Domenicale, 1 marzo 2026
E la superficialità divenne il paradigma
La più recente acquisizione del Victoria & Albert Museum di Londra non è un dipinto di Raffaello, né una sedia barocca o un abito di Alexander McQueen, ma il primo video caricato su YouTube. Affronto curatoriale, o colpo di genio istituzionale? Come può un filmato tremolante e sgranato, ripreso con una videocamera a bassa risoluzione allo zoo di San Diego nell’aprile del 2005, entrare nelle collezioni di uno dei musei più prestigiosi al mondo? La sua semplicità è disarmante. In 19 secondi, Jawed Karim, cofondatore di YouTube, davanti al recinto degli elefanti, delibera: «Gli elefanti hanno delle proboscidi davvero, davvero, davvero lunghe… ed è cool». Fine.
Nessun montaggio, nessuna trama, nessun messaggio. Solo si intravede un velo d’imbarazzo appena percepibile: la sottile consapevolezza di non avere nulla di significativo da dire e di dirlo comunque, sapendo che verrà comunque condiviso con il mondo. Il punto è proprio questa apparente vacuità.
Me at the zoo è una piccola capsula del tempo: la prefigurazione di un’economia dell’attenzione destinata a diventare la modalità percettiva più comune. La sua banalità non è assenza di significato; è significato distillato. La clip ci mostra un mondo in cui tutto può essere caricato e condiviso, mentre quasi nulla viene davvero carpito. E, probabilmente in maniera non cosciente, Karim spedisce il suo messagio da una piattaforma concettualmente perfetta: lo zoo, teatro ottocentesco dello sguardo superficiale, dove gli animali sono solo spettacolo momentaneo. Lì, allo zoo, appaiono irrimediabilmente distanti e ridotti, come aveva notato lo storico dell’arte John Berger nel suo rivouzionario testo Why Look at Animals? del 1980. Berger sapeva che la maniera nella quale noi guardiamo gli animali, o meglio, i vari modi in cui li oggettifichiamo o ignoriamo, è sintomatica della nostra incapacità di essere al mondo in maniera piena e significativa.
Non si va allo zoo per capire il mondo di un elefante, ma per registrarne l’esistenza con uno sguardo impaziente che costantemente anticipa l’animale successivo. Ieri come oggi, questa è la sequenza che infonde l’adrenalina che ci serve per dimenticare, almeno per un istante, la nostra apatia esistenziale.
Lo zoo come i social media: Me at the Zoo è l’erede digitale di questa modalità dalle origini coloniali. La clip quindi comprime una visione contemporanea ossessionata dal sé: l’umano al centro, l’animale sullo sfondo, entrambi imprigionati in maniere diverse. Chi parla non è esperto di ciò che mostra; l’Io diventa il pretesto e la giustificazione di tutto.
È tutto questo bagaglio involontario che trasforma Me at the Zoo in un emblema della matrice culturale che ha definito il primo quarto del millennio. La cornice e la modalità di fruizione sono diventate ciò che conta. Non più, come intendeva Marshall McLuhan, «il medium è il messaggio», ma la cornice del medium diventa il messaggio del messaggio: il design che limita e focalizza, che ci condanna alla superficialità.
Per quanto possa sembrare paradossale, è dunque rilevante che il V&A non abbia acquisito soltanto un file video, ma anche la ricostruzione di una “watch page” dei primi mesi di YouTube, realizzata dal team di conservazione digitale del museo in collaborazione con i ricercatori UX della piattaforma e con lo studio di interaction design oio. La ricostruzione si basa su YouTube così come appariva l’8 dicembre 2006, la più antica “istantanea” documentata online tramite il sito Internet Archive. Per realizzarla sono serviti circa 18 mesi. La “watch page” è l’architettura entro cui le prime convenzioni dell’interfaccia sono diventate essenziali alla nostra incessante partecipazione online: istruzioni quasi subliminali che hanno addestrato miliardi di persone a trattare le immagini in movimento come un flusso, a reagire in fretta, a passare oltre, ad alimentare il click successivo. Il V&A porta così YouTube nella sfera dell’arte e del design ad alto significato culturale. Ma riconosce anche qualcosa di più importante: che gli “oggetti di design” più influenti degli ultimi due decenni sono proprio le piattaforme che ci hanno “insegnato” che cosa vale la pena guardare e, di conseguenza, che cosa è meglio ignorare.
Sul piano storico, l’estetica grezza e improvvisata del filmato, spesso celebrata come l’atto di nascita del vernacolo visivo di YouTube, è anche un documento rivelatore di come la libertà di espressione conquistata attraverso il progresso tecnologico sia stata immediatamente svalutata.
Caduto il filtro istituzionale, chiunque ha potuto mettere in circolo contenuti immediati, non verificati, senza mediazioni: un gesto che, allora, suonava liberatorio. Ma la promessa iniziale del “condividi qualsiasi cosa” non ha prodotto automaticamente un’attenzione più ricca verso la vita e la creatività altrui. Ha ottenuto il contrario: ha appiattito l’empatia, ci ha smorzato la determinazione di soffermarci e responsabilizzarci. Gli animali sono diventati metafora perfetta per questa nuova era di auto-documentazione casuale e superflua: infinitamente guardabili e condivisibili, in un circuito di retroazione della nostra incapacità di interessarci agli altri in maniera sincera. Nel contesto dell’allestimento del V&A la clip quindi diventa un monito di proporzione monumentali. La semplicità di Me at the Zoo non è vuoto: è uno specchio. Quest’opera non è nata come arte, eppure ha plasmato in modo irrevocabile l’architettura stessa attraverso cui oggi arte e design vengono prodotti, distribuiti e consumati su scala globale. È qui la sua vera eredità: aver reso normale un mondo sempre più visibile e, insieme, sempre meno percepito.