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 2026  marzo 04 Mercoledì calendario

Iniziato il restauro alla Pala di San Giobbe del Bellini

Restaurare dodici metri quadrati di pala d’altare del 1487, composta da 13 tavole di pioppo tenute insieme, sul retro, da decine di traversi di secoli fa e pesante più di 400 chili è, anzitutto, un’operazione ingegneristica. Negli anni Settanta e Novanta erano state effettuate indagini stratigrafiche, radiografiche, riflettografiche e al microscopio per giungere alla conclusione che quest’opera andava restaurata. Ma per intervenire, anche sul retro, si doveva prima spostarla.
Solventi, pigmenti e pennelli verranno nei prossimi mesi. Intanto, la prima azione effettuata negli scorsi giorni per avviare il restauro della Pala di San Giobbe, un olio su tavola di 471 x 258 centimetri, è stata quella di montare ponteggi, trabattelli, argano, carrucole e dare il via alla movimentazione elettronica e manuale per staccarla dalla parete delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dove si trova dall’Ottocento. La Pala di San Giobbe è il capolavoro di Giovanni Bellini (1427 circa-1530), che viene ora restaurato con l’impegno del ministero della Cultura e di Venetian Heritage. Il cantiere, che durerà due anni, resterà visibile dietro un vetro. Intanto la pala è stata staccata e ruotata ed erano le operazioni più rischiose.
Ispirata alla Pala di San Cassiano di Antonello da Messina, quella di San Giobbe è la prima pala d’altare veneziana ambientata all’interno di una chiesa e non sullo sfondo di un paesaggio. Raffigura una sacra conversazione fra la Madonna, il Bambino e i santi Francesco, Giovanni evangelista, Giobbe, Domenico, Sebastiano, Ludovico da Tolosa. La Vergine siede su un alto trono marmoreo ammantata di bianco e di blu e alza la mano sinistra in un gesto forse di benvenuto. Ai suoi piedi si osservano tre angeli musicanti concentrati sulla melodia che stanno eseguendo: il motivo sarà ripreso in molta pittura veneziana, sino a Veronese. Il dipinto era originariamente collocato sul secondo altare di destra, dedicato a San Giobbe, nell’omonima chiesa di Venezia. Nel 1815 fu trasferito nel museo attuale per ragioni conservative, dove è tuttora esposto.
L’opera è il capolavoro della maturità di Giovanni Bellini e riconosciuta di grande pregio a partire dalle fonti antiche, come nei testi di Marcantonio Sabellico, Marin Sanudo, Giorgio Vasari e Francesco Sansovino. Il viso della Madonna è uno dei più dolci che siano stati dipinti. L’esito delle analisi ha permesso di rilevare che la pellicola pittorica presenta uno strato preparatorio a base di gesso e colla, seguito da una sottile imprimitura chiara a base di biacca. La riflettografia infrarossa ha consentito di osservare il disegno preparatorio sottostante alla pellicola pittorica e le revisioni nell’impostazione grafica iniziale dell’impianto delle figure, i cosiddetti «pentimenti». Tra i materiali usati figurano anche scaglie d’oro e lapislazzuli per il manto della Madonna.
Bellini abbandona qui la tradizionale struttura a polittico, composta da più tavole separate e raccordate da una cornice lignea, e impiega un unico grande supporto ligneo, ottenuto accostando più assi, su cui rappresenta una scena sacra che si svolge in uno spazio prospettico. Nella chiesa era a sua volta circondata da una cornice lapidea.
La pala è realizzata su un supporto ligneo composto da tredici assi orizzontali di pioppo incollate a filo e fissate con perni in legno. Alcune sono tenute insieme da chiavi comunemente dette farfalle. Le prime cinque assi dal basso, che compongono la parte inferiore che ospita la scena principale, sono di qualità migliore: presentano una venatura più regolare e l’assenza di nodi. Solo che queste assi si sono ritirate nel tempo, la tavola si è ristretta di circa quattro, cinque centimetri e sui punti di giuntura compaiono fessurazioni, che lasciano anche intravvedere la luce, coperte ora con carta giapponese.
Le indagini in fluorescenza ultravioletta hanno permesso di individuare la distribuzione delle vernici, dei ritocchi e delle stesure dovute a precedenti restauri. L’opera è stata infatti, ripetutamente, risistemata tra il 1820 e il 1890 per il reiterarsi della instabilità della pellicola pittorica con sollevamenti e distacchi, fessurazioni e indebolimento del supporto ligneo. Nel 1894 il restauratore Sindonio Centenari aveva sostituito l’armatura originale sul retro della tavola con un nuovo sistema di sostegno, che non si è rivelato risolutivo nel lungo periodo. Nel 1949 intervenne Mauro Pellicioli (che si occupò anche del Cenacolo di Leonardo da Vinci) per una pulitura. Nel 1994 il restauratore Luigi Sante Savio procedette alla rimozione delle numerose viti inserite da Centenari un secolo prima per mantenere aderenti le traverse sul retro, che si arrugginivano e rischiavano di forare la tavola.
«L’intervento odierno – racconta Giulio Manieri Elia, direttore delle Gallerie dell’Accademia – mira a ridurre le tensioni dovute agli interventi strutturali pregressi, alle superfetazioni dei materiali nel tempo e ai processi di invecchiamento e alterazione. Il restauro agirà in modo coerente e coordinato sia sul supporto ligneo sia sulla pellicola pittorica, nel rispetto della materia originale e della leggibilità dell’opera, con l’obiettivo di recuperare elementi autentici del dipinto alterati o travisati nel corso delle vicende storiche e di garantire la migliore conservazione possibile nel tempo. Considerate le dimensioni del dipinto – conclude Manieri Elia —, si è scelto di eseguire il restauro all’interno della sala espositiva in cui l’opera è collocata, mediante l’allestimento di un laboratorio di restauro temporaneo appositamente progettato». Peccato che la vetrata del laboratorio temporaneo non consenta ai visitatori di osservare anche il retro della tavola.
Alle Gallerie dell’Accademia è aperta anche la mostra Tintoretto racconta la Genesi. Ricerca, analisi e restauro curata da Roberta Battaglia e Cristiana Sburlino (fino al 7 giugno). Dopo l’intervento di restauro delle tre delle Gallerie dell’Accademia, la mostra riunisce quattro delle cinque tele originarie del ciclo delle Storie della Genesi di Jacopo Tintoretto grazie al prestito di Adamo ed Eva davanti all’Eterno degli Uffizi.