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 2026  marzo 02 Lunedì calendario

Intervista ad Andrea Zorzi

Andrea Zorzi, campionissimo dell’Italia del volley negli anni 90, i vostri «nipotini» di oggi vi stanno rubando l’arte e la storia?
«È una gioia vedere che le nuove generazioni, oltretutto con uomini e donne, ci hanno riportato al vertice. Ma io ho fatto parte della miglior squadra di pallavolo del ventesimo secolo, ancora adesso ricordata: onorato di appartenere a quel mondo».
Avendo vinto tanto, che cosa si prova a veder vincere?
«Fatico a ricordare la felicità per i successi e quanto fosse difficile digerire le sconfitte. Non sono più in grado di immergermi in questo scenario in bianco e nero: lo guardo con distacco, troverei ridicolo che un uomo di 60 anni ragionasse come un ragazzino. Detto questo, sono felice che si vinca tanto. E l’oro olimpico delle donne mi rammenta che noi l’abbiamo mancato: è un’ossessione che il tempo ha attenuato, ma non cancellato».
Le piacerebbe giocare nella Nazionale di oggi?
«Sarebbe bello rivivere certe emozioni e avvertire di nuovo il senso della gioventù, senza mitizzarla. Ma dentro questo gruppo, in realtà, potrei fare molto poco, anche se mi incuriosirebbe, dopo una vita trascorsa ad attaccare, giocare da libero, ruolo nel quale si può solo difendere».
Sulla torre ci sono Velasco e De Giorgi: buttiamo giù Julio o Fefé?
«E se facessi un salto io?...» (risata).
Il rapporto con i compagni, in retrospettiva, com’è stato?
«A volte si tende a mitizzare e a banalizzare il concetto di squadra, equiparandola a una famiglia. Con alcuni compagni sono nati una vera amicizia e un rapporto profondo, con altri invece non è stato così e un po’ mi dispiace».
Velasco in un Europeo le ha fatto fare la riserva, in un Mondiale l’ha usata come centrale perché doveva lanciare Giani come opposto. Relazione controversa?
«Il rapporto con Julio è stato fantastico all’inizio. Poi ci sono state vie di mezzo, con un rispetto reciproco che non escludeva le scintille. Questo per spiegare che non eravamo il gruppo del “Mulino bianco” della famosa pubblicità. Eravamo invece una squadra unita, con tensioni che non sono mai diventate conflitti. Esiste infine un “dopo” per Velasco, quando l’ho osservato dall’esterno: resta una persona dal fascino incredibile, bravo a creare relazioni di reciproca fiducia; è l’arma usata per vincere con le ragazze. In sintesi: è un meraviglioso semplificatore, senza mai essere banale».
Si aspettava che De Giorgi fosse così bravo come c.t.?
«Fefé ha vissuto tante vite. La caratteristica più importante è la sua brillante intelligenza, che gli permette di trovare sempre la battuta giusta. Ha vinto e ha perso, ha anche rimediato qualche batosta: ma così è diventato un tecnico solido».
Pure i maschi di oggi non hanno vinto l’oro olimpico: forse per una vostra «gufata»?
(risata) «Chissa...».
Alla leva militare barò sulla sua statura?
«Sì. Ero imbarazzato perché mi sentivo troppo alto. Dissi 2 metri, anche se ero un po’ di più: l’asta arrivava a quella misura».

Ed è vera la storia che a sua madre fu suggerito di abortire?
«Era debole, le dissero: “O lei o suo figlio”. Mamma non pensò minimamente a interrompere la gravidanza e quando l’infermiere uscì dalla sala parto dicendo a mio padre che ero nato, lui si mise a piangere perché immaginava che sua moglie fosse morta. Invece eravamo tutti e due salvi e tranquilli».

I vicini di casa accudirono all’Andrea piccolo.
«Papà faceva il camionista, mamma lavorava in un manicomio a Venezia e stava via due-tre giorni di fila. Lei e mio padre fecero il giro dei parenti per capire chi fosse disposto ad aiutarci. Non trovarono nessuno, così mia madre si rivolse, in lacrime, ai vicini. Erano agricoltori, nemmeno particolarmente amici. Ma accettarono e diventarono nonni adottivi: mi hanno seguito fino ai 6 anni».
Perché il volley regala una popolarità iconica?
«Di sicuro alla base c’è la continuità: anche quando ha vinto di meno, il nostro volley è rimasto ad alto livello».
Il teatro, il Kataklò, ovvero la danza acrobatica, e lo storytelling.
«Parto dal Kataklò, del quale nel 2026 ricorrono i 30 anni. All’inizio fu qualcosa di inaspettato e inevitabile allo stesso tempo: lo condividevo con Giulia Staccioli, mia moglie. Mi occupavo della produzione e del design, detto che Giulia era una direttrice artistica “corale”: ho scoperto nuovi mondi oltre al volley. Il teatro lo incontro con “La Leggenda del pallavolista volante”: va ancora in scena, anche se sto lanciando un nuovo spettacolo nel quale spiego come la pallavolo è stata usata dalle istituzioni, dai governi e dai partiti. Anche lo storytelling fa fare i conti con le emozioni. Ma mi piacerebbe ripensarlo: 15 anni fa ce n’era bisogno, ora siamo sommersi. Riflessione di un filosofo coreano: “Quando la narrazione diventa ancella del consumismo, bisogna rivedere gli effetti che produce”».
Il giornalismo: l’avrebbe mai detto?
«Essere giornalisti rimane un’altra cosa rispetto a quello che sono stato e che sono: ovvero, un commentatore e un “talent”. Avendo poi vissuto a fianco di altri campioni, ho cercato di raccontare qualcosa di non immediatamente chiaro, trovando un linguaggio appropriato».
Giulia Staccioli e suo padre Mauro, scultore.
«Con Giulia ci siamo sposati nel 1993, ci siamo separati nel 2004, siamo tornati insieme nel 2011 e ora siamo felici. Spesso mi parla di una coreografia e io penso di capire quello che vuole dire. Ma quando vedo lo spettacolo mi chiedo: da quale parte del cervello è uscito questo capolavoro?
Di Mauro, morto qualche anno fa, mi colpì come, nell’elaborare una scultura, riuscisse a usare linguaggi non lineari che non prevedono processi chiari: per me è straordinario».
Suo figlio Numa, dal nome non usuale.
«Numa mi piace molto, suona bene. Si è laureato in Fisica a Roma e ha iniziato a lavorare a Parigi in un centro di ricerche. Niente sport? Un po’ di calcio all’oratorio, poi arti marziali, arrampicata: è rimasto piccolino fino ai 15 anni, dopo è diventato 1,93. Avendo avuto papà e mamma ad alto livello nello sport, ha cercato uno spazio suo».
La sua vita di oggi e il futuro.
«Ci sono il teatro, gli interventi per le aziende – mi chiedono di parlare delle analogie e delle differenze tra sport e lavoro – e il giornalismo, con il quale provo anche ad analizzare processi, comportamenti e relazioni. Vedo un pericolo: nello sport di oggi siamo vittime della prestazione, per cui se vinciamo siamo campioni e se perdiamo siamo falliti. In un mondo polarizzato, lo sport rischia di essere complice della deriva individualista in atto».
Passa per essere intellettuale: piace o pesa?
«Sono solo un pericoloso autodidatta, che rischia di ignorare quante cose non sa. Però provo ad allargare il tiro e questo mi fa passare per intellettuale: non so se è così, ma di certo non mi sono confinato nel mondo dello sport».

Il rimpianto.
«Al di là dell’oro olimpico, qualche rammarico ce l’ho. Ma predomina la gratitudine per quanto mi è accaduto».
L’orgoglio.
«Vasco Rossi ha cantato che ne rovina più lui del petrolio. Quindi preferisco usare “piacere”. Sì, il piacere di aver fatto grandi esperienze con le mie squadre: dopo tanti anni ha un sapore diverso».
A Sanremo con «Lucky» Lucchetta.
«Conduceva Pippo Baudo. Esperienza formidabile, in un’era in cui la popolarità era più stabile rispetto ad oggi: ora dopo tre giorni si tende a far rotolare via chi ha successo».
È vero che in palestra oggi non resiste più di 10 minuti?
«Sì, ho ancora il piacere della fatica, ma non riesco più a fare i pesi. Compenso con lunghe camminate e nuotate: mi permettono di stare in una forma decente».

Ha 60 anni: il tempo va guardato a ritroso o in avanti?
«Va guardato più che mai al presente, per godere di quello che puoi fare in questo momento».
Eravate dei sex symbol?
«Per quegli anni un po’ sì, le tifose ci cercavano ed era piacevole. Ma fu più che altro un effetto mediatico: sex symbol senza aver avuto una vita da sex symbol, anche perché io sono sempre stato molto fedele. Poi la distinzione tra vita pubblica e privata era netta, non c’erano invasioni di campo».

Preferisce Zorro o lo «Sorro» di Velasco?
«Io sono Zorro. E non sono l’unico Zorro dello sport. Ma come lo pronuncia Julio, be’, è impareggiabile: è un marchio di fabbrica. Ma sapete chi enfatizza la “esse” al posto della “zeta”? Non è Velasco, bensì De Giorgi: lo fa apposta per fare il verso a Julio».