Corriere della Sera, 2 marzo 2026
Ancora attacchi ma Teheran risponde
Il giorno numero due della guerra preventiva contro l’Iran sferrata da Stati Uniti e Israele si è concluso. La Repubblica islamica è ancora in piedi. L’insurrezione dei patrioti iraniani invocata ancora ieri notte da Donald Trump resta un fantasma. Indizi di un’imminente rivolta non si vedono. Qualche festicciola per la morte della Guida suprema, urla dalle finestre e stop. Troppe le ronde di picchiatori Basiji, troppa la paura dei bombardamenti. Per il momento va così.
C’è, invece, la possibilità che la violenza dello scontro salga. Teheran non ha ancora attivato le milizie alleate in Libano, Yemen e Iraq. E neppure le cellule terroristiche che potrebbe avere in giro per il mondo per attacchi a soft target. Cittadini americani o israeliani, civili o militari, sarebbero obbiettivi facili e di impatto mediatico. Il dipartimento di Stato Usa ha diramato un allarme per chiedere ai propri cittadini più attenzione alla sicurezza personale in tutto il mondo. Israele è in stato di allerta. Aumentati i checkpoint e le pattuglie di polizia. Censura ai media che riportano vittime e luoghi d’impatto dei missili iraniani. Imposto una sorta di coprifuoco ai palestinesi di Cisgiordania che ne impedisce i movimenti. La Gran Bretagna ha concesso agli Stati Uniti l’uso delle sue basi militari.
Ieri, i Guardiani della Rivoluzione hanno voluto dimostrare di aver assorbito il colpo della morte del Leader supremo Ali Khamenei e, anzi, hanno aumentato il ritmo del loro fuoco. Vendetta. Da silos sotterranei nell’Iran occidentale hanno lanciato più ordigni balistici del giorno precedente. Droni e missili sciiti sono volati verso le basi americane nel Golfo più numerosi che verso Israele. Quanto può durare? Il servizio segreto israeliano, Mossad, fa sapere che Teheran si sarebbe trovata sotto attacco con appena un migliaio di missili in magazzino. Ne ha sparati già circa 250. Quindi o diminuisce drasticamente il ritmo o li finirà in una settimana. Anche ammettendo che spie capaci di localizzare Khamenei si sbaglino, i missili potrebbero essere il triplo? Di più? Il problema iraniano è non avere un partner per ricevere aiuti massicci. Non la Russia che ne ha bisogno in Ucraina, non la Cina perché la flotta Usa blocca la porta di casa. L’Armada trumpiana ha meno problemi a rifornirsi.
Il presidente Masud Pezeshkian ha fatto sapere che un triumvirato ha preso le funzioni che erano di Khamenei. Si vuole trasmettere la sensazione di controllo. In pieno attacco vengono proclamati 40 giorni di lutto nazionale e una settimana di vacanza. Tutti in casa sino a sabato prossimo. Meno possibilità di incontrarsi, darsi appuntamento, tradotto, organizzare cortei.
Nel giorno del lutto, le parole di Teheran sono ancora più incendiarie delle sue bombe. Il giornalista che annuncia alla tv la morte di Khamenei scoppia in lacrime. Folle lo commemorano davanti alle moschee. E il presidente del Parlamento Qalibaf minaccia i nemici. «Vi metteremo in ginocchio ad implorare pietà. Avete superato una linea rossa e ne pagherete il prezzo». Per il momento, il risultato sul terreno è importante, ma relativo.
Dieci civili israeliani e tre soldati americani uccisi dai missili, più le vittime collaterali nei Paesi arabi: tre civili in Kuwait e uno negli Emirati. Novantatré missili e 283 droni lanciati in due giorni sul Kuwait, 49 di entrambi i tipi in Giordania, altri in Arabia Saudita, Emirati e Oman dove i numeri sono coperti dalla censura. Gli obiettivi erano le installazioni militari Usa, compresa la portaerei Abraham Lincoln, ma spesso sono andati fuori bersaglio. Centrato anche un data center di Amazon negli Emirati: ha preso fuoco per i detriti di missili che gli sono caduti addosso. Anwar Qarqash, ex ministro emiratino divenuto consigliere di Trump, attacca Teheran. «Tornate in voi. La guerra non è contro i vostri vicini».
In Israele nove morti in un unico sfortunato caso. Un missile ha penetrato la cupola di difesa, probabilmente era stato deviato dall’intercettore ed è esploso proprio davanti alla porta del rifugio di una sinagoga. Chi si era riparato lì non ha avuto scampo.
Dall’altra parte l’alleanza israelo-americana continua la campagna aerea di distruzione delle difese militari e di assassinio dei vertici della Repubblica islamica. Man mano che le batterie missilistiche e i radar vengono neutralizzati potranno allargare il raggio d’azione, bombardare in altre province, passare dalle caserme alle fabbriche militari, dai bunker a ciò che resta degli impianti atomici e poi, in un crescendo di distruzione, infrastrutture civili fino all’obbiettivo finale: la resa dell’apparato della Rivoluzione islamica e il cambio di regime. Il bilancio iraniano del bombardamento sulla scuola femminile nel Sud del Paese di sabato è salito a oltre 120 uccise. Ieri sera è stata centrata una stazione di polizia a Ray, poco a Sud di Teheran. I morti sarebbero numerosi. I soccorritori scavano tra gli edifici coinvolti nell’esplosione. Danneggiata anche la sede della tv nazionale Irib e l’Ospedale Ghandi nella capitale. Non si conoscono le vittime.
Uccisi dalle bombe israeliane altri alti ufficiali iraniani, ma il nome del giorno è quello di Mahmud Ahmadinejad. Ex presidente, era stato il protagonista della contestata rielezione del 2009 che aveva scatenato la più grande protesta di sempre, quella dell’Onda verde, stroncata come le successive nel sangue. Ahmadinejad era caduto in disgrazia e non aveva alcun ruolo nel potere attuale. Conservava una certa popolarità e la fama di inflessibile antisemita. Era stato infatti tra i principali sostenitori del movimento di negazione dell’Olocausto. Se Israele l’ha eliminato di proposito, le motivazioni non mancavano.
L’unica nota positiva della giornata viene dal presidente americano. Ieri mattina al telefono dal suo resort in Florida ha detto a un giornalista di The Atlantic che «gli iraniani vogliono parlare e io ho accettato. Avrebbero dovuto farlo prima. Molti di quelli con cui trattavamo non ci sono più perché il colpo è stato duro. Hanno aspettato troppo. Hanno fatto i furbetti. Ma io gli parlerò, non posso dire quando, ma gli parlerò». Alla sera in un’altra intervista ha aggiunto che la guerra «potrebbe durare quattro settimane». Forse voleva far sapere di essere disposto ad aspettare che la scorta missilistica iraniana arrivi a zero.