corriere.it, 1 marzo 2026
Un trevigiano con 400 tartarughe in giardino
C’è chi ama il tennis. Chi dedica il tempo libero al cane o al gatto. E poi c’è Renato Gobbetto, trevigiano doc, classe 1964, ex bancario oggi in pensione, allevatore amatoriale di tartarughe. Lui ha una passione decisamente fuori dal comune: vive insieme a 400 tartarughe. E da quando non va più in ufficio «sono le più felici, mi hanno tutto per loro».
La storia comincia nel 2009, quando lui e la moglie acquistano una casa con un giardino. «È riaffiorato un ricordo d’infanzia, quando andavo con mio padre da un amico che aveva tantissime tartarughe. Ero così piccolo che ricordo solo che mi divertivo un mondo a camminarci sopra». Da quel ricordo nascono le prime due tartarughine, poi il numero cresce rapidamente. «Da lì è esploso tutto. Oggi sono quattrocento», afferma Gobbetto con fierezza.
Nel suo giardino di 500 metri quadrati convivono esemplari minuscoli, grandi quanto una monetina, e altri con un piastrone che arriva a 35 centimetri. «Quelle più grandi hanno bisogno di almeno venti metri quadrati ciascuna. E ogni tanto, soprattutto d’estate, se lascio la porta aperta, me le ritrovo in casa, tranquille come se fosse la loro».
Dieci chili di radicchio al giorno
Per cinque mesi all’anno le tartarughe vanno in letargo. «Si interrano per una decina di centimetri e restano lì, immobili, a una temperatura interna di cinque gradi, con due battiti al minuto. Perdono appena il 2% del loro peso». Il periodo va da fine ottobre a marzo. «Io non vado in letargo, ma mi rilasso molto anche io». Il vero miracolo arriva in primavera: «Le vedi spuntare dal terreno tutte sporche. All’inizio sono lente, quasi addormentate, poi piano piano riattivano il metabolismo e ricominciano a mangiare». L’alimentazione è semplice ma rigorosa. «Il menu quotidiano prevede erba, tarassaco e soprattutto radicchio. Ne mangiano dieci chili al giorno». Con una precisazione fondamentale: «La parte bianca non la vogliono. Sono delicatissime».
«Le saluto, le guardo negli occhi»
La giornata di Renato comincia prestissimo. «Le saluto, le guardo negli occhi. Da lì capisco subito se stanno bene. Quattrocento sguardi non sono pochi… e capisci perché aspetto il letargo per tirare il fiato». E come ogni grande passione, anche questa ha le sue preferenze. «La prediletta si chiama Margherita, poi Carmen. Le riconosco tutte». Un tempo, senza la molla al cancello, capitava che qualcuna decidesse di fare una passeggiata in strada. «I vicini venivano a suonare: “Renato, ce n’è una delle tue in fondo al campo!”». Ogni tartaruga ha un segno colorato sul guscio che la identifica, e lui conosce perfettamente le “famiglie”: «Per ogni maschio ci sono una decina di femmine. Il maschio è molto maschio e servono parecchie femmine per calmarlo». Da metà maggio inizia la stagione delle uova. «Le femmine scavano anche per due ore, poi coprono tutto alla perfezione. Da fuori non si vede nulla». Anche quando Renato è in vacanza, la situazione è sotto controllo: «Ho installato trenta telecamere. Se sono al mare e ne vedo una che depone, so esattamente dove andare a recuperare le uova. Al mio rientro le metto nelle incubatrici. Il sesso delle tartarughe dipende dalla temperatura e si forma al quinto anno di vita. Al Nord nascono più maschi, al Sud più femmine».
«Vivono 90 o 100 anni, alcune le ho “ereditate"»
Le tartarughe sono animali protetti e la burocrazia è severa. «Devono tutte avere microchip e certificato Cites. Chi ne possiede una senza documenti rischia una denuncia penale e multe salate».
Quanto alla longevità, Renato non ha dubbi: «Vivono 90 o 100 anni, a volte anche di più. Per questo si ereditano. Ho ricevuto le tartarughe di un signore appassionatissimo che è morto. Alla moglie davano fastidio e me le ha portate».
Il pubblico trevigiano le ama. «Sono molto richieste. Ai bambini piacciono tantissimo, ma anche agli adulti. Non sono animali affettivi ma riconoscono il loro ambiente». E non sono nemmeno così silenziose come si crede: «Il maschio, durante l’accoppiamento, fa suoni particolari. Prima c’è una vera e propria danza di corteggiamento: morde le zampe della femmina come per dire “Ehi, guarda me”». Tra gli episodi più emozionanti, Renato ricorda quello di un uomo di ottant’anni, appena dimesso dopo tre mesi di ospedale. «Mi ha chiamato dicendomi che voleva una tartaruga. Quell’esperienza lo aveva portato a desiderare qualcosa di lento, solido, silenzioso».