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 2026  marzo 02 Lunedì calendario

I re degli algoritmi consumano troppo Trump: "Dovranno produrre energia"

Il bilancio di Nvidia ha stupito i mercati. I conti sono da record, ma il titolo frena. La realtà guidata da Jensen Huang è il protagonista indiscusso della corsa all’intelligenza artificiale, eppure nell’ultima settimana ha ceduto quasi il 4% a Wall Street. Secondo il fondo Bridgewater è un monito sulle dimensioni degli investimenti tecnologici osservati finora. Le Big Tech americane hanno messo in campo quasi 800 miliardi di dollari in pochi trimestri. Tuttavia, la circolarità degli impegni spaventa gli operatori, chiamati a valutarne la sostenibilità. I colossi del web comprano i chip di Nvidia, gonfiandone i ricavi, ma necessitano di infrastrutture titaniche per far lavorare l’hardware. È il motivo per cui Washington vuole accelerare sull’autonomia strategica, temendo colli di bottiglia capaci di paralizzare l’ecosistema dei semiconduttori. Un percorso che, nella visione di Wells Fargo, potrebbe velocizzare l’implementazione dell’Ai su vasta scala negli Stati Uniti. Il rischio speculare è di esporre la Silicon Valley ad aspettative irrealistiche, le stesse che la finanza sta prezzando con cautela.
Il nodo cruciale è l’energia. Il 4 marzo Amazon, Google, Meta, Microsoft, OpenAi, Oracle e xAi siederanno al tavolo con Donald Trump alla Casa Bianca. L’obiettivo è la firma del Ratepayer Protection Pledge, un accordo formale con cui le aziende si impegnano a provvedere al fabbisogno dei propri data center. L’intelligenza artificiale ha fame di elettricità e l’amministrazione americana deve gestire una transizione complessa, pena il collasso della fornitura civile. Un rapporto del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (Doe) stima che i data center passeranno dal 4% al 12% dei consumi elettrici nazionali entro il 2028. L’Ai ha trasformato queste strutture in complessi industriali di scala inedita, macchine energivore necessarie per addestrare modelli linguistici elaborati. Nel 2024 le principali aziende tecnologiche americane hanno speso oltre 200 miliardi di dollari in conto capitale, in rialzo del 62% sull’anno precedente. Secondo l’ultimo report di Jll, in Nord America sono in costruzione oltre 35 gigawatt di capacità, una mole pari all’intero consumo annuo dell’Italia. L’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) calcola un fabbisogno in crescita del 130% entro il 2030 negli Usa.
Questa domanda imponente grava su una rete pubblica definita obsoleta dal presidente americano. Il costo sociale è evidente e rischia di trasformarsi in un boomerang politico. Il Bureau of Labour Statistics calcola un rincaro del 6,7% delle bollette per i cittadini nell’ultimo anno. Nel mercato elettrico Pjm, riferimento per tredici Stati dal New Jersey all’Illinois, i data center hanno causato un incremento di 9,3 miliardi di dollari nella capacità di bilancio 2025-2026. Le conseguenze sono dirette: le famiglie del Maryland subiscono rincari medi di 18 dollari al mese. La Carnegie Mellon University prevede un aumento delle tariffe dell’8% a livello nazionale entro il 2030, con picchi oltre il 25% in aree ad alta densità tecnologica come la Virginia settentrionale. La povertà energetica è una crisi tangibile. Al settembre 2024, circa 21 milioni di famiglie risultavano insolventi con le utility per un debito di 21,1 miliardi di dollari. Un americano su tre ha rinunciato a beni di prima necessità per pagare la luce. A questo si aggiunge il fattore sicurezza, essenziale per il Pentagono. Far viaggiare l’energia domestica e quella necessaria ad addestrare algoritmi di nuova generazione sulla medesima infrastruttura espone il sistema a blackout, attacchi informatici e sabotaggi. Nel luglio 2024 una fluttuazione di tensione ha disconnesso decine di server in Virginia, sfiorando il collasso a cascata. In un quadro di serrata competizione geopolitica con la Cina, che copre con gli Usa l’80% della crescita globale dei server, dipendere da reti fragili compromette la supremazia tecnologica.
Le manovre di adattamento sono in corso, anticipate dalle mosse dei leader di mercato. Microsoft ha garantito la copertura dei costi di costruzione e utilizzo dell’infrastruttura elettrica per i propri impianti, sganciandosi dalla fornitura pubblica per i nuovi progetti. Il presidente Brad Smith ha rassicurato le comunità locali sull’assenza di ripercussioni tariffarie. È un lavoro di sponda con le utility per identificare le necessità e migliorare l’efficienza. Con la firma del Pledge del 4 marzo, questo patto vincolerà l’intero comparto, obbligando la Silicon Valley a dimostrare di poter sostenere la propria rivoluzione davanti agli investitori globali. Una partita il cui esito è tutt’altro che scontato.