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 2026  marzo 04 Mercoledì calendario

Il primo «editore» della storia? In Egitto, per il Libro dei morti di Merit

Umberto Eco nel domandarsi cosa rendesse un libro dell’antichità un classico si rispondeva così: la sopravvivenza. In effetti nessuno oggi può garantire che non esistesse qualcuno più bravo a scrivere, per esempio, di Sofocle con il suo: «Dove fuggire? Dove, essendo fuggiti, restare?». Distruzioni, incendi, guerre o il peggiore dei nemici: la sfortuna. Se è vero che l’umanità è stata a un passo dall’estinzione (tra 930 mila e 815 mila anni fa la popolazione dei nostri antenati ominidi crollò del 99% a poche centinaia di individui a causa di una improvvisa era glaciale) per molti libri lo stesso fenomeno deve essere accaduto diverse volte, almeno fino all’avvento della stampa a caratteri mobili (non a caso è una delle suggestioni de «Il nome della rosa»). Ricordiamo che lo stesso Aristotele, che tra il XIII e il XVII secolo dominò la cultura attraverso lo «ipse dixit», uno strumento censorio contro le nuove idee, venne in realtà recuperato nel pensiero occidentale solo attraverso i filosofi arabi come Averroè. Senza quell’incidente di percorso all’intreccio tra le due culture magari oggi non lo citeremmo così tanto. 
Comunque, quali che siano le fondamenta di questa teoria dei «classici», tra di essi c’è stato sicuramente «L’Almagesto» di Claudio Tolomeo, un testo che, scritto all’incirca nel 150 dopo Cristo, ha definito per oltre un millennio le conoscenze sull’architettura dell’Universo e dunque sulle gerarchie anche sociali. Ora una sua singola copia, rimasta nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze sepolta dal tempo, ha aperto una finestra nel tempo. Solo di recente uno studioso dell’Università Statale di Milano, Ivan Manara, ha scoperto un particolare che la rende ancora più unica: le annotazioni a margine di questa copia de «L’Almagesto» di Galileo Galilei.
Quelle poche note (fondamentali per istruire i passaggi intermedi che portarono Galilei a supportare la teoria copernicana spostando letteralmente la Terra dal centro dell’Universo) ci suggeriscono una cosa fondamentale nell’era dei testi prodotti dall’AI generativa: le parole scritte si pesano, non si contano (famoso commento sulle azioni e i titoli di Borsa di Enrico Cuccia, sicuramente vero per la sua Mediobanca, che in effetti si sposa molto meglio con il linguaggio). Pensate a quelle minute di Galilei: poche parole che ora sono più importanti della copia di Tolomeo che le contengono. Un’altra prova della forza di gravità che alcune parole scritte possono produrre su carta e papiri la si trova in questi mesi al Museo Egizio di Torino: si tratta di un reperto straordinario in mezzo a tanti altri, che è appena stato prestato dalla Biblioteca Nazionale di Parigi all’istituto diretto da Christian Greco. Si tratta di un Libro dei morti, quello di Merit. Immaginate di poter entrare nel mondo degli scribi dell’antico Egitto. Un mondo dove la scrittura era così potente da alimentare anche delle dinastie. «Kha e Merit – così li descrive il museo – erano una coppia appartenente alla classe scribale egizia, vissuta circa 3.500 anni fa a Deir el-Medina. Questo villaggio si trova sulla riva occidentale del Nilo, di fronte all’attuale Luxor (l’antica Tebe), tra la Valle dei Re e la Valle delle Regine, in una zona desertica. Qui vivevano gli artigiani e gli operai incaricati di costruire e decorare le tombe dei faraoni durante il Nuovo Regno (circa 1539–1077 a.C.). Se di Merit sappiamo molto poco – nei testi a nostra disposizione viene definita semplicemente “signora della casa” – di Kha conosciamo il titolo di “direttore dei lavori”, ovvero responsabile della progettazione e della costruzione delle tombe reali. Tra i suoi datori di lavoro vi furono i faraoni Tutmosi III e Amenhotep II. La loro tomba fu scoperta intatta nel 1906 dall’allora direttore del Museo Egizio, Ernesto Schiaparelli, e gran parte del corredo fu trasferito al Museo, dove è tuttora conservato nella sala 7 del percorso espositivo».
Già questo basterebbe per alimentare lo stupore. Ma c’è molto di più armandosi di pazienza. Lo studio di questo documento mostra tracce di quella che potremmo definire la «nascita della proto-editoria». Una affermazione che richiede una spiegazione. Sappiamo bene che con questo termine dobbiamo fare un lungo viaggio nei secoli e atterrare a Venezia dove è nato il “copyright”, anche questo concesso sempre con eccessiva generosità alla storia inglese grazie alla spendibilità linguistica della sua lingua. Il diritto d’autore che tanto fa discutere oggi nell’era di Internet si fa risalire spesso al Copyright Act di Londra del 1710. In realtà in quell’anno venne solo introdotto il termine copyright. Gli inglesi, dunque, possono reclamare il copyright sull’uso della parola copyright. Perché di fatto il «privilegio di stampa» concesso a Venezia sin dal tardo Quattrocento era già una protezione dell’opera letteraria. Ma al lavoro dell’editore, oltre alla stampa a caratteri mobili e all’innovazione del privilegio di stampa, mancava ancora un pezzo: il libro “tascabile”, opera senz’altro dell’ingegno di Aldo Manuzio. Manuzio fu in sostanza il primo stampatore ad inventare il lavoro dell’editore. Le sue stesse ansie erano quelle che oggi ha ogni editore moderno. Sono esilaranti i suoi scritti in cui ricorda come fosse ossessionato da presunti scrittori che volevano vedere stampata la propria opera: già a quel tempo gli italiani erano malati di grafomania (alcune cose non cambiano: siamo ancora uno dei Paesi con meno lettori pro capite ma più libri pubblicati, nell’ordine dei 60 mila titoli all’anno). Nella sua stanza c’era un cartello con su scritto: «No disturbeme che per cosse utili». Il paradosso è che la bulimia libraria vede proprio Manuzio tra i possibili colpevoli. In sostanza possiamo riconoscergli l’invenzione del tascabile, cioè del libro che si può portare fuori di casa. Prima di Manuzio gli incunaboli, nome con cui si fa riferimento ai testi stampati di quell’epoca, erano grossi blocchi da tenere su un leggio ligneo. Manuzio lo rese trasportabile, oggi si direbbe “mobile”. Se gli incunaboli erano i computer da scrivania, i cosiddetti desktop, i libri del Manuzio furono gli smartphone.
Peraltro il successo in vita dell’editore fu enorme: è documentato un giorno del 1508 in cui Erasmo da Rotterdam portava a stampare proprio nella sua bottega al sestiere di San Paolo i suoi «Adagia». Per inciso un classico. Dunque, l’editore moderno, distinto dallo stampatore, risale a pochi secoli fa. 
Eppure, tornando al documento di Merit la sua importanza è che iniziamo a trovare già nel mondo degli scribi i primi atteggiamenti editoriali. La caratteristica che si intravede anche a occhi nudi è che il libro dei morti di Merit, come altri, era una sorta di «prestampato». Era già stato preparato nelle sue parti generali, mentre si vede che i passaggi in cui compare Merit sono stati aggiunti dopo e con stile di scrittura diverso. Questo lascia supporre che ci fosse una sorta di fabbrica di questi documenti che venivano preparati prima per poi essere venduti e completati al bisogno. D’altra parte, il Libro dei morti di Kha, sempre al Museo di Torino, è lungo venti metri. L’altra caratteristica di questo documento è la presenza di un altro indizio del mondo editoriale, anzi la sua peste: i refusi. Nel papiro si vede che nell’aggiungere all’ultimo momento lo scriba si deve essere sbagliato, confondendo Kha e Merit o non completando le formule di trasmutazione. Per inciso, dipende proprio da queste formule il modo di dire «avere il sangue blu». Il blu egizio, una delle prime tecnologie artificiali, permetteva con un tetra silicato di rame di produrre il prezioso colore. Con un procedimento lungo e costoso. Motivo per cui nelle antiche riproduzioni egizie solo i faraoni o le divinità appaiono con la pelle blu. Nel libro dei morti si dice che nella trasmutazione da uomo a divino il sangue dei faraoni diveniva blu (secondo un’altra spiegazione possibile il modo di dire deriverebbe in realtà dal fatto che i nobili non lavorando la terra avevano la pelle bianca e le vene del collo dunque apparivano blu). Resta solo una suggestione da affrontare: cosa ne sarebbe degli scribi oggi con una tecnologia capace di generare testi? Già Keynes nel 1930 scriveva di disoccupazione tecnologica: l’innovazione avrebbe spinto fuori dal mercato alcuni lavori, per farne emergere altri, come era già accaduto con il petrolio e l’olio di balena del capitano Achab di Moby Dick, le lampadine di Thomas Edison e le candele, le automobili di Ford e le carrozze. L’economista di Cambridge, nel suo articolo intitolato Le prospettive economiche per i nostri nipoti, immaginava cosa sarebbe accaduto un secolo dopo, nel 2030. Ci siamo, quasi: siamo i pronipoti di Keynes. Le cavie del suo esperimento mentale.
Quali siano queste professioni del futuro – proprio come aveva anticipato Keynes – è oggi una delle domande chiave della nostra società a cui è molto difficile dare una risposta certa. Visto che stiamo progettando concretamente di andare a vivere sulla Luna e poi su Marte potremmo pensare che gli architetti spaziali come Valentina Sumini avranno un posto nel mercato futuro dell’occupazione. Anche la salute avrà un peso enorme: è facile immaginare che gli esperti di pandemie e di spillover, il salto di specie tra pipistrelli, pangolini e homo sapiens, torneranno sempre utili in questo secolo. La sostenibilità è un altro dei consigli da dare ai più giovani: diventerà sempre più rilevante nella complessa gravità della CO2 che zavorra la moderna società globalizzata.
Viviamo in un secolo lungo di scienza e tecnologia. Tuttavia, tra i possibili lavori del futuro ce n’è anche uno discreto, insospettabile e potenzialmente accessibile a tutti: lo scriba. A oltre duecento anni esatti dalla miracolosa comprensione dei geroglifici, una lingua rimasta sepolta per millenni, e della stele di Rosetta da parte di Jean-François Champollion, l’impoverimento semantico su cui sarebbe troppo facile dare un giudizio è un fatto, quali che ne siano le cause (i social network? Whatsapp? La sempre maggiore distanza dai libri e dalle fonti della cultura considerata troppo dogmatica solo perché verificata?). Appassitasi la stagione degli acronimi inglesi e dell’anglicorum alla Wall Street, della devastazione della grammatica in cambio della velocità di comunicazione, quello che resta – tra un emoji e l’altro con cui abbiamo standardizzato e banalizzato anche la complessità delle emozioni a tutto svantaggio dei nostri figli – è una scarsa capacità di costruire periodi anche in una semplice e-mail. I report sono ormai dei bullet points, gli eventi in stile Ted una serie di immagini rette da uno storytelling tribale, le call su Zoom un singhiozzo cerebrale. Come nel mito della caverna abbiamo iniziato a scambiare le ombre monocromatiche per la realtà delle immagini: giochiamo ogni giorno con i format del linguaggio pensando che possano compensare una cecità nell’analisi grammaticale e logica. Potremmo anche scovare in questo decadimento atomico della scrittura i segreti dell’ascesa del populismo, se non fosse un tema molto più complesso. Come sappiamo in questo quadro già desolante negli ultimi anni è piombata l’intelligenza artificiale generativa malata anch’essa di grafomania.
Con il risultato che si stanno appiattendo le distanze: anche chi non sapeva scrivere un’e-mail oggi si mostra capace di apparenti virtuosismi linguistici. Con un caveat: schemi che si ripetono e che nel tempo diventeranno sempre più evidenti. Ed è in questo mondo post-scrittura che nemmeno i migliori sceneggiatori di fantascienza erano riusciti a prevedere (anche in «Blade Runner» di Ridley Scott Harrison Ford in una scena sfoglia un giornale), chi conosce ancora l’arte della divulgazione e i misteri della sintassi ritornerà ad essere come uno degli scribi dell’antico Egitto, silenziosi e potenti.