Corriere della Sera, 3 marzo 2026
I Maga si dividono sull’Iran
Una domanda cruciale è come reagirà il movimento Maga alla guerra in Iran e se questa danneggerà i repubblicani alle elezioni di midterm. Una risposta la dà a un piccolo gruppo di giornalisti tra cui il Corriere Ken Paxton, il procuratore generale del Texas che oggi spera di battere nelle primarie per il Senato il repubblicano Cornyn che accusa di aver tradito Trump. Steve Bannon ha definito Paxton «il simbolo del cuore del movimento Maga». «Sono felice che l’abbia fatto – ci dice Paxton sull’attacco a Teheran in una sosta elettorale a Waco —, l’Iran è una grande minaccia per il nostro Paese e sembra che l’abbiano realizzato in modo molto efficace, è incredibile quello che le forze armate hanno fatto sotto questa leadership». Ma alcune voci Maga si sono sollevate contro l’intervento. «Disgustoso e malvagio»: cosi Tucker Carlson, uno dei volti più importanti nella destra Maga. Marjorie Taylor Greene, l’ex deputata repubblicana della Georgia che si è dimessa dopo essere entrata in rotta di collisione con il presidente, ha parlato di «tradimento»: «Avevamo votato per America First e ZERO guerre». «Non penso che sia nell’interesse degli Stati Uniti aprire un vaso di Pandora di caos e distruzione… non vedo come questo rispetti gli impegni del presidente, sono deluso», ha detto Erik Prince, finanziatore di Trump e fornitore di contractor in molte guerre. Ma dopo l’uccisione di Khamenei il presidente ha ora «l’opportunità di dichiarare vittoria e uscirne», evitando di legare il futuro dell’Iran «alle nostre truppe e al nostro sangue». Prince parlava come ospite del programma di Bannon War Room nel quale l’ex stratega di Trump non si sbilancia e ha ospitato anche voci che definiscono la guerra necessaria o che dicono che non sarà breve. Bannon dopo la morte di Khamenei ha scritto su X: «Cambio di regime compiuto, tutti a casa». Per un sondaggio di Politico, parte della «base» resta fedele a Trump: quasi metà dei suoi elettori appoggiano l’attacco. Ma molti sperano che non duri troppo. Blake Neff, produttore del programma di Charlie Kirk (l’attivista assassinato a settembre, contrario al regime change), spiega che alcuni amici di destra trovano «molto deprimente» l’attacco in Iran, ma «se questa guerra è veloce e porta a una vittoria decisiva, la maggior parte supererà la cosa. Se va a finire diversamente, ci sarà molta rabbia». Cresce la preoccupazione per il terrorismo. Una guerra prolungata? «Non credo sia l’idea di Trump: vuole distruggere il regime, e l’ha fatto, e ora sta distruggendo la loro capacità militare, vuole chiuderla là», ci dice Paxton.