Corriere della Sera, 2 marzo 2026
Intervista a Sal Da Vinci
Sal Da Vinci, vincitore di Sanremo con «Per sempre sì»: cosa stava pensando mentre Laura Pausini apriva la busta col vincitore?
«Siamo onesti, quando arrivi sul podio e resti in due il pensiero va al “voglio toccare quel premio”. Ho preso la mano a Sayf, quasi come se fossi uno zio più grande, lui è più giovane di mio figlio, e ho pensato “come va, va”. Questo è un premio per tutto il podio. Quando arrivai terzo nel 2009 c’era la statuetta anche per il secondo e il terzo posto: andrebbe reintrodotta, era un bel premio di consolazione».
L’aspetta l’Eurovision Song Contest...
«È motivo di orgoglio poter portare la musica italiana fuori dal nostro Paese. La musica è un momento aggregazione, simbolo di pace nel mondo e di mille sfaccettature della bellezza. Non mi aspettavo questa opportunità tanto che avevo fissato delle date in concomitanza con l’Eurovision. Dovrò spostarle perché in questa manifestazione l’Italia ci deve essere. Sto pensando di fare anche una versione in spagnolo di “Per sempre sì”, ma credo che all’Eurovision porterò questa».
Messaggi o telefonate di congratulazioni?
«Mi ha chiamato Geolier: vorrei condividere con lui questo primo premio perché era rimasta incompiuta la sua opera a Sanremo (nel 2024 arrivò secondo, ndr)».
Ha iniziato da bambino col teatro: ricordi?
«Era tutto magico, una scatola immensa che dall’altra parte sembrava un acquario con tanti pesci colorati, un arcobaleno di colori straordinari. Ero un bambino di 7-8 anni e facevo tre recite al giorno con tre spettacoli diversi».
L’infanzia di Sal Da Vinci?
«L’ho sacrificata al palco. Non ho mai avuto un cavalluccio, non giocavo mai: l’ho scoperto diventando papà».
Nato a New York nel ‘69...
«Mamma aveva raggiunto papà in America dove lui faceva le cosiddette dinner dance, cene musicali in cui si esibiva con Tajoli e Claudio Villa. Dopo pochi mesi tornammo in Italia: aveva cercato il sogno americano e non lo aveva trovato».
La musica quando arrivò?
«Nel 1985 James Senese scrisse una canzone per me e iniziai a scoprire la mia voce. Non funzionò, rimasi senza lavoro e iniziai a fare l’autore. Nel 1994 vinsi il Festival italiano di Canale 5 condotto da Mike: pensai di aver raggiunto chissà cosa e invece ancora nulla».
Tornò alla sceneggiata e al teatro...
«Sebbene volessi stare lontano da quel mondo, Roberto De Simone nel 2001 mi volle come protagonista per l’Opera buffa del Giovedì Santo. Fu mia moglie a convincermi ad accettare... c’era bisogno di guadagnare. Nel frattempo non avevo mollato la musica: bocciato 13 volte a Sanremo».
Nel 2009 la presero...
«Terzo e dopo ancora nulla. Tornai a teatro fino a che non è arrivata “Rossetto e caffè”, la canzone che mi ha cambiato la vita. Ecco non sono arrivato qui solo per quella canzone, ma con una gavetta lunga».
Ha mai pensato che per lei la musica fosse per lei un «per sempre no»?
«Ci sono stati momenti sconfortanti che profumavano di sconfitta e di fallimento. Non è stato facile superare questa ondata di sentimenti che mi arrivava addosso. La famiglia è stata così potente che ha scacciato via le nubi e ho ripreso il mio cammino».
Perché non ha mollato?
«Prendo forza dalla determinazione e dalla perseveranza, dal mio credo. Sono stato sempre sostenuto dalla mia città che non mi ha lasciato in nessun momento di difficoltà. Ecco perché dedico questo premio a Napoli. Napoli è famiglia. È anche la vittoria di un popolo, di chi ha perseverato nel seguire i propri sogni. È la vittoria di tutti quelli che vengono dal basso».
Un rimpianto?
«Nel 1992 dentro a Domenica In c’era un concorso per andare a Sanremo. Mi presentai come Michael Sorrentino, mio vero nome. Ricordo ancora l’amarezza di papà che il nome Da Vinci aveva scelto per sé e passato a me».
Faccia una sceneggiata sanremese...
«Sono stato tra i protagonisti del musical Una volta scugnizzi, un vero e proprio laboratorio. Ecco, Sanremo è un grande laboratorio in cui ognuno rappresenta qualcosa».
Lei?
«Un prete coraggio».
Perché?
«Vado da Tredici Pietro e gli dico che così non si fa, vado da un altro e dico “attenzione riguardati”, roba da patriarca».