Avvenire, 3 marzo 2026
Turchia, giochi di equilibrismo e rischio di ridimensionamento
Un altro Paese rischia di avere conseguenze molto serie dall’attacco all’Iran: la Turchia. Negli ultimi mesi, Ankara ha inviato più volte a Teheran il ministro degli Esteri, Hakan Fidan, e quello della Difesa, Yaþar Güler. L’obiettivo era mediare fra gli ayatollah e la Casa Bianca e scongiurare un conflitto. Adesso che questo è scoppiato alla Mezzaluna non è rimasto altro che sfilarsi, per attendere, se non momenti migliori, almeno una situazione più definita. Il primo comunicato della presidenza della Repubblica era oltre il bipartisan per gli standard turchi. Si condannava l’attacco all’Iran, ma anche i bombardamenti di Teheran nella regione, chiedendo una deescalation per evitare un allargamento del conflitto. Alla conferma della morte di Khamenei, è arrivato un messaggio da parte del presidente Erdogan in persona, in cui porgeva le sue condoglianze al popolo iraniano e segnalava nuovamente la disponibilità della Turchia come mediatore. Fonti vicine all’ufficio di presidenza parlano di «ferma intenzione» di rimanere fuori dal conflitto fino a quando non si saranno calmate le acque. Ne ha tutte le ragioni.
Questa crisi può rivelarsi estremamente controproducente per gli interessi della Turchia nella regione, per almeno cinque motivi. Per prima cosa, l’Iran è sempre stato un partner chiave per Ankara e non solo in funzione anti israeliana. L’interscambio commerciale è di circa 5 miliardi di dollari nonostante le sanzioni.
C’è poi il secondo punto. Con l’attuale configurazione, la Turchia rimane sostanzialmente tagliata fuori dal MedioOriente del futuro. I rapporti personali di Erdogan con il presidente Trump non sono cordiali. I due non si sono mai piaciuti e la situazione è peggiorata definitivamente quando il tycoon ha invitato Israele nel Board of Peace per Gaza, ignorando le richieste turche, che chiedevano di tenerlo fuori. L’attacco a Teheran del 27 febbraio per Ankara è stata la dimostrazione che l’Amministrazione Usa ha deciso di sposare la linea Netanyahu. Se si considera che Erdogan non è in buoni rapporti né con l’Arabia Saudita di Mohammad Bin Salman, né con l’Egitto del generale al-Sisi, difficilmente potrà avere un ruolo di primo piano, a cui aspirava da tempo, nella definizione delle rotte energetiche e commerciali del futuro. La Turchia, in questo momento, deve stare attentissima a come muoversi perché rischia, e qui si arriva al terzo punto, anche di giocarsi tutte le posizioni guadagnate in Siria, Paese chiave per gli equilibri regionali e che con l’indebolimento della Russia e il regime degli ayatollah in bilico, attira le attenzioni di molti, in primis Israele, che sta cercando di influenzarne il nuovo corso per ragioni di sicurezza nazionale. Ci sono, infine, altre due motivazioni. La prima è la possibile ondata migratoria che potrebbe investire la Turchia e che impatta su un Paese che non è mai riuscito a controllare e gestire quella seguita alla guerra civile siriana. In ultimo, l’operazione contro l’Iran rischia di far diminuire il peso della Turchia anche all’interno della Nato. Uno dei punti forti di Ankara, fino al 27 febbraio, era rappresentato dalla presenza della base di Incirlik sul suo territorio. Una posizione strategica, con un ampio raggio di azione in una regione in subbuglio permanente e che la Turchia ha sempre utilizzato come arma di ricatto all’interno del Patto Atlantico. Un vantaggio competitivo che, nel nuovo Medio Oriente”stabilizzato” immaginato da Trump e Netanyahu, verrebbe automaticamente a cadere.