corriere.it, 4 marzo 2026
Alfonso Gatto, vita di un poeta dimenticato
«Ad Alfonso Gatto per cui vita e poesie furono un’unica testimonianza d’amore». Così l’epitaffio di Eugenio Montale per Gatto, nella natìa Salerno, anche se un pezzo di cuore è restato a Milano, dove visse a più riprese, prima di trasferirsi a Roma. Partiamo da lui, per questo viaggio, perché tra i grandi poeti italiani è il meno noto, e perché di Milano scriveva «è una città natale mia o della mia poesia». Da pittore, amava le sfumature, la nebbia d’inverno che fa del sole un ricordo, «Milano a mezzogiorno è già crepuscolare», tra «alberi anneriti in quel freddo d’argento», sì che il «Duomo fiorito di grigio e di lichene / appare nelle nebbie delle notti serene» (in Piccolo sole). A Milano voleva re-inventarsi: nel «tuo paese natale sei sempre impiccato all’albergo genealogico», scriveva.
Arriva a Milano nel 1934, ventenne, da Napoli dove aveva studiato Lettere, interrompendo gli studi per difficoltà economiche – la famiglia di origine calabrese, di marinai e piccoli armatori. In tasca un libricino d’esordio Isola, lodato da Montale, al fianco la figlia del professore di matematica, Jole Turco, con cui si sposa nella chiesa del Redentore. L’anello preso alla Upim, ospiti Quasimodo e Zavattini, testimone Domenico Cantatore, che recitò il Padrenostro per gli altri e notò le suole bucate delle scarpe degli sposi genuflessi.
Gatto, tra i vari mestieri, fu correttore di bozze per gli annunci di lavoro del Corriere della Sera, visse in via Lulli 9, in corso XXII Marzo vicino all’amico Edoardo Persico, poi via Washington e via Corridoni. Nel 1936 è arrestato per attività antifascista, torna a San Vittore, dove era già stato anni prima, fermato senza documenti, come racconta in Via Quadronno. In Tornando all’alba per San Vittore, trent’anni dopo, sente ancora «il torto che opprime / l’ansia d’avere ragione, e tu non l’avesti, perdevi», a ricordare l’incertezza del destino, della storia dove la ragione è dei vincitori e finché si lotta l’esito è incerto (è il cuore della raccolta La storia delle vittime, la più celebre, con Poesie d’amore).
L’antifascismo di Gatto, che aveva vinto gare littorie e collaborato a riviste e al ministero per la propaganda fascista, era antropologico. Come il comunismo, dal 1942 era nel Pci clandestino, più esistenziale che marxista (lascia il Pci nel 1951). Un opporsi «a considerare la vita sul metro del successo e dell’insuccesso, la scoperta di quest’uomo che alle ragioni dell’avere contrapponeva la nuova, antica e naturale dimensione dell’essere».
A pochi mesi dalla strage fascista del 1944, scrive Per i martiri di Piazzale Loreto, circolata clandestinamente: «Ed era l’alba, poi tutto fu fermo / la città, il cielo, il fiato del giorno. / Rimasero i carnefici soltanto / vivi davanti ai morti».
Nel 1946, a una conferenza su Valéry, incontra Graziana Pentich, pittrice triestina, sarà la seconda e ultima moglie. Inviato per l’Unità, su idea di Ingrao e Togliatti segue il Giro d’Italia, dove Coppi prova a insegnarli ad andare in bici, invano. Poi passa a Epoca. Tifava la Salernitana in C e il Milan in serie A, era pazzo di Rivera, convinto che calcio, danza e nuoto fossero poesia. Ritmo, tecnica e inventiva. Frequentava Le Tre Marie, il Savini e il Caffè Craja, nella piazzetta dietro la Scala (Paolo Ferrari), si esercitava “quell’insolente vocazione alla verità che ci sorprendeva a non avere indulgenza per noi”. Gli piaceva da morire, come scrisse in Se morissi in un caffè.
Morirà in un incidente d’auto a Orbetello, l’8 marzo 1976. Nel 1988 escono postumi, curati da Anna Modena (che ha scritto anche Alfonso Gatto a Milano), i testi per una rubrica de l’Ambrosiano, con il titolo Guida sentimentale di Milano, a esprimere il pragmatismo affettuoso verso la città di un poeta che dall’ermetismo si aprì al mondo, convinto che per andare incontro agli altri uno dovesse prima scavare dentro di sé.