Corriere della Sera, 2 marzo 2026
Schlein: se sarà No, non chiedo il voto
«Se vince il No, non chiederemo le dimissioni del governo: vogliamo battere la destra alle urne, e lo faremo alle prossime elezioni politiche». È brusca la frenata di Elly Schlein sulla politicizzazione del referendum. La segretaria del Pd, che chiuderà la campagna contro la riforma sul palco con i leader del M5S Conte e di Avs Bonelli e Fratoianni, ieri ha detto: «La nostra è una battaglia nel merito di una riforma sbagliata e dannosa per il Paese che non migliora la giustizia per i cittadini e mina l’indipendenza della magistratura». E ha aggiunto: «Dovesse vincere il Sì perderei la leadership del centrosinistra? Noi andremo avanti con il nostro lavoro perché la sfida alla destra si giocherà alle elezioni politiche del 2027».
Parole condivise, per un giorno con Antonio Tajani. «Non è un referendum contro qualcuno ma per cominciare a cambiare l’Italia», ha detto il vicepremier forzista. Lamentandosi che gli «avversari vogliono trasformare questo referendum in una rissa politica». Anche Matteo Salvini promette di restare al merito della riforma che è «l’unica soluzione per sanzionare i magistrati che sbagliano». Avverte che chi non vota «aiuta i No». E si dice dispiaciuto dei toni alti usati da entrambe le parti: «Quando a spararla grossa sono magistrati alla Gratteri, che ripete che per il Sì voteranno mafiosi, indagati e massoni, non si fa un buon servizio alla giustizia».
D’accordo con il procuratore capo di Napoli (che ieri ha ricevuto un premio a Bisceglie a un incontro dedicato proprio al referendum), anche il suo collega dell’Antimafia Nino Di Matteo: «La campagna per il Sì parte dal quotidiano esercizio di denigrazione della magistratura. La mafia ha bisogno che agli occhi del popolo la magistratura risulti delegittimata». E ha chiarito: «Ci saranno le persone perbene che voteranno Sì, ci mancherebbe. Ma io credo che sulla base di questo presupposto i mafiosi e i grandi criminali voteranno Sì».
Contro queste frasi, dal centrodestra, un coro di critiche: «Parole indegne e inaccettabili», sbotta da FI Matilde Siracusano. «Di Matteo abbia coraggio: faccia i nomi dei criminali che voteranno Sì. Intorbidire le acque così è un’offesa a ciò che ha detto il presidente Mattarella», replica Alfredo Antoniozzi (FdI). «Sempre più nervosi, arroganti e violenti i signorotti del No», il commento che la Lega affida a una nota.
Per spiegare nel merito la riforma e le ragioni del Sì, parte oggi, davanti alla Corte di Cassazione a Roma, la maratona oratoria promossa dai comitati Sì separa di Fondazione Einaudi, Camere penali per il Sì e Cittadini per il Sì. Ad aprirla i penalisti Giandomenico Caiazza e Francesco Petrelli con Francesca Scopelliti.
Ma a tenere banco ieri è stata anche la disputa sulle parole di Licio Gelli. Il figlio del capo della P2, Maurizio Gelli, in un’intervista al Fattoquotidiano ha rivendicato che separazione delle carriere, presidenzialismo e test psicoattitudinali ai magistrati paventati dal ministro Carlo Nordio erano idee di suo padre. Che, ha detto, sicuramente voterebbe Sì. Il Pd con Andrea De Maria chiede al governo di dissociarsi. E il leader M5S, Giuseppe Conte attacca: «La riforma ha il copyright di Licio Gelli». Da FdI Antonella Zedda replica: «Il Piano della P2 prevedeva anche la riduzione del numero di parlamentari e nel programma 5 Stelle era prevista la separazione delle carriere. Allora i 5 Stelle sono i naturali eredi di Gelli e della P2»?.