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 2026  marzo 02 Lunedì calendario

Ho fatto un incubo: Oriana Fallaci rilegge tutto quello scritto (su di lei) negli ultimi 20 anni

Ho fatto un sogno, anzi un incubo. Oriana rilegge tutto quanto è stato scritto in questi vent’anni su di lei. Ha in mano quelle matite a doppia punta, una rossa e una blu, che hanno tormentato la nostra infanzia sui banchi di scuola. E, invocando lo zio Bruno, che lavorò al Corriere durante gli anni del fascismo, sotto la direzione di Aldo Borelli, si mette a passare tutti i testi che l’hanno celebrata, osannata e ricordata bene o male. Non ce n’è per nessuno. Si sofferma non tanto sulle tesi dei suoi eventuali critici ma sul valore stilistico dei loro scritti, sulla pochezza delle argomentazioni, sulla povertà estetica delle impaginazioni. Perché sarebbe sicuro che accadrebbe questo. E toccherebbe anche al sottoscritto. 
Oriana tratterebbe estimatori entusiasti e critici dubbiosi allo stesso modo. Leggerebbe gli articoli – imitando la severità dello zio caporedattore – come se dovesse mandarli in tipografia. O, meglio, come se fosse costretta a farlo avendo un più comodo cestino accanto.
Bruno Fallaci, lo ha ricordato recentemente nella sua rubrica Giangiacomo Schiavi, era implacabile. Diceva Oriana dello zio, che la chiamò giovanissima a Epoca: “Mi ha insegnato tutto. A ripulire la scrittura dai lustrini e dai fiocchi. Ad essere secca, come gli anglosassoni. A buttare via il superfluo. E immaginiamo quanto avrebbe buttato via di un articolo non scritto da lei. E poi ogni tanto, levando lo sguardo verso il cielo e assaporando l’ennesima sigaretta, avrebbe detto: “Chi ha scritto questa cosa?”. Ancora più probabile: “Chi ha buttato giù questa bischerata?”.
L’ossessione della forma e dell’originalità è il demone che accompagna ogni giornalista e, a maggior ragione, ogni scrittore. Quando finalmente, dopo infinite giornate di tormentata gestione, La rabbia e l’Orgoglio andò in tipografia, alla fine di settembre del 2001, la cura formale del testo raggiunse vette sconosciute di ansia al limite della paranoia. Oriana scelse con cura tutte le fotografie (sue) che avrebbero illustrato il lungo articolo. Pretese che si usasse il corsivo, incurante delle raccomandazioni (non solo del sottoscritto) sulla scomodità di lettura dei testi lunghi con quel carattere. Gaetano Afeltra, altra mitica figura di caporedattore, al pari di quella dello “zio Bruno”, insisteva nel dire che il corsivo obbliga a leggere inclinando la testa. Ed è per questo che è adatto ai testi brevi, ai commenti secchi dando loro il nome. Dopo un po’ ci si stanca. Con Oriana no. E poi se ne venne fuori con un’altra preoccupazione. “Un’altra?” Dicemmo noi, sfiniti. Dobbiamo alla professionalità e alla pazienza certosina di Alessandro Cannavò, che era stato mandato a New York per assisterla, se alla fine una versione, dopo infiniti giri di bozze, venne pronta per la stampa. Ma il testo, anche il più bello, si incolonna e così compaiono fatalmente degli “a capo”. A Oriana non piaceva che ci fossero tanti “meno”, uno sopra l’altro, a disturbare la fluidità drammatica del suo scritto, la forma della pagina. Un problema francamente insolubile. Li si può solo limitare. Forse con un sistema di intelligenza artificiale si sarebbe potuto “venire a capo” dell’inutile caso. Allora l’Ai non esisteva. E mai, in ipotesi, Oriana avrebbe nemmeno accettato di discuterne. Oggi possiamo chiedere a un’applicazione di scrivere un testo con lo stile della Fallaci. Non oso immaginare la faccia, schifata, che farebbe. Né le parole che le uscirebbero in libertà dalla bocca, ma sempre in buon italiano. Pensando allo zio Bruno.
Insomma, fosse ancora qua, Oriana ci avrebbe strigliato a dovere. Non saremmo i soli. I francesi la maltrattarono non poco. I passaggi sul rischio di un’arabizzazione dell’Europa, lo spettro dell’Eurabia, scatenarono polemiche durissime. La versione francese del celebre articolo apparso sul Corriere il 27 settembre del 2001 (La rage et l’orgueil ) uscì, nell’edizione libraria, il 16 maggio del 2002. Non la pubblicò Flammarion che all’epoca era stata appena acquistata dalla Rcs, cioè dalla Rizzoli- Corriere della Sera, bensì Plon, prestigiosa casa editrice guidata da Muriel Beyer. Plon ebbe un sacco di grane, forse si pentì di aver accettato di curare l’edizione francese. Furono tre le associazioni che denunciarono la casa editrice e Oriana Fallaci; una chiedeva il ritiro dell’opera mentre le altre insistevano per inserire, nelle copie dell’edizione transalpina, un avvertimento ai lettori. Risarcimento dei danni a parte. Il 20 novembre dello stesso anno il tribunale di Parigi respinse le richieste degli attori per vizi procedurali. Oriana rimase molto colpita e turbata da quel processo, lo considerava una persecuzione. Era poi convinta che a una delle udienze fosse andato – non era vero ovviamente – anche il suo ex amico e concittadino Tiziano Terzani, che sul Corriere contestò le sue tesi (e lei smise di rispondere al telefono al sottoscritto). Venne difesa, in quel procedimento, dall’avvocato franco-israeliano Gilles-William Goldnadel che da allora, è diventato celebre come polemista della destra francese, un po’ come Eric Zemmour.
Poco prima del processo alla Fallaci – come ricordò il corrispondente da Parigi del Corriere Stefano Montefiori – il 5 novembre 2002, la casa editrice parigina Seuil dava alle stampe un libro molto amato a sinistra e ugualmente disprezzato a destra. Le rappel à l’ordre- Enquête sur les nouveaux réactionnaires di Daniel Lindenberg. Un pamphlet molto polemico nei confronti di quegli intellettuali che con le loro idee, a giudizio dell’autore, preparavano un terreno fertile all’avanzata della cultura di destra e, di fatto, favorivano una svolta reazionaria nel Paese. Insieme con Maurice Dantec, Pascal Bruckner, Pierre Nora, Alain Finkielkraut e Michel Houellebecq, nel mirino di Lindenberg c’era anche Oriana Fallaci, paragonata a Louis-Ferdinand Céline. In un articolo su Le Point, Finkielkraut criticò le posizioni antimusulmane della Fallaci, ma le riconobbe il coraggio di “mettere i piedi nel piatto”, di non lasciarsi intimidire. “Lei rifiuta quel narcisismo penitenziale che rende l’Occidente colpevole anche quando è vittima”. Il sociologo Pierre-André Taguieff la lodò scrivendo che “aveva visto giusto, anche se poteva colpire per alcune sue formule”. Se La rage et l’orgueil fosse uscito soltanto qualche anno più tardi non avrebbe avuto tutte quelle noie giudiziarie che angustiarono oltremodo l’autrice, al tempo già molto malata. Sottomissione di Michel Houellebecq, pubblicato da Bompiani, immagina una Francia “arabizzata”. A suo modo, Oriana aveva individuato per tempo il dispiegarsi di un fenomeno, sul quale le opinioni possono essere, come è giusto che sia, diverse. Difficile però dire che non sia stata profetica.