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 2026  marzo 03 Martedì calendario

Palamara ora ci prova: “Il mio patteggiamento dev’essere annullato”

Luca Palamara ha chiesto al tribunale di Perugia, che potrebbe pronunciarsi già nell’udienza di oggi, di revocare la sentenza di patteggiamento (a 4 mesi emessa nel settembre 2023) per l’accusa di traffico d’influenze. Se può farlo è grazie alla riforma Nordio, che ha abolito l’abuso d’ufficio e riformato il reato di traffico di influenze. Palamara potrà giovarsi della cosiddetta abolitio criminis ottenendo – se i giudici gliela accorderanno – la cessazione degli effetti della sentenza. Inoltre, poiché il “caso Palamara”, dal punto di vista giudiziario, s’è concluso con due patteggiamenti, entrambi per traffico di influenze, la riforma Nordio potrebbe aver aperto all’ex presidente dell’Anm (oggi radiato dalla magistratura) la porta dell’innocenza. Un cortocircuito che – persino a prescindere da quel che accadrà oggi a Perugia – merita di essere analizzato.
A giovarsi della riforma è infatti l’ex magistrato che, da ex membro del Csm ed ex zar delle nomine quand’era a capo di Unicost, ha rappresentato il simbolo del potere “paramafioso” stigmatizzato dal ministro di Giustizia. Un sistema “paramafioso” evocato da Nordio per legittimare la riforma costituzionale che prevede sorteggio del Csm e separazione delle carriere. A sua volta Palamara è diventato un testimonial del “sì” al referendum. E per gli stessi motivi evocati da Nordio. E se dal punto di vista “politico” i due ex magistrati procedono in piena sintonia, dal punto di vista giudiziario (la vicenda “nomine” al Csm nel processo è risultata marginale) Palamara deve ringraziare il ministro (e l’intera maggioranza) per aver abrogato l’abuso d’ufficio e svuotato il traffico di influenze, al punto da poter chiedere oggi la revoca del patteggiamento. Va ricordato che Palamara – come hanno sottolineato i suoi avvocati Benedetto Buratti e Roberto Rampioni al momento del patteggiamento – non ha mai riconosciuto alcuna “responsabilità”. Peraltro l’inchiesta era nata con un’accusa di corruzione (secondo l’accusa Palamara aveva ricevuto 40mila euro per nominare il pm Giancarlo Longo procuratore di Gela) caduta prima di arrivare a processo. Ma veniamo al patteggiamento in questione.
Palamara è coinvolto con due imprenditori e i pm avevano riqualificato l’accusa: dal reato di corruzione per l’esercizio della funzione e in atti giudiziari a quello di traffico di influenze. Nell’inchiesta i pm perugini gli contestavano di aver messo a disposizione “le sue funzioni e i suoi poteri”.
Dal primo imprenditore, Federico Aureli, avrebbe ottenuto in cambio l’utilizzo gratuito di due scooter per diversi mesi dell’anno e la possibilità di essere socio occulto di uno stabilimento balneare di Olbia. Dal secondo, Leopoldo Manfredi Ceglia, diversi soggiorni in hotel di Capri e Roma. Ed è proprio il caso di Ceglia – che nei giorni scorsi (26 febbraio) ha già ottenuto il non luogo a procedere grazie alla riforma Nordio – ad aprire a Palamara lo spiraglio decisivo. Ceglia era accusato di aver chiesto all’ex magistrato un intervento sulla giudice Luciana Sangiovanni affinché aiutasse suo fratello in una causa di separazione. Il traffico di influenze era legato a un caso di abuso d’ufficio che, però, è stato abolito dalla riforma. Va precisato che la giudice Sangiovanni, sentita come testimone, ha escluso di aver ricevuto richieste legate al processo e non è mai stata indagata. Se l’abolitio criminis è stata ritenuta efficace nel caso di Ceglia, quindi, è probabile che sia considerato tale anche per Palamara.
Pure la seconda condotta patteggiata da Palamara, quella legata all’imprenditore Aureli, riguardava un abuso d’ufficio e, quindi, potrebbe portare alla stessa conclusione. Se così fosse, resterebbe in piedi il secondo patteggiamento, quello a un anno per viaggi, soggiorni e cene pagati dall’amico lobbista Farizio Centofanti (quantificati in circa 100 mila euro e descritti dallo stesso Centofanti alla Procura di Perugia) in cambio di mediazioni illecite verso altri magistrati, inclusi membri del Csm. Anche in quel caso si era partiti da un’accusa di corruzione poi però mutata in traffico di influenze illecite.