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 2026  marzo 04 Mercoledì calendario

Una fregata tricolore con sistema anti-droni per difendere Nicosia

Un segnale per il Golfo, l’altro per l’Europa. Nel vertice a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ragiona con Antonio Tajani e Guido Crosetto di come sostenere gli alleati in Medio Oriente, ma anche della modalità più razionale per garantire lo sforzo difensivo di Cipro. La Francia si sta già muovendo per Nicosia, esposta agli attacchi aerei iraniani. Roma deve tenere il passo, vista la tradizionale presenza della Marina tricolore nel Mediterraneo. E così, si apprende, nasce l’ipotesi allo studio in queste ore: spostare una fregata italiana nei pressi del territorio cipriota, in modo da contribuire alla sicurezza dell’isola. A bordo della nave militare, infatti, sono installati armi capaci di abbattere i temibili droni di Teheran. Una necessità, una delle numerose emergenze emerse in queste ore.
Non è una scelta semplice come non lo è l’altra decisione di assicurare a uno dei Paesi del Golfo – si parla di Kuwait o Emirati arabi – uno dei Samp-T italiani. Fino alla scorsa settimana, Roma aveva posizionato una fregata fremm – la Virginio Fasan – nel Mediterraneo orientale. E una seconda – la Schergat – si trova nel canale di Sicilia e può raggiungere Cipro in due giorni. Queste fregate europee multi-missione vantano un sistema di difesa radar che avvista gli intrusi a circa 200 chilometri di distanza. E dispongono di missili Aster 30 – gli stessi del Samp-T – con un raggio d’azione di cento chilometri. Ma il pezzo pregiato è un altro: il cannone a tiro rapido da 76 millimetri. Si è rivelato l’arma migliore per abbattere i droni. Dopo la missione nel Mar Rosso contro gli Houthi, anche le altre marine imitano questo modello operativo. Gli equipaggi, soprattutto quello della Fasan, hanno condotto lunghi duelli contro droni e missili cruise yemeniti, gli stessi dei pasdaran e di Hezbollah. E sono pronti a fare da scudo a Cipro e al traffico mercantile.
Sulla carta, esiste anche un’altra opzione: il caccia Caio Duilio, il cacciatorpediniere lanciamissili della Marina, con il radar più potente di tutti, capace di assicurare una copertura di circa 350 chilometri. Rispetto alle altre navi, vanta anche delle capacità di intercettare i missili balistici, sempre utilizzando gli Aster 30.
Fin qui, Cipro. A Palazzo Chigi si ragiona però anche dei potenziali e drammatici effetti negativi che deriverebbero da una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz. I problemi sono almeno due: l’approvvigionamento energetico e quello delle merci. Lo snodo è cruciale, perché se il blocco dovesse protrarsi a causa del conflitto le economie europee subirebbero danni ingenti.
È un nodo di sicurezza nazionale, la guerra russa in Ucraina ha chiarito quanto indispensabile sia l’approvvigionamento energetico e l’autonomia strategica di un Paese su questo terreno. La preoccupazione più forte è per i prezzi dell’energia. In aumento vertiginoso quelli di gas e petrolio. Ecco perché il grande interrogativo condiviso dai partecipanti al vertice è uno solo: quanto durerà l’instabilità sui mercati? La risposta non c’è. Ma una lunga escalation militare logorerebbe la resistenza energetica dell’Italia. E proprio l’incertezza impone un’analisi di tutti gli scenari, anche dei più cupi.
L’Italia può contare sul livello di riempimento degli stoccaggi più alto in Europa (47% contro una media Ue del 30% al primo marzo). Ma se la guerra in Medio Oriente dovesse protrarsi, allora prenderebbe forma una questione non da poco: la contrazione delle importazioni di Gnl (gas naturale liquefatto) dal Qatar sul medio periodo farebbe schizzare ulteriormente i prezzi. Doha copre circa l’11% del totale del metano e il 45% del Gnl italiano. Il Paese “sopravviverebbe” anche senza, ma – come si legge in un report del governo – «ogni tensione su Hormuz si rifletterebbe immediatamente sui prezzi europei, con impatto su bollette, competitività industriale e crescita». Tra gli effetti collaterali anche «l’attivazione di una spirale inflattiva con ricadute sugli investimenti».
Ecco perché agli amministratori delegati di Eni e Snam, Claudio Descalzi e Agostino Scornajenchi, la premier chiede di essere tenuta costantemente aggiornata sul fronte delle forniture e delle riserve. Non solo. Affida ai due manager anche la stesura di un set simulazioni sugli scenari di rischio nel breve e medio termine. In questo quadro diventa cruciale difendere i Paesi del Golfo. La prima richiesta per un Samp-T è arrivata dagli Emirati (e non a caso oggi Meloni riceverà a Palazzo Chigi il ministro degli Esteri emiratino). Anche il Kuwait ha fatto sapere che gradirebbe il sistema di difesa aereo. E pure il Qatar ne avrebbe bisogno. La scelta arriverà nelle prossime ore.