Corriere della Sera, 4 marzo 2026
Lo «spettro» dell’Iraq e i tre fronti interni per Trump
Il lato debole di Donald Trump è il «fronte interno». Come per tutti i presidenti americani della storia. Gli Stati Uniti non hanno perso nessuna guerra sul terreno strettamente militare. Ne hanno abbandonate varie (Vietnam, Afghanistan, Iraq) per l’avversione della propria opinione pubblica. L’elettorato si stanca presto delle guerre. A maggior ragione quando il bilancio di vittime sale, e se il fine ultimo del conflitto non è spiegato o condiviso in modo adeguato. Sotto questo aspetto l’offensiva attuale di Trump contro il regime degli ayatollah parte con un deficit di «capitale politico» interno. Alcuni sondaggi rilevano una minoranza di sostegni a queste operazioni militari. A questo possono contribuire diversi fattori: la guerra è cominciata in una fase in cui Trump era già a un minimo di popolarità; e il presidente non ha fatto molto per spiegarne l’utilità ai fini degli interessi nazionali.
La base e l’opposizione
I fronti interni in questo caso sono molteplici. Una parte dell’opposizione democratica lo accusa di abuso di poteri per non avere chiesto al Congresso l’autorizzazione a portare il Paese in guerra. Per la verità Barack Obama si comportò allo stesso modo in Libia, ma pochi lo ricordano e comunque l’opposizione fa il suo mestiere. C’è poi all’interno della sinistra democratica una «corrente islamica»: non è una definizione arbitraria, è un’identità orgogliosamente esibita da giovani leader radicali come il sindaco di New York Zohran Mamdani e la deputata del Minnesota Ilhan Omar, che si spingono ben oltre: denunciano questa guerra come l’ennesima aggressione imperialista e criminale. Questa frangia provoca dei problemi dentro il partito democratico e genera tensioni interne, ma è una forza che ha presa tra i giovani e gli immigrati arabi.
Un altro fronte interno, ben più preoccupante per Trump nell’immediato, è nella sua base. Il mondo Maga (Make America Great Again) si aspetta da lui che si curi dei problemi del Paese, che sono tanti: a cominciare dal carovita. L’ascesa politica di Trump, l’antefatto della sua prima campagna elettorale nel 2016, fu una denuncia delle «guerre interminabili» che avevano impantanato l’America in Medio Oriente. The Donald aveva operato una revisione feroce del bilancio dei Bush padre e figlio, oltre che di Obama. Pensando a questa base, il vicepresidente JD Vance si è premurato di garantire che non ci sarà nessun impegno militare di lunga durata in Iran. Il suo capo non è stato così netto, non ha nemmeno voluto escludere in modo tassativo i boots on the ground, l’invio di soldati sul terreno. Anzi, in alcune dichiarazioni Trump ha usato l’espressione «whatever it takes» (quella che gli italiani associano a Mario Draghi e al salvataggio dell’euro): la guerra durerà per tutto il tempo necessario a raggiungere il suo scopo. Ma quale scopo? Di volta in volta gli obiettivi elencati sono diversi: lo stop definitivo del nucleare, lo smantellamento dell’arsenale missilistico, la fine degli appoggi alla galassia jihadista e terrorista (Hamas, Hezbollah, Houthi), si accompagna a indicazioni più ondivaghe sul rovesciamento del regime. Un ventaglio ampio si presta al rischio del «mission creep», quello slittamento progressivo degli obiettivi che fu proprio la maledizione irachena e afghana. A maggior ragione se questo significa mandare truppe terrestri, con l’inevitabile corredo di vittime, lo spettacolo straziante delle salme rimpatriate che fu fatale in Iraq.
Conflitto asimmetrico
C’è un terzo fronte interno, per ora il meno visibile, che potrebbe essere rilevante quanto i primi due. Si trova al Pentagono. I vertici delle forze armate americane hanno un approccio razionale, manageriale, applicano alla guerra l’analisi costi-benefici. Nella dottrina strategica tradizionale del Pentagono, è indispensabile che l’America sia in grado di combattere due guerre simultaneamente, se costretta. Questo vuol dire, per esempio, che se domani la Cina invade Taiwan gli Usa non devono aver esaurito troppe scorte di munizioni in Iran. Per adesso il Pentagono è ben lontano dall’aver raggiunto un limite di guardia. Ma la guerra in Iran ha le caratteristiche dei conflitti asimmetrici: ciò che il regime di Teheran spende per ogni drone è una frazione di quel che costano gli armamenti che lo intercettano e lo distruggono. I vertici delle forze armate, se questo conflitto dura oltremodo, sapranno presentare a Trump un argomento stringente: stiamo attingendo alle nostre riserve più di quanto giudichiamo sia razionale, efficiente, prudente. La convergenza di questi tre vincoli interni sarà un elemento forte nella decisione di Trump. Sempre che gli obiettivi non siano raggiunti prima. Ma qui si apre un quarto problema, esterno: la definizione della missione dal punto di vista americano non è la stessa che viene data da Israele.