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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Pitture rupestri e predatori dell’Arca perduta

Al loro tempo abissale, le pitture rupestri continuano a trovarci. Le ultime sono appena emerse in Egitto, a sud del Sinai. Accanto a iscrizioni e disegni più recenti, compaiono cani e uomini che cacciano stambecchi, cammelli, cavalli montati da guerrieri e molti altri animali. I graffiti più antichi hanno circa diecimila anni, ma il sito – un riparo di arenaria – fu visitato per secoli. Poco prima, in Indonesia, un’altra scoperta ci aveva tirato ancora più indietro. Sull’isola di Sulawesi, nella grotta di Liang Metanduno sono affiorate le pitture rupestri più antiche finora conosciute: stencil di mani, impronte al negativo ottenute spruzzando ocra sulla roccia. Risalirebbero a 67.800 anni fa. Si dice spesso che le impronte di mani siano i primi autoritratti dell’umanità. Se è così, in quelle mani c’è qualcosa di sconvolgente: le dita non sono tonde, ma appuntite come gli artigli di un rettile o di un uccello. Chi le tracciò immaginò, attraverso quelle mani, di essere nel corpo di qualcun altro: un corpo animale. Il nostro primo autoritratto è stato una metamorfosi, un incontro; l’immagine di due animali in uno, uno dei quali eravamo noi.
Le pitture rupestri sono la prima espressione narrativa dell’umanità. Alcune risalgono a un tempo in cui il linguaggio era forse ancora agli inizi. Il loro significato è un mistero: riti di magia venatoria? Trance sciamaniche? Sistemi simbolici complessi? Non lo sappiamo davvero. Una certezza però c’è: quei nostri antenati paleolitici dipingevano animali, e non in maniera sporadica o isolata, ma continua, diffusa, quasi sistematica; e lo hanno fatto per decine di millenni, in centinaia di grotte disseminate in Europa, Africa, India, Cina, Australia, Oceania, Americhe. Lo facevano perché li vedevano attorno a sé, li seguivano ed erano seguiti da loro, in un movimento speculare che ha i tratti di una danza in cui gli stessi individui erano al contempo prede e predatori, e si muovevano su un unico proscenio, indistinti. Li ammiravano, li temevano, li imitavano, forse li sognavano. Questo suggeriscono quelle pitture. Ci parlano di orsi, cavalli, bisonti, iene, uccelli, pesci e altre creature che non esistono più: leoni senza criniera, rinoceronti lanosi, mammut, cervi giganti, uri. Tutti insieme, a correre, ringhiare, puntare, galoppare, nuotare e volare su quelle pareti; e noi con loro, non sopra o sotto, ma di fronte e accanto, fondendo a volte le nostre forme alle loro. Prima delle navi e dei diluvi, sono state le grotte le nostre arche. È lì che abbiamo custodito quella compresenza, che in quei luoghi era anche fisica e non priva di pericoli. Ma è un fatto: osservando e riproducendo quegli animali, ci siamo visti e abbiamo imparato chi eravamo. Noi stavamo di fronte a loro, e loro agivano su di noi con il potere personale delle icone, creandoci l’anima. 
Questo ci tira ancora più indietro, a un’arca più antica e profonda di queste pareti: la mente. La nostra mente, piena di animali. Secondo alcuni studi è proprio durante quel lunghissimo passato di cacciatori-raccoglitori che si sono affinate le capacità che oggi chiamiamo pensiero. Seguire una traccia voleva dire fermarsi davanti a un’orma nel fango o a un ramo spezzato e, da quei segni minimi, ricostruire un corpo assente. L’animale, braccato all’aperto, continuava a muoversi nella mente, come memoria e immagine. Una volta ucciso e mangiato, entrava nella comunità non solo con la sua carne ma anche con le sue qualità e il suo spirito. Anche i luoghi parlavano di queste storie: così è nato il paesaggio, spazio vivo di transiti, dimore, attese, risorse. C’erano poi le relazioni più lente, fatte di convivenza, cura e compagnia. Da questo lungo apprendistato sono nati modelli di comportamento e valori che ancora ci abitano. Perché, prima degli dèi e degli eroi, i nostri archetipi sono stati gli animali. Da loro abbiamo imparato il coraggio, la pazienza, l’astuzia, la fedeltà, la forza – e il loro contrario. 
Non fu una rottura improvvisa, ma con l’agricoltura e le prime civiltà urbane si vede che l’ordine di quel mondo muta. Alcuni di quegli animali diventano forza lavoro, riserva di carne. Sono allevati, marchiati, contati e così entrano nel circuito del valore: lo ricordano le parole con cui ancora indichiamo la ricchezza, da capitale (i capi di bestiame) a pecunia (da pecus, gregge). È in questo contesto che prendono forma i miti dell’arca. Il più noto è il racconto biblico (Gn 6-9), in cui Dio ordina a Noè di costruire un’arca per salvare la sua famiglia e coppie di ogni specie da un diluvio mandato a punire la violenza sulla terra. Ma non è il primo: un’arca compare già nei miti mesopotamici, dall’Atrahasis all’Epopea di Gilgamesh, dove Utnapishtim costruisce una nave per riparare umani e animali dal diluvio degli dèi. In entrambi i casi non c’è salvezza senza animali. Rispetto alle visioni preistoriche, però, esiste una gerarchia. Ora c’è un pastore che è anche padrone. Questo scarto non avviene senza costi psichici. Secondo alcuni studiosi, per esempio Paul Shepard, è da qui che nascono l’alienazione e le nevrosi che continuiamo a portarci dentro dal Neolitico.
A prendere sul serio questa frattura è stato James Hillman. Per lui la sofferenza della nostra epoca – la distruzione degli habitat, l’estinzione delle specie – è un lutto che la psiche condivide con l’anima del mondo. Abbiamo perduto animali fuori di noi, e con loro parti vive della nostra interiorità. Recuperare un’ecologia psichica significa accoglierli, ammettere che siamo microcosmi attraversati da una moltitudine di forme animali. È questa la visione che ispira anche l’opera di Gerald Durrell. Lui, che con ironia si definiva un “nuovo Noè”, ha fatto dell’arca un simbolo da smontare e reinventare. Lo zoo di Jersey nasce dall’idea che salvare un animale significhi comprenderlo, studiarlo, allevarlo mettendo al centro i suoi bisogni e magari, alla fine, restituirlo al suo mondo selvaggio. Tutto ciò è molto diverso – e tanto più umano – rispetto alle arche criogeniche che conservano Dna di specie minacciate o ai programmi di de-estinzione: imprese coraggiose, ma povere di mondo, perché riducono la vita a cammei. 
In fondo, però, l’arca sopravvive già dentro di noi in mille modi invisibili. Sopravvive nelle parole: ci accaniamo, civettiamo, scimmiottiamo, ci pavoneggiamo; siamo muti come pesci, ciechi come talpe, furbi come volpi, testardi come muli, fifoni come conigli. Sopravvive nelle strutture della percezione, predisposte a riconoscere forme animali anche quando non ci sono, per esempio nelle nuvole. Sopravvive nelle favole, nello yoga, nelle stelle e negli oroscopi. Sopravvive nell’amore che abbiamo per i nostri compagni di specie. E sopravvive nei sogni. Ce lo dice ancora Hillman, che ci ricorda che gli animali nei sogni non sono simboli, ma presenze. Entrano nelle nostre notti come ospiti, con intenzioni proprie, e non ci chiedono di essere interpretati ma di essere visti. Riconoscerli ci aiuta a rianimare il mondo o, come lui dice, a fare anima. 
C’è un antico mito indiano che racconta di un saggio, Manu, che salva un pesciolino. Quel pesce cresce finché rivela la sua vera natura: è Matsya, un avatar di Vishu. Lo avverte che sta per arrivare un diluvio e gli ordina di costruire una nave su cui mettere in salvo semi, sapienti e tutte le creature viventi. Quando le acque salgono, il pesce-dio si lascia legare alla barca con un serpente e la trascina in salvo. Forse abbiamo guardato l’arca dal lato sbagliato. Sono loro che salvano noi. Quelle mani dalle dita appuntite, impresse nella roccia sessantamila anni fa, non erano solo una metamorfosi. Erano mani tese verso di noi.