Corriere della Sera, 3 marzo 2026
Giulia Lazzarini: «I miei 92 anni in scena»
«La Giulia? Secondo piano a destra». Per la portiera e la gente del quartiere, Giulia Lazzarini, grande signora del teatro, è la Giulia. E basta. «Abito qui da 50 anni, mi conoscono tutti» svela con quel sorriso un po’ ritroso che prelude alla fragilità di un corpo minuto, cucito con fili d’acciaio.
Come quel cavo a cui Strehler l’aveva appesa per farla volare nella «Tempesta»...
«Ci ho rimesso la schiena… Sotto i veli di Ariel indossavo un corsetto ortopedico per sostenermi nel saliscendi da cielo a terra mentre un ventilatore mi soffiava addosso. Volavo davvero, era bellissimo. Ma che fatica, ne pago ancora le conseguenze».
Così quando Claudio Longhi, direttore artistico del Piccolo Teatro le ha chiesto di tornare in scena per il suo nuovo spettacolo, Miracolo a Milano, da domani allo Strehler, Lino Guanciale nei panni del Totò del film favola di De Sica-Zavattini, la Giulia, memore del finale dove tutti si librano a cavallo di scope sopra il Duomo, ha buttato alle spalle i suoi 92 anni (li festeggerà in teatro il 24 marzo) e gli ha detto sì. «A una condizione, non farmi volare!».
Sulla terra avrà comunque il suo bel da fare...
«Sarò in scena tutto il tempo. La mia Lolotta, che trova un bebè sotto un cavolo e lo cresce come un figlio, muore presto ma non molla. Torna dall’aldilà per stare accanto al suo Totò “buono come i frutti e i fiori” diventato uomo in una felice baraccopoli di barboni. Terreno che fa gola a due speculatori edilizi, decisi a cacciarli. In soccorso ai poveri cristi arriverà lei con una colomba magica».
Magica in che senso?
«Che può realizzare ogni desiderio. Poca roba, i poveri hanno sogni da poveri: un paio di scarpe, una macchina da cucire... Una bici, lusso massimo nell’Italia del dopoguerra. Ma ancora oggi simbolo di chi fatica ogni giorno a consegnare pacchi».
E in bici voleranno in scena verso l’isola che non c’è, dove «buongiorno vuol dire buongiorno».
«Una fuga su due ruote come nell’ET di Spielberg! Le ramazze non esistono più! Quel Miracolo di De Sica io l’ho visto girare. Ero ragazzina, abitavo dalle parti di Lambrate. Tra il cavalcavia e i prati dove si andava a giocare, spuntò il set della baraccopoli. Ricordo l’emozione di aver visto Paolo Stoppa. Che poi avrei ritrovato al Centro di Cinematografia, e in compagnia con la Morelli. Miracoli del teatro».
E Milano? Quella in scena rispetto a quella di 75 anni fa?
«Un altro mondo, non migliore. La Milano di allora era povera ma piena di speranza, i ricchi sempre spietati ma almeno davano lavoro, mentre oggi i soldi servono solo a far soldi. Sarà la Milano del business edilizio, dei costruttori speculatori, con i poveri cacciati per far posto alle case per ricchi. Quanto ai barboni, ora si chiamano homeless, ma sono più disperati che mai. Senza neanche più solidarietà, rispetto per l’altro. “Vi odiate l’un l’altro prima di venire al mondo” considera amara Lolotta».
Nel film era Emma Gramatica, traslocata dal teatro al cinema in tarda età.
«Per me è stato il contrario, ho iniziato con il cinema e la tv, ma non avevo il fisico della maggiorata. Il cinema mi ha ripescato da vecchia, sono stata la mamma di Pinelli con Giordana in Romanzo di una strage, la mamma di Moretti con Moretti ne La madre. Moretti così bravo e così complicato... Trenta ciak per una scena... Meno faticoso volare in teatro!».
Tornando a Lolotta, come sarà vestita?
«Un buffo cappellino, un camicione, un bastoncino bianco. Da vecchia milanese parlerò dialetto. Ma si capirà. Se dico “i pover disturben” capiscono tutti».
Ai poveri non resta che il paradiso, lei ci crede?
«Miga tant. Data l’età dovrei ma...».
Che miracolo vorrebbe?
«Al dio del Milan chiederei meno violenza e più accoglienza. Di farci ricordare quel che abbiamo patito per non ripeterlo più».
La guerra l’ha vissuta.
«Ricordo la paura, le corse nei rifugi, la strage di bambini a Gorla... Mussolini appeso a piazzale Loreto, in via Rovello, futuro Piccolo, torturavano i partigiani. Si era detto basta guerra. La pace? A parole la vogliono tutti, poi votano per le armi. La storia si ripete».
Il teatro può cambiarla?
«No, ma è una voce potente. Bisogna educare la gente ad ascoltarla».