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 2026  marzo 02 Lunedì calendario

Federico Vanelli: “Senza nuoto ero perduto. Quel bimbo finito nel fiume è stato la mia rinascita”

C’è una leggenda, in estremo Oriente, secondo cui ogni persona nasce con un filo rosso invisibile legato al mignolo sinistro. Un filo indistruttibile che unisce due anime gemelle destinate a incontrarsi e stare insieme per sempre. Oltre il tempo, i luoghi, gli ostacoli. «Il mio filo rosso è l’acqua: mi ha accolto da bambino, mi ha regalato il sogno delle Olimpiadi, poi mi ha accoltellato alle spalle. Ma, alla fine, mi ha restituito la voglia di vivere». Federico Vanelli è un ex campione di nuoto. Nel 2016 ha mancato di un soffio una medaglia nella 10 km ai Giochi di Rio de Janeiro, ma un bronzo l’ha comunque portato a casa ai Mondiali con la nazionale azzurra. “Nello”, come lo hanno sempre chiamato i compagni di squadra, è all’apice della carriera quando una telefonata improvvisa gli spalanca le porte del baratro: «Vanelli, devi interrompere ogni attività. Soffri di una cardiomiopatia, dobbiamo toglierti l’idoneità alle gare agonistiche». Niente introduzioni, niente preamboli. Solo una manciata di parole, nette, fredde, sparate con la precisione di un colpo di pistola. Lo racconta lui stesso in un libro dal titolo Domani ci sarà bel tempo, pubblicato dalla Compagnia editoriale Aliberti, perché alla fine, come nelle favole, il sole è tornato a splendere.
Ci sono voluti, però, tanti anni. Partiamo da quella telefonata…
«È stata come una gara persa senza nemmeno partire. L’acqua è il primo ricordo che ho da bambino, quando il cloro bruciava gli occhi ma non importava, quello era comunque il mio posto. In dieci secondi è finito tutto: è come se avessero cancellato la mia identità. Sono arrivato a maledire i medici, che in realtà avevano solo fatto il mio bene. Con quella dilatazione del cuore, gareggiare era impossibile».
Un paradosso: di solito dire di una persona che ha un cuore grande è un complimento.
«Non per me, quelle parole sono state una mazzata. Quel giorno ero con i miei compagni, stavamo andando a Messina per la traversata dello Stretto. Rimasi sulla barca d’appoggio e per la prima volta mi resi conto che il mare esisteva anche senza di me. E io, invece, senza di lui che cosa ero?».
Già, che cosa era lei, Federico?
«Ero uno che non valeva più niente, uno che da vent’anni non faceva altro che allenarsi dalla mattina alla sera e che non aveva altra vita all’infuori di una piscina, di una palestra. Dovevo ripartire ma non sapevo da cosa. Sono crollato».
Giornate chiuso in casa, attacchi di panico, la depressione
«Comprai una grossa moto. Andare in giro per le campagne di Lodi, la mia città, era uno dei pochi momenti di conforto. Ma quando vedi solo nero ti capita spesso di pensare che forse è meglio farla finita. Non avevo più voglia di lottare, mi ha salvato Bucky, il mio pitbull, un guerriero con l’anima di un bambino. Se sono ancora vivo lo devo soprattutto a lui. In quel momento mi è passata davanti la sua immagine, non potevo lasciarlo solo, dovevo rimettermi in piedi».
Le Fiamme Oro, il suo gruppo sportivo, hanno avuto un ruolo determinante
«Sì, e non finirò mai di ringraziarle. Mi offrirono di guidare una piscina riservata agli atleti della polizia, dopo qualche anno tornavo a contatto con l’acqua, il cloro, gli odori della mia vita. Ma l’idea di non poter gareggiare con i miei amici mi faceva ancora stare male. A casa dipingevo, curavo il giardino, giocavo alla playstation. Ma non ero più quello che volevo essere, non ero più niente. E, soprattutto, non volevo essere più niente».
Sua sorella le consigliò di andare in terapia da uno psicologo. La sua ancora di salvezza
«È stato fondamentale. Dalla depressione non si esce da soli, farsi aiutare non è una debolezza ma la consapevolezza di voler lottare per vincere un male subdolo. Parlo del vuoto, del peso di ogni singola mattina, delle notti che sembrano eterne. Della stanchezza di dover fingere ogni giorno».
Di cosa aveva paura?
«Di non essere abbastanza, di non riuscire a essere la persona che gli altri si aspettavano che fossi. La psicologa mi disse: “E se bastasse solo essere Federico, senza dover dimostrare niente, nemmeno a te stesso?”. Da quel giorno qualcosa è cambiato. Ho ripreso a uscire con gli amici, sono tornato a vedere le gare anche se io non potevo più scendere in acqua. Ho capito che forse la libertà era solo questo: essere Federico e smettere di chiedere scusa per quello che ero diventato».
Nell’estate del 2024 decide di andare al fiume con un amico per trascorrere un pomeriggio al sole
«C’era una corrente fortissima, appena arrivati vediamo una folla disperata che indicava un ragazzino di 12 anni in difficoltà al largo. Non ci penso un istante, mi tuffo, nuoto come quando gareggiavo alle Olimpiadi. Sento il cuore scoppiare ma lo raggiungo, me lo carico sulle spalle e lo riporto a riva. È salvo. In quel momento, però, capisco che quello che si è davvero salvato sono io. L’acqua che mi aveva cacciato mi ha riaccolto tra le sue braccia. È lei il mio filo rosso».
Il presidente Mattarella la premia, lei è Cavaliere della Repubblica italiana.
«La mia medaglia d’oro, quella che vale più di qualsiasi Olimpiade. Ero emozionato come un bambino, il presidente mi disse: “Conosco la tua storia, so cosa hai passato. Ti ho scelto io”. Posso fare un appello?»
Prego.
«Io quel ragazzino non l’ho più incontrato, non so perché, forse hanno voluto proteggerlo per fargli dimenticare quel trauma. Non so se sarà possibile, ma mi piacerebbe tanto riabbracciarlo».