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 2026  marzo 02 Lunedì calendario

Greenpeace rischia il fallimento: un giudice Usa l’ha condannata a pagare 345 milioni di danni

Greenpeace annuncia ricorso. Non ha molta scelta di fronte a una sentenza che rischia di affondarla. L’associazione ambientalista è stata condannata a pagare 345 milioni di dollari al gestore di un oleodotto contro il quale aveva protestato in Nord Dakota. Ha spiegato però di non avere abbastanza soldi. L’unica strada è proseguire un iter giudiziario che è iniziato nel 2017 e nel frattempo è diventato un simbolo del braccio di ferro fra le aziende dei combustibili fossili e i gruppi ambientalisti.
Le proteste contro l’oleodotto
Le manifestazioni contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, approvata dal presidente americano Trump durante il suo primo mandato, erano andate avanti per mesi tra il 2016 e il 2017 e avevano avuto una larga copertura mediatica. Vi avevano partecipato migliaia di persone, inclusi volti famosi come l’attore Leonardo DiCaprio, con Greenpeace impegnata in prima fila per la difesa dei Sioux. La regione di Standing Rock, considerata sacra dagli indigeni, è ricca di sorgenti d’acqua che secondo i dimostranti potevano essere contaminate dalle perdite del condotto.
Negli scontri con la polizia si erano contati centinaia fra arrestati e feriti. I manifestanti si erano accampati sui terreni destinati ai lavori e la polizia aveva usato cannoni ad acqua e lacrimogeni per sloggiarli, mandandone molti in ospedale. Energy Transfer, l’azienda texana proprietaria dell’oleodotto sotterraneo lungo quasi 2mila chilometri che collega il North Dakota all’Illinois, aveva denunciato l’ong per il ritardo dei lavori. L’accusa cita i reati di diffamazione, danneggiamenti e violazione della proprietà privata.
Le accuse contro Greenpeace
Secondo l’azienda, Greenpeace avrebbe pagato i manifestanti e comprato le attrezzature per farli incatenare sul luogo dei lavori. L’avvocato di Energy Transfer, Trey Cox, citato dal giornale North Dakota Monitor, aveva chiesto al giudice una sentenza esemplare: “Per dissuadere Greenpeace e altre organizzazioni dall’agire in modo simile in futuro”. Greenpeace ribatte che le sue azioni dimostrative sono sempre state pacifiche.
Una prima causa, davanti a una corte federale, era stata archiviata nel 2019. L’azione legale di Energy Transfer contro Greenpeace Usa (la branca americana) e Greenpeace International (la casa madre della ong) presso il tribunale del Nord Dakota era invece proseguita fino al 2025. A marzo dell’anno scorso una sentenza aveva condannato l’associazione ambientalista a pagare 665 milioni. La cifra è stata rivista al ribasso oggi perché contava alcuni danneggiamenti due volte. Rischia comunque di far affondare Greenpeace e di rappresentare un precedente per le altre cause ambientaliste.
“Denunciare le aziende che danneggiano l’ambiente non dovrebbe mai essere considerato illegale” ha reagito Marco Simons, responsabile di Greenpeace Usa, in un comunicato secondo cui la sentenza rappresenta “un tentativo sfacciato di silenziare la libertà di parola”. Nonostante le proteste, la costruzione dell’oleodotto è stata completata nel 2017.
La tesi dell’ong è che le proteste fossero in buona parte spontanee (“È infondato sostenere che siano state orchestrate da Greenpeace”) e che la sentenza sia stata politicamente motivata: “Non è una coincidenza che Energy Transfer e Kelcy Warren siano fra i principali donatori di Trump fra gli imprenditori dei combustibili fossili”, ha scritto Greenpeace Usa riferendosi al direttore esecutivo dell’azienda texana. Warren, secondo il gruppo ambientalista, ha detto di sperare che gli attivisti “vengano rimossi dal patrimonio genetico” dell’umanità.
Greenpeace è stata fondata nel 1971 con l’obiettivo di fermare i test nucleari in Alaska. Non riceve fondi da governi o partiti politici, ha 3 milioni di sostenitori nel mondo e 3 navi per portare avanti le sue campagne legate al mare. Le sue proteste più visibili hanno riguardato gli ogm, la caccia alle balene, la deforestazione e ovviamente la crisi del clima causata dai combustibili fossili.
Nonostante l’ammissione di non poter fare fronte alla pena comminata, l’associazione resta combattiva. “Non saremo messi a tacere. Al contrario alzeremo ancora di più la nostra voce e resisteremo alle intimidazioni” promette Mads Christensen, direttore di Greenpeace International, che ha sede in Olanda e proverà a sfruttare le opportunità offerte dalla legislazione europea. Le norme Ue puniscono infatti le denunce che mirano a far fallire le organizzazioni non profit sotto al peso delle spese giudiziarie. Qualora il filone olandese della causa dovesse avere esito diverso rispetto a quello americano, sarebbe Energy Transfer a dover pagare le spese legali dell’annosa vicenda.