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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Gerald Durrell tra gli animali d’Australia

Estratti da “Io e altri animali"
Prima di andare in Australia avevo sempre pensato che il più interessante fra i marsupiali fosse il koala. A rischio di far arrabbiare tutti i miei amici australiani, devo confessare che i koala sono tra le creature più ottuse che abbia mai avuto la sfortuna di incontrare. Sono un po’ come le star del cinema: carini da vedere, ma sembrano del tutto privi di personalità o intelligenza. Devo ammettere, però, che non abbiamo potuto vedere i koala nelle migliori circostanze. Eravamo nello Stato del Victoria, in una giornata gelida, con cieli grigi e raffiche di pioggia ghiacciata, quando il Dipartimento per la fauna selvatica ci portò ad assistere alla cattura di alcuni di questi animali. Una combinazione di incendi boschivi e cacciatori di pellicce li aveva decimati, mettendoli in serio pericolo di estinzione. Oggi, però, sotto una rigorosa tutela, il loro numero in certe zone è aumentato. Quando la popolazione di un certo territorio supera una determinata soglia, i koala rischiano di mangiare tutto il cibo disponibile e poi morire di fame: perciò il Dipartimento della fauna selvatica interviene, cattura gli esemplari in eccesso e li trasferisce in un altro habitat adatto, in una diversa parte della regione. (…) 
I koala restano un attimo immobili, un po’ storditi, poi caracollano verso l’albero più vicino. Visti da dietro, sembrano indossare un tutone grigio sporco, con maglia e mutandoni. Si arrampicano sul primo tronco con formidabile rapidità e destrezza, quindi si appollaiano tra i rami a lamentarsi fra di loro per l’oltraggio della cattura, emettendo gemiti acuti, come tanti bambini piagnucolosi. Se si pensa che questi graziosi piccoli marsupiali un tempo venivano massacrati per le loro pellicce – fino a due milioni uccisi in un solo anno –, è confortante sapere che oggi la loro popolazione è in crescita e che i loro unici nemici sono gli incendi nel bush e, a volte, qualche automobilista di corsa che li investe, la notte, mentre attraversano la strada. 
L’ornitorinco è uno degli animali australiani più interessanti che abbiamo incontrato. Anche prima di vederlo sapevo già quanto fosse affascinante dal punto di vista biologico, ma mi ha davvero sorpreso la sua incredibile personalità. È come se Paperino avesse preso vita. Da dietro il becco gommoso spuntano due occhietti scintillanti, scherzosi. Gli ornitorinchi camminano in modo irresistibile, e la loro pelliccia è così soffice e la pelle tanto molle che, quando li si prende in mano, sembrano indossare un cappotto di talpa di almeno diciassette taglie più grande. Una delle particolarità dell’ornitorinco maschio è la presenza di uno sperone sulle zampe posteriori. Un artiglio ricurvo collegato a una ghiandola velenifera che funziona un po’ come le zanne dei serpenti. Il veleno è molto potente: ho sentito raccontare di un uomo che, dopo esser stato colpito da uno sperone sulla mano, ha perso l’uso di tutto il lato sinistro del corpo. Per maneggiare un ornitorinco maschio è bene, dunque, usare prudenza. 
Incontrammo questi animali nella bellissima riserva faunistica di David Fleay, nel Queensland. Fleay è probabilmente una delle massime autorità mondiali in fatto di marsupiali, ed è stato il primo a far riprodurre l’ornitorinco in cattività. Un’impresa straordinaria, non solo perché l’ornitorinco è un animale difficile da tenere, ma anche perché è talmente ansioso che basta un rumore forte a turbarlo al punto di non mangiare più, fino alla morte. Hanno un appetito insaziabile e consumano ogni giorno il proprio peso in cibo. La loro dieta appetitosa è a base di vermi e yabbies: una specie di gamberetti d’acqua dolce. Fornire abbastanza cibo a una coppia di ornitorinchi per mantenerli sani è una fatica colossale. Il nostro soggiorno nel Victoria coincise, per nostra fortuna, con il periodo dell’anno in cui gli uccelli lira si esibiscono. Il Dipartimento della fauna selvatica ci fece visitare Sherbrooke Forest, una piccola riserva naturale in cui questi uccelli si sono talmente abituati alla presenza umana da compiere il loro straordinario rituale di canto e danza a pochi centimetri di distanza dagli spettatori. Il maschio si crea una piccola radura tra i cespugli, formando un monticello di terra da cui esibirsi. In genere ha parecchi di questi teatrini, e li visita tutti. Pur essendo un uccello piuttosto dimesso, marrone, con una vaga somiglianza col fagiano, la sua bellezza sta nella coda: due lunghe penne bianche, finemente sagomate, si curvano con eleganza assumendo la forma di una lira, e tra di esse si intrecciano piume sottili come capelli a simulare le «corde». Questa bellissima coda luccicante si innalza e ricade leggermente sopra il dorso mentre il maschio solleva il capo e intona il suo canto fantastico. Non solo ha un suo repertorio, ma è anche un provetto imitatore, capace di riprodurre i suoni più improbabili: così a una cascata di trilli liquidi può seguire la risata roca del kookaburra o il rumore di una lattina che rotola sui sassi. Anche con il freddo pungente, assistere all’esibizione degli uccelli lira fu uno dei momenti più emozionanti del nostro viaggio in Australia. Riuscire a addomesticare animali così schivi e timidi è un risultato notevole. A un certo punto mi trovavo accovacciato vicino a uno di loro, con un microfono a poche decine di centimetri dal becco per registrare il suo canto fantastico, e lui si è voltato un poco verso di me, quasi fosse riconoscente per la presenza ravvicinata del pubblico. Era meraviglioso vedere gruppi di persone – sacerdoti, anziane signore, boy-scout, scolaresche – passeggiare tra i sentieri della foresta, spostandosi da un palcoscenico all’altro, rapite dai canti di questi uccelli favolosi. Sherbrooke Forest riesce, forse più di qualsiasi altro luogo in Australia, a trasmettere al pubblico il valore dellaconservazione faunistica. Per un abitante della città, poter raggiungere in un’ora di auto un posto dove osservare e ascoltare una delle cerimonie più straordinarie del mondo ornitologico è un privilegio raro e importante. Ma durante il nostro viaggio nel Nuovo Galles del Sud, ci apparve chiaro e lampante che non tutti gli australiani pensano che la loro fauna selvatica debba essere preservata. Su una recinzione che delimitava una fattoria trovammo ventotto aquile codacuneata morte, crocifisse ad ali spalancate sulla recinzione. Erano tutti esemplari giovani. È vero che quest’aquila può rappresentare una minaccia, in una certa misura, ma viene da chiedersi quanto a lungo anche una specie così prolifica possa sopportare un tale sterminio. In netto contrasto con questa scena, ci siamo poi recati in una zona del Mallee. Il mallee è una curiosa boscaglia di eucalipti che cresce su un suolo piuttosto povero. Grandi porzioni del territorio australiano sono coperte da questo tipo di macchia, a lungo considerata inutile. Anche abbattendo gli alberi, il terreno non sembrava adatto alla coltivazione. Ma è stato scoperto di recente che, con l’aggiunta di alcuni prodotti chimici, il suolo del mallee può diventare adatto alla coltura del grano.