corriere.it, 2 marzo 2026
Class action contro PlayStation in Gran Bretagna: 12 milioni di giocatori citano Sony per sovrapprezzo sui giochi
Nel Regno Unito oltre 12 milioni di giocatori PlayStation hanno avviato una class action da circa 2 miliardi di sterline (2,35 miliardi di euro) contro Sony. L’azione è stata promossa dall’attivista per i diritti dei consumatori, nonché cofondatore di Consumer Voice, Alex Neill, che ha recentemente presentato una richiesta al Tribunale per ampliare i criteri di ammissibilità dei giocatori interessati oltre la scadenza prevista originariamente per il 19 agosto 2022. Secondo l’accusa, Sony avrebbe abusato della propria posizione dominante imponendo prezzi “eccessivi e ingiusti” per giochi e contenuti digitali venduti attraverso il PlayStation Store, il negozio digitale proprietario di Sony. A quanto si apprende nel testo della class action, il punto nevralgico della questione è l’adozione di un ecosistema chiuso: infatti, sulle console PlayStation non è possibile installare negozi digitali alternativi, e questo impedirebbe qualsiasi forma di concorrenza diretta sui prezzi. La causa verrà presa in esame dal Competition Appeal Tribunal di Londra, l’organo competente in materia di diritto della concorrenza.
Le accuse e la difesa
I querelanti sostengono che il modello digitale obbligato abbia portato a un sovrapprezzo sistematico dei giochi negli ultimi dieci anni. Se il tribunale dovesse dare loro ragione, ogni utente coinvolto potrebbe ricevere un risarcimento medio stimato attorno alle 162 sterline (circa 185 euro). Dal canto suo, Sony respinge ogni accusa, sostenendo che il proprio modello sia giustificato dagli ingenti investimenti in hardware, infrastruttura digitale, sicurezza e sviluppo della piattaforma. Non solo: sostiene che il suo modello di distribuzione sia giustificato, in parte perché i negozi di terze parti potrebbero introdurre rischi per la sicurezza e la privacy. L’azienda nipponica evidenzia, infine, che la vendita delle console avviene con margini contenuti, e che le commissioni sui contenuti digitali contribuiscono a sostenere l’ecosistema.
Una questione che va oltre Sony
Il caso non riguarda solo una singola azienda, ma tocca un tema cruciale per l’intero settore: fino a che punto un ecosistema digitale chiuso possa conciliare innovazione, sostenibilità economica e tutela della concorrenza. La decisione del tribunale britannico potrebbe avere ripercussioni significative sul futuro della distribuzione digitale dei videogiochi in Europa e non solo, influenzando le strategie commerciali delle principali piattaforme del mercato.
Il passaggio al digitale come modello dominante
Con il lancio di PlayStation 5 nel 2020, Sony ha consolidato una trasformazione già in atto da anni: il progressivo abbandono del supporto fisico a favore della distribuzione digitale. La PS5 è infatti disponibile anche in una versione priva di lettore ottico, che consente esclusivamente il download dei giochi. Questo passaggio riflette un trend più ampio dell’industria videoludica, dove comodità, immediatezza e assenza di costi logistici rendono il digitale particolarmente appetibile. I titoli per le console di Sony vengono acquistati e scaricati direttamente dal PlayStation Store, l’unico canale ufficiale per la distribuzione digitale su piattaforme PlayStation.
I prossimi sviluppi
Il caso della class action promossa da Alex Neill si aggiunge a una lista crescente di cause collettive nel Regno Unito contro gli store digitali. In ottobre, il Competition Appeal Tribunal ha stabilito che Apple ha abusato della sua posizione dominante con l’App Store, e quel giudizio è ora in appello. Se la causa avrà successo, chiunque abbia acquistato un gioco digitale per PlayStation o un contenuto aggiuntivo online negli ultimi circa 10 anni, fino a febbraio 2026, potrebbe essere idoneo a un risarcimento.