Corriere della Sera, 4 marzo 2026
Parigi si muove nel risiko del Golfo
Quando il momento si fa serio, salpa le ancore la Charles de Gaulle, la regina della Marina francese: «Ho dato ordine che con i suoi mezzi aerei e la scorta di fregate faccia rotta verso il Mediterraneo», annuncia con enfasi il presidente Emmanuel Macron.
Sulla scrivania il poderoso volume dell’ultimo Neruda di solitudine e violenza (le poesie raccolte inResidenza sulla terra ), nonché un soldatino armato di fucile all’assalto, il presidente chiama a raccolta la nazione a ora di cena, dopo numerose riunioni con la Difesa e i servizi segreti, all’indomani del discorso sulla deterrenza nucleare. Parigi c’è: tenuto conto delle colpe di Iran e Hezbollah, premette, «Stati Uniti e Israele hanno deciso di lanciare operazioni militari al di fuori del diritto internazionale, che non approviamo». Appello al cessate il fuoco, ma pragmatica preoccupazione per un conflitto in corso di cui «a oggi non si può dire la fine», e che mette a rischio 400 mila francesi nell’area, le basi militari – due di queste, dice, sono state bersagliate da «attacchi limitati» —, le imprese, gli interessi strategici ed economici.
Macron mostra la mappa dell’Iran davanti ai Paesi del Golfo: l’interesse nazionale va oltre i confini dell’Esagono, «dobbiamo essere al fianco dei nostri amici e alleati della regione per garantire la loro integrità territoriale, ne va della nostra credibilità». Dimostrare di essere «un partner affidabile che onora gli impegni presi, soprattutto in tempi difficili». Parigi ha firmato accordi di difesa con Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti («Questi ultimi presi di mira in modo particolare»), intese con Giordania, Iraq e curdi. Dunque non può restare a guardare e, nel Risiko in movimento, sposta le sue pedine, abbatte droni, schiera Rafales, attiva sistemi antiaerei, posiziona radar di ultima generazione. Muove le navi, la Languedoc si dirige verso le coste di Cipro, a maggior ragione da difendere come compagno nell’Unione europea.
Quindi il presidente indica sulla cartina lo stretto di Hormuz, da cui transitano il 20 per cento del petrolio e del gas liquido globali, spiega, vitale per i commerci quanto Suez e il Mar Rosso: «Prendiamo l’iniziativa di varare una coalizione per riunire le risorse, anche militari, per ripristinare e mettere in sicurezza il traffico attraverso queste vie marittime essenziali all’economia mondiale».
La situazione è in movimento, «molte cose sono ancora instabili ma la Francia resta una potenza che protegge i suoi e tiene alla pace, affidabile seria e determinata».
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, invece, ha incontrato Donald Trump, primo leader straniero ricevuto alla Casa Bianca da quando è iniziato l’attacco all’Iran. «Un mio buon amico» e un «leader eccellente», l’ha definito The Donald, rimarcando di aver avuto «divergenze» con Angela Merkel.
La visita era nata in tempi diversi, quando a Merz premeva l’Ucraina. Il cancelliere aveva una missione complicata, un piccolo sentiero da percorrere per non alienarsi né Trump né distaccarsi dagli europei, e l’ha seguito: «Siamo sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda l’eliminazione di questo terribile regime di Teheran».
E ha aggiunto: «Speriamo tutti che questa guerra finisca il prima possibile», spiegando quanto i prezzi alti di gas e petrolio siano punitivi per la Germania. Poi si è spinto a dire di voler lavorare per «il giorno dopo». «Speriamo – ha detto – che l’esercito israeliano e quello americano stiano facendo la cosa giusta per porre fine a tutto questo e per avere, davvero, un nuovo governo in carica che torni alla pace e alla libertà». Insomma, ha messo tra parentesi la guerra e la resistenza del regime, parlando già di vittoria.
Trump lo ha ringraziato per la concessione delle basi. Ma di più, dalla Germania, sul Medio Oriente era difficile aspettarsi: fortemente pro Israele per motivi storici e quindi pro americana riguardo ai raid, non rivendicherà sul Medio Oriente il ruolo che ha in Ucraina (anche se metterà paletti di cui l’Ue dovrà tenere conto).
Stavolta, per trovare l’Europa bisogna guardare a Parigi.