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 2026  marzo 04 Mercoledì calendario

Nella sfida sul referendum il testimonial preferito è chi non c’è più

«Io sono Enzo Tortora», ha detto l’altro giorno la giornalista ed ex senatrice Francesca Scopelliti, che ha parlato in prima persona in nome e per conto della più celebre vittima della malagiustizia italiana, di cui si presenta come l’ultima compagna, durante la maratona oratoria per il Sì al referendum organizzata da Forza Italia. Nelle stesse ore, il regista e attore Michele Placido è stato intervistato dal Giornale anche per aver vestito i panni di Giovanni Falcone nel film omonimo realizzato da Giuseppe Ferrara pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio: «L’ho conosciuto e interpretato», ha detto del magistrato palermitano ucciso con la moglie Francesca Morvillo e la scorta, prima di sottolineare che (lui, Falcone) era a favore della separazione delle carriere, che faceva bene ad esserlo e che andrà (lui, Placido) a votare al referendum evitando però di dire per che cosa. E siamo solo alle ultime quarantott’ore.
Perché se non si rischiasse di mancare di rispetto alla memoria di chi non c’è più, e che in certi casi ha pagato con la propria vita la sua battaglia contro l’ingiustizia (Tortora) o per la giustizia (Falcone), qualcuno potrebbe raccontarla come la campagna dei morti viventi. Mai prima d’ora, in una contesa elettorale italiana che fosse referendaria o meno, pensieri, parole e persino omissioni di tanti che non ci sono più sono stati utilizzati dai fronti che si contrappongono nella consultazione sulla legge Nordio per tirare la fune di qua o di là. Mai prima di ora prese di posizioni pubbliche, testi privati, ricostruzioni verosimili ma fasulle, o incredibili ma vere, sono stati sbandierati dai comitati dei due fronti per portare dalla loro parte, o tentare di farlo, gli unici testimonial che non possono rispondere direttamente, perché semplicemente non ci sono più.
Il partigiano ed ex ministro di Grazia e Giustizia Giuliano Vassalli, socialista, padre della riforma del codice di procedura penale, scomparso nel 2009, è stato al centro di una rissa simile a quelle che nelle partite di calcio vengono risolte al Var, la moviola in campo, e che alimentano discussioni soprattutto nel dopopartita. «Avrebbe voluto anche lui fare questa riforma», aveva spiegato il ministro Nordio evocando, tra le altre cose, una vecchia intervista al Financial times in cui Vassalli si sarebbe dichiarato a favore della separazione delle carriere. Benedetta Tobagi e il giurista Mitja Gialuz, che hanno fatto una ricerca negli archivi del quotidiano britannico, quell’intervista non l’hanno trovata. Finita qui? Giammai. Perché Giandomenico Caiazza, presidente del comitato SìSepara, ha mostrato una fotocopia con «la trascrizione integrale del nastro registrato» di dichiarazioni rese dall’allora ministro socialista all’inviato del quotidiano britannico Torquil Dick Erikson, a cui manifestava incredulità per «l’immensa concentrazione di poteri giurisdizionali nelle mani di un unico corpo».
Non sarà l’intervista fantasma più celebre di questa strana campagna elettorale perché la palma in questione, probabilmente, spetta di diritto a quella di Giovanni Falcone a Repubblica citata a DiMartedì su La7 mesi fa da Nicola Gratteri. C’era la data dell’edizione del quotidiano («25 gennaio 1992»), le fantomatiche parole («Una separazione delle carriere può andare bene se resta garantita l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero ma temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile»); non l’intervista, che come ha poi spiegato Gratteri riconoscendo l’errore, semplicemente non esisteva. All’affaire è seguita un’infinita rincorsa da ambo le parti, non ancora conclusa, a racimolare nel frasario di Falcone e Borsellino brandelli di pensieri che potessero ascriverli entrambi al fronte favorevole o contrario alla separazione delle carriere. E al voto manca ancora tanto, troppo.