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 2026  marzo 04 Mercoledì calendario

Libano, Israele sconfina: fuga di massa dal sud e nuovi raid aerei su Beirut

Non è un’invasione. Non è neanche un’operazione di terra. È piuttosto un «riposizionamento strategico»: lo dicono tre volte i portavoce militari israeliani, in un briefing con i giornalisti. Ma i fatti sono fatti e i giochi di parole non servono a cambiarli: ancora una volta le truppe israeliane hanno attraversato ieri il confine con il Libano e hanno preso possesso di «punto strategici importanti» con l’obiettivo di stabilire una zona cuscinetto per dividere il territorio del Paese dei cedri da quello israeliano. In risposta a questa azione, Beirut ha ordinato l’evacuazione della striscia di villaggi a ridosso del confine: le immagini mostrano una lunghissima fila di auto in fuga dall’area al Sud di Tiro, che anche ieri è stata oggetto di pesanti bombardamenti. Più di 58mila gli sfollati e 52 i morti di questi due giorni.
La creazione della buffer zone – sul modello di quella di Gaza – era uno degli obiettivi lasciati in sospeso con il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nel novembre 2024: i vertici militari israeliani la ritenevano necessaria, il compromesso raggiunto in quella occasione l’aveva formalmente evitata, ma di fatto la zona a ridosso del confine era stata resa inabitabile dagli israeliani prima del ritiro. Distrutte le case e le infrastrutture, i droni non avevano abbandonato l’area, terrorizzando tutti quelli che volevano tornare. Non solo: gli israeliani non si sono mai ritirati da cinque postazioni all’interno del territorio libanese – come invece si erano impegnati a fare nell’accordo di cessate il fuoco – e dal novembre 2024 si sono resi responsabili di oltre 10mila violazioni dell’accordo, giustificate con la minaccia legata alla presenza di Hezbollah. Insomma, per migliaia di libanesi vivere a ridosso del confine era impossibile già prima di ieri.
L’ingresso dei soldati nel Sud è comunque il fatto nuovo di una giornata che per il Libano è stata di nuovo durissima: i bombardamenti sulla periferia di Beirut e sulla regione meridionale sono andati avanti da mattina a sera e più di 80 villaggi hanno ricevuto un avviso di evacuazione, con l’avvertenza che sarebbero stati colpiti. In risposta a tutto questo, Hezbollah – che nella notte fra domenica e lunedì aveva lanciato razzi sul Nord di Israele dopo l’uccisione di Ali Khamenei, scatenando la reazione israeliana – ha promesso «guerra aperta» contro il nemico di sempre e si è mostrato indifferente all’ultimatum lanciato due giorni fa dal presidente Joseph Aoun sulla consegna delle sue armi all’esercito libanese. Un braccio di ferro nel braccio di ferro, che può passare in secondo piano in questa fase di emergenza ma che è destinato a determinare quale strada prenderà il Libano nel futuro.
In mezzo al guado oggi, come nel 2024, ci sono i militari di Unifil, la forza dell’Onu che dal 1982 monitora il confine fra il Libano e Israele e che è stata rafforzata dopo la guerra del 2006: al momento si tratta di 3.800 uomini e donne, di cui mille italiani, al comando del generale Diodato Abagnara. Ieri, come già accaduto in passato, Unifil ha evacuato il personale non necessario dalle basi, ma poco altro ha potuto fare. «I caschi blu agiscono secondo quanto stabilito dalla risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu: possono assistere l’esercito libanese, monitorare quello che succede, ma non possono certo fermare gli israeliani. È una missione di pace», spiega Andrea Tenenti, che a lungo è stato portavoce di Unifil e come pochi ne conosce i meccanismi interni.
I prossimi giorni per i Caschi blu si annunciano difficili: in Libano come in Iran, Israele è determinato a concludere un lavoro che ritiene di aver lasciato incompiuto nel precedente round di scontri. In Libano come in Iran, i combattenti sciiti – Hezbollah da una parte, i Pasdaran dall’altra – sembrano determinati ad andare avanti, nonostante i gravi colpi subiti negli ultimi due anni. Uno scontro destinato a ridisegnare il volto del Medio Oriente. E che in mezzo, da una parte e dall’altra, tiene in scacco centinaia di migliaia di civili.