si laurea (con lode) in filosofia presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi sulle teorie evoluzionistiche della conoscenza (epistemologia evoluzionistica) dal titolo: Evoluzione e conoscenza [fondazioneonda.it] • Qual è stato il moto che l’ha spinta a studiare filosofia? «La passione, l’interesse, perché mi stimolava pensare… non a cose concrete» [Matteo Perlini, Anteprima] • Dopo la laurea prosegue gli studi, con esperienze anche all’estero. Nel 1986 conclude il dottorato di ricerca in Sanità pubblica, con una tesi sull’evoluzione degli studi sulla malaria [fondazioneonda.it] • Il passaggio dall’epistemologia alla storia della medicina è stato immediato oppure è venuto nel tempo? «Filosofia della scienza era una carriera che probabilmente non avrei mai fatto, perché c’erano delle correnti un po’ chiuse» [Perlini, cit.] • Prosegue la carriera accademica lavorando come ricercatore finché, nel 2002, diventa professore straordinario (e dal 2005 ordinario) di Storia della medicina all’università La Sapienza di Roma. Tra il 2011 e il 2017 dirige anche il museo di Storia della scienza dell’università [fondazioneonda.it] • Il passaggio da studente di epistemologia a insegnante di storia della medicina è stato un po’ travagliato? «No, per mia fortuna ho frequentato quasi solo scienziati, pochi filosofi e storici. Quindi a un certo punto mi è stato possibile entrare a insegnare a medicina, che dà molta più soddisfazione. Soprattutto se si insegna Storia della medicina a studenti di medicina: dà la percezione che a qualcosa possa servire» [Perlini, cit.] • L’aspetto che le piace di più nell’insegnamento a contatto con i suoi studenti? «Diciamo che all’inizio era molto stimolante: gli studenti erano più preparati, bisognava stare attenti a tutto ciò che si diceva perché si poteva essere presi in castagna. Interrompevano, facevano domande. Oggi non più, sono tranquillamente molto passivi. Il che non vuol necessariamente dire che sia peggio in senso generale, perché oggi, grazie a internet, gli studenti sanno tantissime cose, magari anche più di quelli di quarant’anni fa». È un’opinione abbastanza diffusa che un aspetto negativo dell’insegnamento odierno sia l’iperburocratizzazione della professione «Da questo punto di vista mi piaceva molto l’idea di insegnare, perché vedevo che i miei professori non avevano quasi nessuna incombenza burocratica. Mentre noi passiamo gran parte del tempo a fare cose che forse dovrebbero fare apparati appositi. Il quale invece spesso s’inventano la qualunque pur di pesare sul nostro tempo» [ibid.] • I suoi interessi di ricerca hanno coperto una grande varietà di temi, evolvendosi nel tempo: dall’epistemologia e la bioetica della medicina al ruolo politico che la scienza ha nella società (con una particolare enfasi sulla inestricabile, reciproca influenza che unisce il metodo scientifico allo stato di diritto liberale e alla società aperta) [Corbellini, Scienza, quindi democrazia] • Rispetto a tanti suoi colleghi che magari intendono la ricerca come pura teoria, lei si è impegnato in senso pratico: cosa ha mosso questa decisione? «Io ho sempre avuto interesse per la politica, per le tematiche che ruotano intorno all’analisi delle dinamiche sociali. Non mi sono mai occupato soltanto di Storia della medicina o di bioetica di per sé, ma ho sempre girato abbastanza al largo dalla politica politicata. Però ho sempre ruotato intorno al mondo radicale, alla visione libertaria e liberale che mi è sempre stata più congeniale per motivi filosofici. E poi quando è nata l’operazione lanciata da Luca Coscioni, mi sono detto che forse, anche se mi ero tenuto per tanto tempo al margine, poteva essere interessante fare questa esperienza» [Perlini, cit.] • «Ricordo ancora l’e-mail con cui Luca mi invitava a farne parte. La mia prima risposta fu: “Sono allergico a ogni forma di associazionismo”. Replicò che capiva e rispettava la mia posizione, ma non vedeva altro modo per discutere pubblicamente idee comuni, come la libertà di ricerca scientifica quale cardine di ogni liberal-democrazia e presupposto per l’innovazione biomedica, e il disagio per il risorgere in Italia di un integralismo religioso che spadroneggiava sui temi bioetici». Corbellini sarà per un decennio copresidente dell’associazione [Corbellini, Huffington Post] • Nel 2006 entra a far parte del Comitato nazionale per la Bioetica. Rispetto alla “politica politicata”, la sua partecipazione al Comitato… «Pessima, pessima esperienza. Sono scappato dopo un anno: non faceva per me». Avevo letto una sua intervista in cui diceva di essersi scontrato contro una volontà quasi dogmatica di persone lontane dall’approccio scientifico di imporre un punto di vista religioso. «Ovviamente questo era l’impianto alla base, con chi concepiva il comitato come una sorta di tribunale dell’Inquisizione. Ma più che altro andare tutti i venerdì del mese in un posto in cui finivo per litigare, anche no. Tutti i venerdì in un comitato in cui non c’è discussione, non c’è confronto critico né dibattito teorico-filosofico, dove ognuno dice la sua e basta. Un comitato che peraltro ha sempre avuto una stragrande maggioranza cattolica, pur non essendo uno strumento del Vaticano, perché il Vaticano non ha bisogno di usare strumenti: parla direttamente con chi comanda. Ma è comunque stato un modo di monitorare alcune tematiche. Data la composizione si finiva sempre a votare su questioni etiche a maggioranza cattolica. Faceva un po’ ridere» [Perlini, cit.] • Esattamente un decennio dopo, nel 2017, decide di tentare nuovamente di affiancare la docenza a un impegno presso un ente di rilevanza nazionale, e accetta di dirigere il dipartimento di Scienze umane e sociali del Consiglio nazionale delle ricerche. Il suo quadriennio al dipartimento di Scienze sociali e umane del Consiglio Nazionale della Ricerca è stato più positivo? «No, non è stato positivo. È stata un’esperienza che ho voluto fare un po’ perché alcune persone che conosco hanno insistito che la facessi. Io mi ero detto: “ma sì, sono stato all’università, vediamo cosa vuol dire fare il dirigente”… non l’avessi mai fatto. Però sono rimasto quattro anni, ho conosciuto persone interessanti. Ho imparato delle cose, ho capito come funziona un ente di ricerca» [ibid.] • «In quel quadriennio cercato di contaminare il più possibile il dipartimento di Scienze sociali e umane con gli altri di scienze dure, e viceversa. Posso dire di aver avuto un certo successo creando da zero un Istituto di scienze del patrimonio culturale, fortemente multi e interdisciplinare, e nel valorizzare il ruolo delle scienze cognitive, ma per il resto hanno prevalso le resistenze conservatrici» [uaar.it] • «Vedevo forti resistenze in ambito umanistico e anche una preoccupazione in ambito scientifico che gli si volesse portar via qualcosa, trascinandolo in questioni di nessun interesse. Insomma c’è purtroppo questa compartimentalizzazione, che non c’è solo nel Cnr, lì è all’ennesima potenza, ma anche negli stessi dipartimenti. Riguarda le ricerche, le scienze in generale, sia quelle umanistiche che letterarie. Poi tutti parlano di multidisciplinarietà: quando la sento nominare mi viene un attacco di allergia. Come fai a parlare di multidisciplinarietà quando ognuno tiene al suo orticello e la parola multidisciplinarietà consiste solo nel far parte di qualche comitato che dice di fare qualche progetto di ricerca multidisciplinare, ma poi i soldi si spartiscono e ognuno fa ricerca nel suo ambito?» [Perlini, cit.] • Tornando alla sua tensione verso un’applicazione pratica delle sue conoscenze, si potrebbe dire che la sua scrittura sul Sole 24Ore e sul Foglio potrebbero avere un approccio divulgativo? «Intanto a me scrivere diverte, e mi rilassa. Io scrivo di scienza praticamente dal 1989, avevo cominciato a collaborare con la pagina scientifica dell’Unità, ogni giorno. Poi ho fatto tutta una serie di passaggi, sono andato al Tempo Medico, le Scienze, il Sole 24 Ore… Ora il posto in cui mi trovo meglio è all’Huffington Post, dove c’è davvero un tipo di accoglienza che interessa a me. Perché io non penso di fare divulgazione, non mi interessa tanto. Mi interessa prendere a pretesto delle scoperte scientifiche, dei temi, degli argomenti e filtrarli, analizzarli usando strumenti che vengono dalle scienze naturali e che possono essere di varia natura: evoluzionistiche, psicologiche, neuroscientifiche: tutto quello che può essere dedicato e usato per, magari, far capire meglio, fornire un punto di vista diverso su alcune questioni. Siccome l’accoglienza sull’Huffington Post è stata molto buona, ma anche su Scienza in Rete, col pubblico mi trovo abbastanza bene. Mi piace scrivere dove per prima cosa vengo accolto bene, e dove qualcuno non comincia a dire “è troppo difficile”: se è troppo difficile, ci sarà qualcuno che lo legge e qualcuno no. Se scrivo una cosa troppo facile non la legge chi si aspetta una cosa un po’ più impegnata. “Troppo difficile”… Ho cominciato a discutere sul “troppo difficile” quando ho cominciato a scrivere. Secondo me bisogna fare un passaggio reciproco, se devo dire qualcosa di interessante, non posso dirla banalizzando, e d’altra parte se qualcuno vuole capire le cose che scrivo, deve fare lo sforzo per entrarci dentro. Altrimenti se quegli altri restano lì come contenitori da riempire semplicemente di nozioni, non è molto divertente, no?» [Perlini, cit.] C’era qualcosa di simile nella sua iniziativa di fondare la rivista Darwin nel 2004? «Sì. Quella è stata un’iniziativa fatta con un carissimo amico, poi scomparso, Gianfranco Pangone, che ci siamo messi proprio in testa di fare un’operazione culturale che voleva portare in Italia una rivista non strettamente divulgativa, ma una rivista di natura scientifica, e quindi far vedere che la scienza ha una dimensione culturale anche alta, e che può trattare di diversi temi, ampliando l’orizzonte e la prospettiva che questi temi portavano con sé. Non è andata: avevamo scommesso che avremmo trovato in Italia almeno due-tremila lettori, e invece non ce l’abbiamo fatta, e quindi la rivista ha chiuso» [ibid.] • Nel corso della sua attività ha aperto dibattiti abbastanza accesi con la comunità della psicanalisi e (in parte) della psichiatria quando, a più riprese dalle colonne dell’Espresso, dell’Huffington Post, di Scienza in Rete ha espresso il suo radicale scetticismo nei confronti, appunto, della psicanalisi: l’accosta ad altre pseudoscienze (come l’agopuntura) per la sua assoluta mancanza di riscontri scientifici misurabili [Corbellini, Huffington Post] • A partire dal 2012 svolge un ruolo di primo piano quando si trova coinvolto in prima persona nel caso Stamina: assieme a Elena Cattaneo, Paolo Bianco e Michele De Luca costituisce uno degli avversari più tenaci del protocollo, e uno dei pochi nella comunità scientifica ad avere il coraggio di opporsi pubblicamente. Una battaglia che durerà anni, richiedendo un impegno che gli costerà la possibilità di partecipare ad alcuni progetti di ricerca [Anna Lisa Bonfranceschi, Wired] • Verrà anche minacciato (cosa peraltro già successa in passato): «Occupandomi di temi di bioetica sono abituato a ricevere email di insulti e minacce da gruppi o associazioni che sono su posizioni opposte alle mie, come è accaduto quando si discuteva la legge 40» [Rep] • Durante la pandemia da Covid-19 e negli anni immediatamente successivi pubblica (in particolare sul sito Linkiesta.it e sul quotidiano Il Foglio) una serie di articoli (che saranno poi la base per il libro La società chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia) in cui sia esulta per i risultati che la scienza ha saputo ottenere con la rapidissima ed efficace produzione dei vaccini (e per la relativa campagna vaccinale organizzata dal generale Figliuolo), sia lamenta le conseguenze di quelle che considera delle politiche antiscientifiche e liberticide come il lockdown e il greenpass. La principale di queste conseguenze, imputate alla politica che le ha avvallate, è l’approccio moralizzatore e paternalista da parte dello Stato, che vede nei suoi cittadini dei bambini, creando in ultima istanza una «società rimbambita» [Corbellini, Linkiesta].
Curiosità È ateo [Uaar.it] • Segue le partite della Premier League, e più in generale il calcio «solo quando è interessante». Se ha il tempo il ciclismo e il rugby. Saltuariamente la pallavolo, e non si fa mai mancare la MotoGp [Perlini, cit.] • Non usa i social network [ibid.].
Amori Rigorosissimo nella difesa della sua privacy, riguardo alla sua vita privata non si sa praticamente nulla, se non che è padre di (almeno) un figlio [Corbellini, Huffington Post].
Titoli di coda Nel suo futuro vede? «La pensione. Si chiude. Poi però magari si apre qualcosa, ma non faccio previsioni» [Perlini, cit.].