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 2026  marzo 02 Lunedì calendario

Un triumvirato per la transizione. È giallo sulla morte di Ahmadinejad

L’articolo 5 della Costituzione iraniana delinea il profilo del Leader supremo, che deve essere: «Giusto, pio, esperto dei tempi moderni, coraggioso, amministratore capace ed efficiente». L’articolo 109 aggiunge che deve avere abbastanza «cultura per guidare la umma islamica, deve essere dotato di giustizia e pietà, perspicacia politica e sociale, prudenza, coraggio e capacità di comando». Un mix di santità e pragmatismo per guidare le anime sciite d’Iran e del mondo.
Quando la Guida suprema muore o viene uccisa, come nel caso di Ali Khamenei, tocca all’Assemblea degli Esperti – 88 giuristi islamici eletti dal popolo ogni otto anni, ma filtrati dal Consiglio dei Guardiani – nominare il successore. Nel frattempo, per colmare il vuoto di potere, scatta un consiglio direttivo provvisorio che, da ieri, è un triumvirato formato dal presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Ejei e il membro del Consiglio dei Guardiani Alireza Arafi, potenziale candidato alla successione.
Nella confusione della guerra, una cosa è evidente: sotto il fuoco incrociato di bombe americane e israeliane, i gerarchi della Repubblica islamica si stanno affannando a dipingere un quadro di normalità costituzionale. Come se la morte di Khamenei fosse solo un passaggio protocollare, come se dovessero dimostrare che la teocrazia resiste, eccome. E allora, Ali Larijani – numero uno del Consiglio di Sicurezza nazionale – fa sapere che il triumvirato che supervisiona la transizione si è riunito. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi dichiara che le istituzioni funzionano così bene che le «procedure costituzionali» potrebbero essere completate presto: «Potreste assistere alla selezione di un leader supremo tra un giorno o due», dice.
Se è vero che la via per la successione è già scritta nella legge ed è stata approvata da Khamenei in persona, con nomi e strutture collaudate per mantenere in vita la Repubblica islamica, Jason Brodsky di United Against Nuclear Iran ci ricorda che questa tranquillità è solo apparente: tutti i leader del regime sono nel mirino dei missili dei nemici, e quindi anche i nuovi eletti possono fare la stessa fine degli uomini ai vertici già assassinati nei raid israelo-americani. Come, secondo fonti israeliane, è successo all’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, ucciso insieme alle sue guardie del corpo a Teheran. Anche se gli iraniani smentiscono.
Secondo i criteri costituzionali, il leader supremo deve essere un giurista islamico qualificato: la sua è la posizione più alta nella gerarchia politica e religiosa secondo il sistema velayat-e faqih, la dottrina teologico-politica sciita. Nel toto nomi per la successione, compare quello di Mojtaba Khamenei, 57 anni, secondogenito della Guida suprema e figlio prediletto. Descritto come kingmaker della politica iraniana e come colui che orchestrò la rielezione dell’ormai «martire» Ahmadinejad. Poi, c’è Gholam-Hossein Mohseni Ejei, 70 anni, il «falco della magistratura». Come Khamenei quando è stato eletto Guida suprema, anche lui è un hojatolislam, ossia non ancora ayatollah, ed è uno dei volti più cupi della giustizia iraniana, diventato capo della Corte Suprema nel 2021, nominato dal Leader in persona. Un altro nome che gira è quello di Arafi, 57 anni, che da due giorni è parte del triumvirato. Deve il decollo della sua carriera al padre amico di Khomeini e a Khamenei che nel 2019 lo piazza al Consiglio dei Guardiani: falco anti-Usa («l’America morirà nel suo sogno di fermarci»). Circolano i nomi di Ahmad Khatami, conservatore influente; Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica; Mohammad Mehdi Mirbagheri, intransigente dell’Assemblea degli Esperti.