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 2026  febbraio 28 Sabato calendario

Intervista a Lea Milandri

VIve in una casa di cinquanta metri quadri. Ci sta dagli anni Ottanta, e penso a quello spazio come a una tana piena di libri e di foto. Immagini di lei nelle varie età della vita, un tempo contraddistinta da inconfondibili capelli rossi: «Ne andavo fiera ma più fiera di me era mia madre. Essendo una famiglia contadina, quel colore così insolito le aveva acceso la fantasia». Di Lea Melandri ho letto Dialogo tra una femminista e un misogino (Bollati Boringhieri). Mi incuriosiva la teatralità insita nello scontro tra mondi così distanti. E poi quel misogino, nei miei ricordi, era Otto Weininger che agli inizi del Novecento aveva pubblicato la sua tesi di laurea Sesso e carattere. Si diceva, già allora, libro antimoderno, imprescindibile ma paradossale: Weininger distruggeva la donna per salvarla. Ma non era riuscito a salvare se stesso con quel suicidio, in un albergo, all’età di 23 anni. Inspiegabile, almeno in apparenza. Vita e opera a volte si intrecciano in modo maledettamente complicato. Sembra che si integrino e invece a un certo punto finiscono con l’odiarsi. Perché l’una vuole prendere il sopravvento sull’altra. Una vecchia storia che Lea racconta parlando anche di sé e dei suoi anni giovanili. 
Quando ti sei imbattuta in “Sesso e carattere”? 
«Ho scoperto Weininger subito dopo aver letto Sibilla Aleramo, nei primissimi anni Ottanta. Per un trentennio ho avuto quel libro costantemente sotto gli occhi. Non so se fosse più un’ossessione o il bisogno di regolare certi conti».
E l’Aleramo che c’entra? 
«Sibilla legge Sesso e carattere nel 1912, ne resta affascinata. Intuisce che alcune linee che Weininger traccia descrivono pienamente l’universo femminile. Si spinge a dire che è il libro più intelligente che sia stato scritto contro la donna». 
Anche per te è un libro così straordinario? 
«Lo è, proprio perché a scriverlo è un uomo attraverso il cui pensiero rivive l’essenza stessa della cultura patriarcale». 
Che consiste in cosa? 
«Nello stabilire che alle origini della cultura greco romana e poi cristiana c’è il dualismo tra corpo e anima. Per Weininger quell’opposizione rinvia a una radice ancora più profonda: al dualismo sessuale uomo-donna che tende a codificare, nella contrapposizione di genere, tutte le relazioni erotiche e amorose che verranno dopo». 
Ma l’analisi di Weininger, tu dici, è quella di un misogino 
«Infatti: quando cominciai a riflettere su quel testo fui pesantemente attaccata. Come fa una femminista, si disse, ad essere d’accordo con uno che detesta le donne. In pratica venni considerata una vittima delle sue argomentazioni». 
Eri passata al “nemico”? 
«Era un fraintendimento. Dovuto al fatto che il femminismo degli anni Settanta si limitò a lavorare sulla “differenza sessuale”, ma così facendo si precluse l’accesso alle origini della cultura patriarcale». 
Alla fine l’ostilità nei confronti di “Sesso e carattere” da cosa è dipesa? 
«Anche dal fatto, io credo, che in Weininger manca l’analisi del dominio maschile, i cui effetti hanno spinto la donna fuori dal governo del mondo. Tuttavia, la descrizione che egli fa del rapporto tra i due sessi coglie aspetti di verità innegabili che il femminismo ha sottovalutato». 
La tua militanza degli anni Settanta dove si svolge? 
«Prevalentemente a Milano. Vi giungo nel 1966, da un piccolo paese romagnolo e da una famiglia povera». 
I tuoi cosa facevano? 
«Erano mezzadri, con questa figlia, cioè io, portata per gli studi. Per cui decidono, a costo di immani sacrifici, di farmi studiare. Frequento un buon liceo di provincia. Maturità con ottimi voti. Infine tento di entrare alla Normale di Pisa. Riesco. Ma scopro che non è l’ambiente giusto. Non ho la testa per l’iperspecialismo. Mi accorgo che lì solo un fanatico della filologia poteva sperare di sopravvivere. Vado in tilt, ho la sensazione di affogare».
A quel punto? 
«Mollo tutto, torno al paesello e comincio a fare supplenze al liceo dove avevo studiato. Contemporaneamente mi iscrivo all’università a Bologna. Mi laureo. Poi, spinta dai miei, mi sposo e dopo quattro mesi rompo il matrimonio». 
Perché? 
«Non c’era niente che con quell’uomo potevo condividere, neppure il sesso. Un matrimonio non consumato. Sciogliere quella relazione fu un trauma per i miei e uno scandalo per il paese. A quel punto decisi di andarmene. Scelsi Milano». 
Conoscevi qualcuno? 
«No, però nel periodo in cui fui sposata entrai in contatto epistolare con un cugino di mio marito. Una persona stupenda. Omosessuale, coltissimo, viveva la sua diversità con molte difficoltà. Le lettere che ci scambiavamo erano piene dei nostri sfoghi, delle nostre paure quotidiane, della nostra profonda tristezza. Decidemmo di scappare assieme». 
È la storia di due transfughi disperati. 
«Ciascuno dei quali pensava di essere la salvezza dell’altro. Ci inseguirono e ci nascondemmo. Alla fine nel novembre del 1966 arrivammo a Milano. Abbiamo convissuto per tre anni. Si chiamava Gastone Monari. Da lui ho imparato tantissimo. Si suicidò nel 1969, lasciando uno scatolone pieno dei suoi manoscritti. Era un poeta. Feltrinelli pubblicò alcuni suoi testi talentuosi e folli, come era lui. Purché tutti ridano fu il titolo, che era poi la frase finale del suo libro». 
Non hai mai raccontato questa storia? 
«Avrei dovuto? Ci sono vicende che ti segnano irrimediabilmente e che per troppo dolore non diventeranno mai dei ricordi». 
In pieno Sessantotto a Milano che fai? 
«Ero appena passata di ruolo nella scuola. Quindi insegnavo e vedevo crescere tra gli operai, gli studenti e le donne una domanda fortissima di libertà. Ricordo che quell’anno sulla rivista Quaderni piacentini lessi tre scritti molto potenti sul desiderio dissidente. Non conoscevo l’autore». 
Chi era? 
«Elvio Fachinelli. Mi piaceva il suo pensiero. Ci incontrammo casualmente nel 1970 durante una manifestazione. Avevo dieci anni meno di lui. Grandi discussioni e poi scattò anche qualcosa di sentimentalmente importante». 
Uno dei frutti del vostro rapporto è stata la rivista “Erba voglio”.
«Prima uscì il libro, nel 1971, curato da Elvio, Luisa Muraro e Giuseppe Sartori. Dal successo di quel lavoro collettivo, sulle pratiche non autoritarie nella scuola, nacque la rivista fondata da Fachinelli e da me. Fu un’esperienza importantissima per i movimenti di quegli anni. Alla fine mollai la rivista ed Elio». 
Perché? 
«Non sono sicura di saperti rispondere, ma so che le storie finiscono». 
Sei sicura di averlo amato? 
«Credo di aver erotizzato il pensiero di Elvio. Fu tra i primi a cogliere il carattere involutivo dei movimenti e a pensare che dopo ogni “bella rivoluzione” rischiamo di rimanere tutti più soli. Era altresì convinto che non ci fosse nessuna linearità nella storia e che però esiste un altro piano al riparo del fallimento». 
Il piano dell’utopia. Ma non mi hai risposto: lo hai davvero amato? 
«Certo che l’ho amato. Anche se penso che la rivista fosse il vero collante. Tra di noi c’era molta onestà intellettuale. Ma c’era altresì l’indecenza del vero, quando il vero ti viene sbattuto in faccia». 
Pensi ai suoi tradimenti? 
«Diceva “prendo l’oro dove luccica” e questo non potevo accettarlo. Il nostro rapporto finì nel 1975. E finì anche l’amicizia. Ci rivedemmo nella seconda metà degli anni Ottanta, gli portai l’antologia dell’Erba voglio. Non sapevo che era già ammalato. Non disse nulla. Fu un vuoto in un vuoto più grande». 
Fachinelli morì nel 1989. 
«Per me resta il suo pensiero. È quello che ho salvato di Elvio»
Il femminismo ti ha in qualche modo salvata? 
«Ma sai, il femminismo non l’ho mai vissuto come una cura. Una cura per me è stata andare in analisi. Mentre il femminismo ai miei occhi è stato la forma più profonda di responsabilità delle donne verso le altre donne. Il mio percorso fu dunque quello di pensare diversamente la rivoluzione». 
Diversamente da cosa? 
«Dall’idea che in quanto donna avresti potuto e dovuto sostituirti al potere maschile con un potere che rischiava di essere molto simile. Due aspetti del femminismo mi sono fin da subito apparsi importanti: il primo è che se il personale è politico è fondamentale la modificazione del sé. Il secondo è che la modificazione del sé comporta il cambiamento del mondo. Le due cose devono camminare assieme». 
Ma hanno camminato fino a un certo punto. Perché? 
«Il problema è che alla fine qualunque cosa si dica o si faccia rischia di trasformarsi in una professione o meglio in un ruolo. In agguato c’è sempre il rischio dell’accademismo». 
Ti consideri una maestra per le donne più giovani? 
«Proprio no! Semmai una compagna di viaggio. Ti confesso che io stessa mi reputo un’adolescente a vita». 
Che cos’hai contro l’idea di essere una maestra? 
«Potrei dirti niente di personale. Anche perché la mia critica è ai ruoli. Genere vuol dire ruolo: sei madre di… sorella di… donna di… maestra di… Di nuovo nel ruolo si nasconde il potere dell’indispensabilità. Nelle donne, soprattutto, si tratta di un potere sostitutivo del potere effettivo che non hanno mai avuto». 
Non ti ritieni maestra. Sei madre, hai avuto figli? 
«No, non sono madre e non ho avuto figli». 
Una scelta che ti ha tolto qualcosa? 
«Dal mio punto di vista direi di no». 
Weininger accostava la madre alla prostituta. Due facce della stessa medaglia. 
«Al di là della brutalità coglieva un punto essenziale: il riconoscimento per entrambi dello sfruttamento maschile». 
Weininger scrive la tesi di laurea, la pubblica. Freud se ne interessa. Ma a 23 anni si suicida. Perché? 
«È difficile entrare in una lettura così intimamente drammatica. Ma è un interrogativo che mi ha accompagnato negli anni. Potrebbe averlo fatto perché coglie della donna l’essenziale e al tempo stesso intuisce che l’assoluto dentro cui la pone è fallito». 
Singolare la vicinanza del destino di Weininger a quello di Carlo Michelstaedter. 
«È impressionante l’eco che accomuna le due storie. Entrambi imbevuti di cultura classica; si occupano del mondo antico e pubblicano la loro tesi di laurea. Due libri – Sesso e carattere e La persuasione e la rettorica – straordinari. Entrambi muoiono a 23 anni sparandosi un colpo di pistola. Le loro storie si interruppero rispettivamente sotto il segno di Dio e della metafisica». 
Come vorresti che finisse la tua storia? 
«Senza accorgermene, ma lo dico perché è la maniera più sbrigativa e indolore di mettere la parola fine. E invece il dolore è un compagno della vita, a volte un’imprevedibile abitudine, al punto che vorresti staccartene. La mia, in fondo, è la storia di una senza storia. Ho dovuto seriamente combattere per averne una, per conquistare una identità nella quale riconoscermi». 
Tutti abbiamo una storia, bella o brutta, dal momento che nasciamo. 
«Quello che intendo è che ho cominciato a vivere davvero solo nel momento in cui sono diventata padrona delle mie azioni e dei miei pensieri. Certo che i miei primi 25 anni sono un capitolo della mia vita. Sono stati ricchi, profondi, traumatici. Ma non riesco a raccontarli distesamente. Della Lea di allora avrò si e no scritto dieci pagine e tutte private». 
C’è un interdetto? 
«L’impedimento è l’ambiente in cui nasci e ti formi. I miei erano senza una storia. Erano contadini. Non vuol dire che non fossero degni, che non li abbia amati profondamente, ma appartenevano a una storia finita, in un mondo che cambiava rapidamente. È strano. La mia memoria è rimasta legata al dialetto romagnolo. Le lingue sono la sola cosa che non muore. Il resto di quegli anni è stato deserto».