Corriere della Sera, 4 marzo 2026
Era mio marito: Fausto Radici
Ebbe due vite, una da sciatore della Valanga azzurra e l’altra da imprenditore di successo; una splendida villa fatta crescere come una galleria d’arte, una moglie che con lui aveva condiviso tutto, dalla passione per lo stesso sport all’amore per i due figli. Eppure il buio per Fausto Radici arrivò prestissimo, a 48 anni: un colpo di pistola per togliersi la vita in uno chalet di famiglia, a due passi da casa, il 13 aprile del 2002 a Peia, Val Gandino, Bergamo. «Si uccide il guerriero della Valanga azzurra» titolava il Corriere. «Addio allora, compagno di mille avventure; sarà impossibile scordarti», avevano scritto a doppia firma Gustav Thöni e Piero Gros. Nessuno l’ha dimenticato: il ricordo di Fausto Radici vive anche attraverso la moglie Elena Matous.
Chi era Fausto Radici?
«Un campione, amante dello sci, un imprenditore della chimica che non smetteva mai di curiosare, un marito e un papà affettuoso. Riservato ma anche guascone».
In Nazionale era un po’ schiacciato tra piemontesi e altoatesini?
«Sapeva essere un leader anche lì. Lo hanno ricordato così anche Piero e Gustavo. Tra i due gruppi lui stava benissimo nel mezzo, si faceva carico dei problemi di tutti. L’amicizia privilegiata è stata con Paolo De Chiesa».
Perché dice «guascone»?
«Era molto autoironico. È noto che avesse perso l’occhio sinistro per un glaucoma che lo colpì da bambino. Se si trovava in gruppo in un luogo affollato, per esempio, era capace di togliersi l’occhio finto e lanciarlo in aria per poi fare agli altri la sua battuta: “Seguite me che io vedo avanti...”».
Vinse diverse gare di Coppa del mondo, molti podi, conquistò una Coppa Europa. Le disse mai che senza quel problema all’occhio avrebbe potuto vincere di più?
«Mai. Già da bambino sapeva scherzarci: usò per esempio l’occhio finto per tornare a casa dalla colonia».
Come scusa?
«Sì, fece il funerale all’occhio. Andò a dire che stava male perché era morto il suo occhio e le suore chiamarono a casa dicendo “non ce la sentiamo di tenerlo qui”. Ma guai se qualcuno parlava di quel problema come scusa per le prestazioni da sciatore».
Un caso in particolare?
«A Innsbruck (Olimpiadi 1976), aveva il miglior intertempo nello Speciale, quando inforcò in mezzo alla nebbia sul lato dell’occhio finto. I primi due furono Gros e Thöni, a lui andò male: si arrabbiò perché la stampa tirò in ballo l’occhio».
Era consapevole dell’epopea che stava vivendo?
«Lui e gli altri si sentivano tutti dei privilegiati. Ha vissuto pienamente una storia straordinaria, con due capitani che ti davano il senso della misura: se in allenamento stavi sulle code a Thöni era chiaro che in gara ci andavi con una certa confidenza».
Si frequentavano anche nella vita privata?
«Succedeva, c’era per esempio il gruppo dei motociclisti, cross o trial: Stricker, De Chiesa, Bieler e Fausto».
Vi siete conosciuti grazie allo sci, lei come iniziò?
«Storia lunga. Cortina fu scelta da mio padre per vivere in Italia. Mio papà e mia mamma, Milan Matous e Helena Straubeova, erano dissidenti del regime cecoslovacco e lasciarono Praga nel 1948: avevano studiato all’università con Vaclav Havel. Dopo aver girato l’Europa si stabilirono a Cortina. Rinunciarono alla cittadinanza cecoslovacca, diventando apolidi, per far nascere “italiani” me e mio fratello. Lui e la mamma rientrarono a Praga nella primavera del 1990, insieme a me, Fausto e i nostri due bambini. Papà piangeva, erano passati 42 anni dalla sua fuga».
Storia di peso.
«Sì, che mi portò sulla neve. Fu così che conobbi Fausto. Ci fu un’edizione del trofeo Nordica proprio a Cortina, avrò avuto 12 anni. Quando lo vidi entrare nella cabina della funivia, restai subito colpita».
E il fidanzamento?
«Arrivò un po’ di anni dopo. Io a inizio Anni 80 lavoravo a Milano con Andrea De Adamich. Lui un giorno del 1982 mi telefonò e mi disse “affacciati alla finestra”. Era lì fuori. “Vieni con me e il mio amico a Saas Fee, prima andiamo a prendere i tuoi sci”. L’amico aveva una Porsche e dissi: “Ma dove mi metto?”. “Ma dai, quante storie...”. Partimmo. Era probabilmente febbraio del 1982. A settembre eravamo sposati».
Iniziò la vostra vita insieme a Leffe. Il papà di Fausto, Gianni Radici, aveva avviato un gruppo che si sarebbe evoluto dal tessile alla chimica, il Radici Group (di recente anche primo sponsor dell’Atalanta). A lui piaceva fare l’imprenditore?
«Quel mondo lo affascinava. Quando smise di sciare a un certo livello disse “questa è stata la mia prima vita. Adesso parto per un’altra...”. Nel gruppo lavorò molto sui filati di nylon e poi le plastiche. Fu un diversificatore. Cercava il dialogo con tutti, dai leader di industrie di primo livello all’ultimo dei dipendenti».
Tornava quell’idea di sentirsi privilegiati?
«Forse sì, dopodiché era orgoglioso di essersi guadagnato tutto nello sci. All’inizio l’avevano visto come il figlio di papà. Ma si era guadagnato ogni cosa. E in azienda voleva fare lo stesso».
Perché il suicidio? Le lasciò spiegazioni? Lei se l’è date?
«No, io non le ho avute da Fausto. E non me le sono ancora date del tutto. Sapeva resistere bene, ma a un certo punto fu stanco. Negli ultimi 5 mesi di vita era abbastanza spento, preoccupato. E non me lo spiego ancora oggi».
Si scrisse di investimenti in Argentina andati male.
«L’Argentina funziona benissimo ancora oggi, la porta avanti mio figlio Alessandro: è un’azienda agricola. Allora ci fu il default del Paese, ma il gruppo non subì conseguenze. Fausto andava avanti a fare ricerca con imprenditori importanti, per esempio tante questioni del packaging alimentare le affrontò insieme a Guido Barilla».
Ha provato rabbia?
«Sgomento di sicuro. Anche rabbia. E me ne faccio ancora mille colpe. Ero la persona che gli viveva accanto».
De Chiesa dice che temeva di dover licenziare.
«Non è sbagliato quello che dice Paolo. Cioè a lui l’idea di dover dismettere delle attività pesava molto, non era all’ordine del giorno ma la temeva. In parte una spiegazione me la sono data: aveva tante cose da dare, le ha date tutte in 48 anni, basta. Se penso al rapporto bello che aveva con i suoi figli, non posso credere che non si sia voltato un attimo prima di premere quel grilletto, per pensare a loro. A me tutto sembra impossibile ancora oggi».
Le capita di parlarne con gli azzurri di allora?
«Succede, sì. Piero Gros mi chiama ancora di tanto in tanto e mi chiede “ma come fai senza Fausto?”».
Suo marito sapeva del segreto di Paolo De Chiesa, ferito gravemente dal colpo di pistola dell’allora fidanzata nel 1978, rivelato di recente in un’intervista ad Aldo Cazzullo?
«Sì, lo sapeva. La rivelazione di Paolo è stata un fulmine a ciel sereno. Il fatto era più o meno noto nell’ambiente, ma i dettagli restarono un segreto tra quegli amici, da non tradire. Fausto mi diceva “devi rispettare il mio silenzio, è una cosa tra me e i miei amici. Se Paolo non parla noi non parliamo”».
Tacere per quasi 50 anni richiede una forte intesa.
«Era un gruppo unico, non solo sportivo».
In casa vostra la Valanga azzurra è presente. In una teca dentro una parete ci sono le vostre due Coppe Europa, quella di Fausto del 1973 e la sua del 1974.
«Io la mia la vinsi per San Marino. Andai a gareggiare per una Nazionale diversa perché alle Olimpiadi di Sapporo del 1972 il direttore tecnico Mario Cotelli non volle portare la Nazionale femminile, gli bastava la grandezza di Thöni. Più avanti, quando la federazione di San Marino ebbe seri problemi, accettai di gareggiare per l’Iran: fu il principe Vittorio Emanuele, dopo avermi visto sciare, a trovarmi un aggancio tramite lo Scià. Ma è un’altra storia. Pensi che la Coppa Europa di Fausto si è salvata perché era in vetrina a Bergamo da Goggi Sport, il negozio dove era nato lo storico sci club della città. Altrimenti sarebbe stata conservata in un immobile dei miei suoceri qui a Leffe, dove negli Anni 80 ci fu un tremendo incendio che si portò via molte cose, anche fotografie e trofei. Fu il destino».