Corriere della Sera, 3 marzo 2026
«La guerra durerà quanto necessario». Donald non si sbilancia su tempi e obiettivi
«Qualunque sia la tempistica, è Ok, qualunque cosa sia necessaria», ha detto il presidente Trump, tornato alla Casa Bianca, nella sua prima apparizione pubblica dopo gli attacchi. In un anno Trump, che aveva fatto campagna elettorale contro le guerre, ha attaccato sette Paesi: più di qualunque altro presidente in epoca moderna. Tre di queste nazioni (Iran, Nigeria e Venezuela) non erano mai state prese di mira da attacchi americani. E il presidente ha dichiarato ieri che gli Stati Uniti continueranno a bombardare l’Iran finché sarà necessario. «Sin dall’inizio abbiamo previsto quattro o cinque settimane, ma abbiamo la capacità di andare avanti più a lungo».
Ha detto alla Cnn che non vuole «che vada avanti troppo a lungo. Ho sempre pensato che sarebbero state quattro settimane, siamo un po’ in anticipo sui tempi». Il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di stato maggiore delle forze armate Dan Caine in conferenza stampa hanno dichiarato che nuovi velivoli sono in arrivo, rifiutando di dare tempistiche sulla guerra: «Quattro settimane, due, sei, potrebbe essere di più o di meno», ha detto Hegseth. A una domanda sull’invio di truppe di terra ha replicato che non ci sono al momento, ma non lo esclude: «E perché dovremmo dire a voi o al nemico che cosa faremo?». Trump ha poi dichiarato al Post di non escluderlo «se necessario» anche se «probabilmente non ne abbiamo bisogno».
Gli obiettivi: distruggere i missili balistici, la Marina e le altre infrastrutture di sicurezza dell’Iran insieme a ogni «ambizione» ad avere un programma nucleare.«Li stiamo facendo a pezzi – ha detto il presidente alla Cnn —. Non abbiamo nemmeno iniziato a colpirli duramente, la grossa ondata arriverà presto». Trump si è detto «deluso» che il premier britannico Keir Starmer abbia inizialmente impedito agli Usa di usare Diego Garcia, la base congiunta nell’Oceano Indiano; poi Starmer domenica ha accettato l’uso di basi britanniche per «scopo difensivo specifico e limitato». Trump ha detto al Telegraph che è utile ma «c’è voluto troppo tempo».
Oltre all’incertezza sulla durata dell’intervento, c’è quella sul dopo-Khamenei. «Avevamo individuato alcuni candidati ma sono morti, Il secondo e terzo posto sono morti», ha detto Trump a Abc. Al New York Times ha dichiarato invece di avere «tre ottime scelte» su chi potrebbe guidare il Paese. Hegseth ha detto ieri che «questo non è l’Iraq» e che «questa non è una cosiddetta guerra per il cambio di regime, ma il regime è sicuramente cambiato ed è un bene per il mondo». Trump ha continuato a oscillare tra due scenari parlando con il Times: da una parte ha ipotizzato che i Guardiani della rivoluzione abbandonino le armi («Si arrenderebbero al popolo, se ci pensate»), dall’altra è parso affascinato dal modello Venezuela, «lo scenario perfetto» in cui «tutti restano al proprio posto eccetto due persone». Non si è impegnato a difendere ad ogni costo una sollevazione degli iraniani, ma ha aggiunto: «Starà a loro. Ne hanno parlato per anni e adesso ovviamente hanno un’opportunità». Il punto però – dice in tv il senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei sostenitori principali di questa guerra – «non importa» chi prenderà il potere, perché «l’Iran non sarà più il principale sponsor del terrorismo, questo è l’obiettivo e sarà raggiunto».
Ieri Trump ha ripetuto che l’Iran costituiva «una minaccia colossale» e «intollerabile» per gli Stati Uniti, perché i suoi missili «presto» avrebbero potuto colpire il territorio americano (gli esperti parlano di un decennio, secondo il Times) e perché avrebbe tentato di ricostruire il programma nucleare. Ma tra le sue ragioni non bisogna sottovalutare il fatto che il presidente ha più volte sostenuto che il regime ha cercato di ucciderlo. «L’ho beccato prima che lui beccasse me», ha detto Trump di Khamenei. «Ci hanno provato tre volte, ma io l’ho beccato prima».
Trump ha parlato di Iran ieri prima di una cerimonia di consegna delle Medaglie d’onore a tre veterani di guerra. Ha fatto le condoglianze alle famiglie dei soldati americani uccisi nei giorni scorsi. Per qualche minuto si è distratto, parlando delle tende della nuova sala da ballo in costruzione: «Sarà la più bella del mondo». Un sondaggio lampo del Washington Post su 1.000 americani mostra che sono di più coloro che si oppongono (52%) rispetto a coloro che appoggiano (39%) questa guerra, ma circa la metà pensa che le azioni militari alla fine contribuiranno alla sicurezza di lungo periodo degli Stati Uniti. Trump sembra scommettere sul patriottismo. «Non siamo noi ad avere iniziato questa guerra» ha detto Hegseth accusando l’Iran di averla fatta in modo unilaterale per 47 anni. «Ma sotto il presidente Trump vi stiamo mettendo fine». E sulle minacce possibili di cellule terroristiche in America ha replicato: «Siamo vigili».