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 2026  febbraio 28 Sabato calendario

Andrea Cau: "Dinosauri, ecco cosa sappiamo"

Scava, scava e i dinosauri sono ovunque, dall’Europa al Sud America. Scava, scava e affiorano anche dalla nostra psiche, come se non fossero mai scomparsi. Tanto che per Andrea Cau, paleontologo con oltre 100 pubblicazioni specialistiche, comprese quelle su Nature e Science, siamo prigionieri di una contraddizione: i “mostri” che Jurassic Park ci ha reso famigliari hanno sempre meno a che fare con le creature che studiano gli scienziati. Per spiegare questo meraviglioso “pasticcio” ha scritto un saggio, per Bollati Boringhieri dal titolo volutamente provocatorio: Il dilemma dei dinosauri.
Dilemma per loro o per noi?
«Noto che ciò che viene raccontato sui dinosauri a livello popolare si allontana sempre di più dall’ambito della paleontologia e sta diventando una materia a sé».
Qual è l’errore più grossolano che facciamo noi non-specialisti?
«Il più diffuso è il fatto che la parola “dinosauri” è diventata talmente pop da essere sfruttata in qualsiasi contesto, anche a sproposito. E l’altro è che li abbiamo trasformati: in super-eroi, tipo Marvel, o in mostri».
Perché ne siamo così attratti?
«Tendiamo ad antropomorfizzare e noi ci vediamo in loro, finendo per usarli come metafora. Penso anche che ci sia una questione di fortuna: i dinosauri hanno avuto bravi agenti di marketing, già a fine Ottocento, quando negli Stati Uniti nacque una gara tra musei per accaparrarsi gli scheletri più affascinanti. È da lì che è scoppiata la passione collettiva e ci siamo dimenticati dei plesiosauri e dei mammut».
C’è un «colpevole»?
«Furono i magnati del tempo, a finanziare le spedizioni e gli acquisti».
E oggi? Sono più super-eroi o più mostri?
«Si citano, non a caso, i termini mostrificazione e super-eroismo: a queste creature, infatti, si attribuiscono caratteristiche che, normalmente, non hanno nulla a che fare con gli animali “standard”, anche se, bisogna ricordarlo, erano “naturali” come qualunque altro. La passione li ha trasformati più in un prodotto culturale che in un oggetto di osservazione scientifica».
E, allora, il “vero” dinosauro come è o come dovrebbe essere?
«Un po’ meno mostro, di sicuro. Significa invertire un trend che coincide con quello che definisco il “Rinascimento dei dinosauri”, quando tra gli Anni ’70 e ’90 presero piede le teorie più estreme e poi si affermarono gli effetti speciali al cinema e alla tv: oggi molti documentari, anche quelli su animali che non sono i dinosauri, diventano sempre più spettacolarizzati e tendono ad assomigliare a Jurassic Park. È l’opposto di ciò che era accaduto nel kolossal originale, quando si sfruttò la digitalizzazione per rendere più realistici look e movimenti».
Proviamo a immaginare qualche dinosauro con l’occhio del paleontologo…
«Molti dinosauri assomigliavano agli uccelli e sappiamo, ormai, che gli uccelli sono loro discendenti. Più che lucertoloni, quindi, erano una sorta di strani polli giganti, anche molto colorati, con piume e scaglie. E poi c’è la questione delle prestazioni fisiche…»
Ce la spieghi.
«Gli studi più recenti dimostrano che è fisicamente impossibile che andassero alle velocità elevate ipotizzate in passato: so che può essere deludente per chi ha il desiderio di vederli in versione show, ma dobbiamo basarci sulle evidenze scientifiche: un elefante non è in grado di correre come un cavallo. Di sicuro non erano goffi, ma più lenti che in tanti documentari e film».

Poi c’è una questione che sembra di nicchia, ma non lo è, visto che è legata alle dimensioni abnormi: erano a sangue freddo o caldo?
«L’interpretazione più plausibile è che possedessero un metabolismo a metà strada tra sangue caldo e sangue freddo: è una formula che diventa via via più efficiente all’aumentare delle dimensioni
. È come ragionare in termini di efficienza di un veicolo. Si può scegliere se acquistare una Ferrari, che ha prestazioni eccezionali ma consuma molto, oppure un’auto a energia solare, che non va così veloce, però risparmia perché utilizza la luce del Sole. I dinosauri hanno ragionato in questi termini dal punto di vista evolutivo: se si è un po’ Ferrari e un po’ a energia solare, per così dire, le cose funzionano meglio ed è questa caratteristica che deve aver favorito il loro gigantismo. E il fenomeno ci permette anche di spiegare perché non esistono mammiferi altrettanto grandi».
Oggi qualche animale replica questo modello intermedio?
«Qualcuno. Per esempio, i tonni, gli squali d’alto mare e anche le grandi tartarughe marine».
Ora quali sono le novità a proposito degli “ex-mostri”?
«Ha fatto scalpore la possibilità, finalmente, di determinare il colore di alcuni dinosauri. I fossili delle piume, in certe condizioni, lasciano la traccia delle loro tinte: così abbiamo identificato tonalità come il rosso, l’ocra, il giallo e il nero. E poi quelle iridescenti. Queste scoperte dimostrano che, probabilmente, c’era una varietà di aspetti che non riusciamo ancora a immaginare».
E il futuro che cosa ci riserva?
«Mi piacerebbe che si cominciasse a studiare in modo più sistematico l’Italia, perché il nostro Paese è promettente, vista la sua storia geologica. Per ora ne conosciamo pochi di dinosauri italiani. Ne abbiamo trovati solo quattro. E poi ci sono intere zone del mondo che non hanno quasi alcuna documentazione: l’Africa è in buona parte sconosciuta e così l’Antartide e l’Australia interna, oltre a diverse zone dell’Asia».
Com’è cambiata la Terra durante il regno dei dinosauri?
«L’hanno popolata tra 230 milioni e 66 milioni di anni fa e in quei circa 160 milioni di anni la Terra è cambiata molte volte: all’inizio c’era un’unica massa, la Pangea, mentre alla fine dell’era dei dinosauri la frammentazione dei continenti era già avvenuta. Anche il clima, quindi, è stato molto variabile. Immaginiamo sempre i dinosauri immersi in realtà tropicali e, invece, devono aver avuto a che fare anche con la neve».
Sono stati molto resilienti, quindi?
«Sì. Se non si fosse verificato l’impatto di un meteorite o un asteroide in Messico, credo che esisterebbero ancora oggi. E noi non saremmo qui».