corriere.it, 3 marzo 2026
Petrolio e gas, perché l’effetto choc della guerra con l’Iran può essere per Putin un’occasione d’oro
Vladimir Putin non ha perso tempo per cercare di sfruttare la situazione sui mercati dell’energia nel weekend. Nelle ultime ore ha parlato con l’uomo forte dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman, con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al-Thani, con quello degli Emirati arabi uniti Mohammed bin Zayed Al-Nahyan e con il re del Bahrein Hamad bin Isa Al-Khalifa. Sono gli uomini che governano l’Opec e il giorno prima avevano deciso un aumento di produzione di greggio (pari allo 0,3% della domanda mondiale) sapendo che non arriverà sul mercato, perché lo Stretto di Hormuz è chiuso. Dunque non aiuterà a contenere i rialzi delle quotazioni.
Il petrolio russo
La Russia di Putin, invece, ha il problema opposto. Non può aumentare l’offerta di petrolio, perché l’obsolescenza dei suoi impianti sta facendo calare l’estrazione sotto i 10 milioni di barili al giorno per la prima volta da anni. Ma Mosca ha una miriade di petroliere-ombra con almeno 150 milioni di barili parcheggiate in mare, in giro per il mondo, perché le sanzioni inducono ormai anche le raffinerie di Cina o India ad andarci piano a rifornirsi dai russi.
L’occasione della guerra
Con il suo greggio politicamente intoccabile, ora Putin vede nella guerra nel Golfo un’occasione d’oro per proporsi nelle vesti di salvatore dei mercati internazionali. Il messaggio del Cremlino, anche agli Stati Uniti, è chiaro: lasciateci vendere i nostri idrocarburi per tamponare un’impennata dei prezzi globali, così eviterete che i vostri elettori in Occidente siano colpiti dall’inflazione. Kirill Dmitriev, l’emissario del dittatore, ieri lo ha espresso direttamente in un post di X su cui ormai anche il Cremlino comunica le sue preferenze: «È tempo di assicurarsi contratti a lungo termine di gas naturale liquefatto russo per costruire una base di forniture diversificata ed equilibrata», ha scritto. E ha aggiunto, sarcastico, con un riferimento alle sanzioni perseguite dalle figure di vertice di Bruxelles: «Peccato che Ursula (von der Leyen, ndr) e Kaja (Kallas, ndr) saranno ultime in una lunga fila. Sono un esempio di come una politica miope porta conseguenze negative».
Il nodo del Qatar
In realtà non è un problema particolare per l’Unione europea, perché, secondo i dati del centro studi Bruegel, ancora a gennaio scorso i suoi acquisti di metano liquido dalla Russia erano quattro volte superiori a quelli dal Qatar. Dunque è quasi paradossale che sia proprio il blocco di produzione dal piccolo emirato del Golfo, colpito da Teheran, a far saltare le quotazioni del gas ieri in Europa.
La reazione dei mercati
I mercati finanziari, come sempre senza giudizi di valore, ieri hanno registrato subito questi potenziali spostamenti dei rapporti di forza nei mercati dell’energia. È cresciuto il listino principale di Mosca (più 1,3%) mentre cedevano terreno le piazze dei Paesi europei consumatori di energia. Sono salite, un po’ meno, anche le Borse di altri due produttori di petrolio come Brasile e Canada. Ed ha guadagnato terreno il listino principale di Shanghai, anche perché la Cina per ora resta relativamente al riparo dalle ricadute delle guerre in Europa e Medio Oriente.
I tempi del conflitto
Presto sarà il tempo a decidere quanto destabilizzanti siano queste scosse. Più dura la guerra, più lo saranno. Per ora gli operatori reagiscono come se contassero su un conflitto breve nel Golfo. Anche dopo gli strappi di ieri, il petrolio è risalito appena ai prezzi di giugno scorso e il gas è sotto i livelli di un anno fa; slittamenti simili si erano già visti durante la guerra dei 12 giorni contro l’Iran del 2025 ed erano rientrati non appena le armi tacquero. Ma quando potranno tacere stavolta, al momento, non può dirlo neanche Donald Trump.