Corriere della Sera, 3 marzo 2026
Lewis Hamilton, l’anno della verità
Sala riunioni della Gestione Sportiva. Lewis Hamilton firma cappellini, appare rilassato, sorride in un «good mood» che lo porta verso il primo Gp della stagione, questo fine settimana a Melbourne. È al secondo anno con la Ferrari dopo un 2025 assai critico, ma il suo orizzonte è molto più ampio, va oltre la pista, comprende un mondo sconvolto da tensioni e conflitti. Parla di un reset intimo, necessario come un invito alla curiosità, alla comprensione umana.
Cosa chiede a sé stesso?
«Si tratta di analizzare dove ti trovi, di fissare obiettivi e un modo per raggiungerli. Il mio traguardo l’anno scorso era vincere il Mondiale con la Ferrari, non ci sono riuscito. Ciò non significa che non possa arrivarci: bisogna guardarsi dentro e osservare le persone che ti circondano, dai collaboratori alla famiglia, restare motivati e porsi delle domande scomode. Sto facendo abbastanza? Posso essere migliore? Riesco ad essere più gentile? Come devo cambiare i miei metodi?».
Trova sempre le risposte?
«Sì, ma serve capire in che modo trovarle».
Dunque l’approccio a questa stagione è cambiato rispetto alla scorsa?
«Ehi, questo è l’anno del Cavallo di Fuoco secondo il calendario cinese. Rappresenta la libertà, il desiderio di sgombrare la mente dalla pressione e riportare al centro i valori fondamentali. Nel momento in cui ti fai schiacciare dalla responsabilità, rischi di perdere non solo te stesso ma anche il divertimento. Bisogna ritrovare la gioia, quando abbiamo presentato la nuova macchina mi sono sentito felice come un bambino».
Prova ancora queste emozioni alla sua ventesima stagione in Formula 1?
«Soltanto due persone nel mondo guidano una Ferrari in F1, e io sono fra queste. Parto per questa missione “folle” rappresentando milioni di persone nel mondo, cercando di liberarmi di ciò che non è stato efficace. Ciò che funziona con altri piloti non funziona con me e viceversa».
Perché i tifosi della Ferrari dovrebbero avere fiducia?
«È incredibile la loro empatia nei giorni buoni e in quelli negativi. Non possiamo promettere nulla ma basta fare un giro qui dentro (nella sede della Ferrari, ndr) per misurare gli enormi sforzi di ogni singola persona. L’anno del Cavallo offre l’occasione di una rinascita e dal punto di vista tecnico in F1 tutti ricominciano da zero. Non c’è nulla di più eccitante, è bellissimo» (in italiano, ndr)».
Magari ci farà un altro film. Quattro nomination agli Oscar per quello sulla F1 che ha co-prodotto. Sorpreso?
«Certo che sono sorpreso! È stato un viaggio iniziato quattro anni fa con una chiamata del regista Joe Kosinski: “Ehi man, facciamo un bel film sulla F1?”. Ho detto immediatamente di sì, senza sapere in cosa sarei stato coinvolto. Ricordo i primi incontri sulla sceneggiatura, volevo che ci fosse equilibrio fra fiction e realtà. Leggendo la prima bozza ho pensato: “Oh my God, questo è stile Hollywood mischiato a Fast & Furious”. Così mi sono messo a “educare” tutti sulla F1, dagli autori agli attori, al produttore».
Brad Pitt come l’ha presa?
«Ha capito tutto e subito. Quando abbiamo lanciato il film ero parecchio nervoso, soprattutto all’anteprima per i piloti. Piacerà? Capiranno il lavoro compiuto? E adesso è pazzesco vedere come sia stato apprezzato anche da ragazzini che non hanno mai visto un Gran Premio. Mi dispiace soltanto per una cosa».
Quale?
«Non potrò andare alla notte degli Oscar, perché correremo in Cina. Non sono mai stato alla cerimonia. Sarebbe stato fantastico vedere dal vivo e incontrare gente come Denzel Washington. Vuol dire che dovrò davvero produrre un altro film».
Intrattenimento e impegno sociale. Ha creato la Fondazione Mission 44 per dare opportunità ai giovani svantaggiati. Soddisfatto dei risultati?
«Sosteniamo 46 associazioni soltanto in Gran Bretagna, 3 in Brasile e altre negli Usa. Vogliamo provare a cambiare la vita e la carriera dei giovani delle classi sociali più deboli, aiutare le minoranze e portare diversità nell’ambiente. Superare le barriere dell’educazione che esistono anche se non si vedono. Ci sono passato anche io».
A scuola, quando era un ragazzino?
«Sono stato espulso per colpe che non avevo commesso, il preside non voleva che avessi successo. Mi consideravano come un diverso. Così, partiamo dalla scuola per allargare le opportunità a università, aziende, squadre. Nel film “F1” ho voluto mettere una donna a capo dell’aerodinamica, per mandare un messaggio. Sa quante ragazze hanno scritto per chiedere come si diventa ingegnere di F1? E nel cast ho inserito anche un meccanico di colore. Se non vedi, non credi sia possibile. Molti giovani delle minoranze vengono fermati dai genitori: “Non diventerai mai un dottore, un avvocato”».
Dicevano così anche a lei, poi ha vinto 7 Mondiali...
«Ed è per questo che insisto sui temi sociali. Sono in una posizione privilegiata. Possiamo davvero cambiare le cose se lo vogliamo, a cominciare dall’educazione».
Senna faceva lo stesso in Brasile, si è ispirato a lui?
«Ayrton non è stato soltanto un campione fantastico ma una persona meravigliosa. Aveva una visione molto più ampia rispetto al resto dei piloti. In pochi oggi parlano di temi come sostenibilità, diritti dei minori, razzismo: con la visibilità che abbiamo potremmo dare un grande aiuto. Ciascuno è libero di fare ciò che ritiene giusto, però credo che sarebbe bello vedere un maggiore impegno. Si può gareggiare e al tempo stesso fare del bene. Io ho sentito questo desiderio, questa spinta a una certa età».
Forse è diventato più difficile mandare messaggi positivi. Crede che il mondo di oggi sia tornato indietro su rispetto e diritti umani?
«Di certo non abbiamo fatto passi in avanti, il mondo sembra un caos. Di continuo scoppiano nuovi conflitti, ci sono leader che dividono anziché unire. I social sono strumenti potenti, ma possono essere usati nella maniera sbagliata. Da quanto tempo non sente una notizia positiva al telegiornale? Martin Luther King, 60 anni fa, lottava per cambiare le cose e ancora stiamo combattendo contro il razzismo».
Che libro consiglierebbe di leggere ai ragazzi?
«Procuratevi una biografia di Nelson Mandela. Quando ho cominciato a informarmi su di lui mi ha ispirato tantissimo. Mandela è il mio eroe insieme a Muhammad Ali, Superman e Senna».
Domenica scatta il Mondiale. Come pensa di stare davanti a Leclerc?
«Non la vedo così, la Ferrari è una cosa sola: in Italia, e fuori, la gente la segue come una religione e la ama come il Papa. Il mio obiettivo non è dividere i tifosi, vogliamo vincere tutti e due ed è chiaro che vorrei essere io a farlo e sto lavorando per questo. Ma il team viene al primo posto. Charles è un pilota fenomenale per come guida, per la sua etica, ed è qui da 8 anni. Ma io arrivo in maniera diversa a questo campionato».
Può spiegarci come?
«Da 14 mesi lavoro sulla monoposto 2026, al simulatore e con gli ingegneri. Rispetto alla precedente che ho trovato già progettata, e potevo cambiare davvero poco, in questa macchina c’è un po’ del mio Dna e la cosa mi entusiasma».
I test però sembrano andati bene.
«Dai test è emerso poco, tutti si sono nascosti con i carichi di benzina. Chiamo Toto Wolff in Mercedes e Zak Brown alla McLaren per tentare di capire cosa hanno capito loro ma non ottengo risultati. Comunque ho una certezza: dopo ciò che abbiamo passato l’anno scorso, possiamo affrontare qualsiasi situazione. Questa squadra ha tutto per vincere, dobbiamo portare a termine il lavoro insieme ai tifosi. Più facile dirlo che realizzarlo ma sono venuto in Ferrari perché ci credevo e ci credo ancora».